I robot del futuro? Parlano italiano

Da Hannes, la mano meccanica che restituisce il novanta per cento della funzionalità di un arto naturale, a Pop.Up Next, la macchina volante: cento storie di successo made in Italy raccontate dal rapporto della Fondazione Symbola e di Enel.
MATTEO ANGELI
Condividi
PDF

In Italia molti ancora non sanno che il nostro paese esprime eccellenze mondiali nel campo della robotica e dell’automazione, e questo nonostante lo spessore della ricerca scientifica italiana sia riconosciuto in tutto il mondo.
L’impegno italiano nel campo della robotica ha radici lontane. Il primo progetto completo per un robot umanoide fu disegnato ben cinquecento anni fa da Leonardo Da Vinci, il quale appuntò in vari fogli il suo cavaliere meccanico, che non sappiamo se fu mai realizzato, ma che, per le informazioni che ci sono arrivate, probabilmente aveva l’aspetto di un soldato con l’armatura e poteva muovere le braccia autonomamente.

È però negli anni Settanta del Novecento che i robot fecero la loro comparsa in maniera considerevole nell’industria italiana, quando Fiat introdusse nei suoi stabilimenti Robogate, un sistema robotico per l’assemblaggio delle scocche delle auto, sviluppato da COMAU, azienda torinese di robotica tra le più note al mondo.

Oggi siamo anni luce da allora: solo per quanto riguarda il comparto industriale, questa filiera conta ben 104mila imprese, che danno lavoro a 429mila persone.

A questo fiore all’occhiello dell’innovazione italiana dà voce il quarto Rapporto sull’innovazione made in Italy, realizzato da Enel e dalla Fondazione Symbola, in collaborazione con Ucimu, fondazione che riunisce i costruttori italiani di macchine utensili.

100 Italian Robotic & Automation Stories, questo il titolo del documento, racconta cento storie di tecnologie pronte a migliorare la vita delle persone, che attraversano l’Italia da nord a sud e che interessano ogni settore della vita quotidiana, la sanità, l’industria e la ricerca. Dagli ospedali alle case, dalle fabbriche ai campi: queste tecnologie avanzate spingono più in là frontiera del progresso e tratteggiano un futuro spesso dai contorni visionari.

Lo studio è stato presentato martedì a Roma dal presidente della Fondazione Symbola, Ermete Realacci e dall’amministratore delegato di Enel, Francesco Starace.

La robotica già oggi contribuisce ad importanti filiere del made in Italy come l’agroalimentare, la moda, il legno-arredo, la meccanica. Ed è attraversata dalle sfide del futuro, a cominciare dalla necessità di affrontare la crisi climatica, coniugando empatia e tecnologia. Le cento esperienze, raccontate nel Rapporto, testimoniano che se l’Italia fa l’Italia è in grado di vincere qualsiasi sfida, grazie alla sua capacità di far sintesi tra funzionalità, bellezza, umanesimo, figlia di una cultura che nelle sfide tecnologiche più avanzate non dimentica la ricerca di un’economia e una società più a misura d’uomo, come affermiamo nel Manifesto di Assisi,

ha affermato in questa sede Ermete Realacci.

Le imprese italiane del settore hanno un tasso di crescita record, del 10 per cento negli ultimi cinque anni.

Non troppo a sorpresa, Milano è la capitale della robotica italiana, che ospita 12mila imprese e 110mila addetti. Seguono Roma con 11mila imprese e 63mila addetti, Napoli con 5mila imprese e 13mila addetti, Torino con 5mila imprese e 25mila addetti e, con circa 2mila imprese tra Brescia, Padova, Bari, Bologna, Firenze, Monza e Brianza, Bergamo e Salerno.

In un mercato sempre più importante (a livello mondiale ha raggiunto il valore di 16,5 miliardi di dollari) e in continua espansione (solo nel 2018 sono state consegnate 422mila unità, con un aumento del 6 per cento rispetto all’anno precedente), l’Italia fa un’ottima figura, piazzandosi al sesto posto per numero complessivo di robot industriali installati (69.142 unità nel 2018), dietro solo a Cina, Giappone, Corea del Sud, Stati Uniti e Germania. Anche per numero di pubblicazioni scientifiche, oltre 10mila, l’Italia è ancora sesta al mondo davanti a Francia, Canada, Corea del Sud e Spagna.

L’Italia è inoltre all’avanguardia in tutte le discussioni che riguardano le implicazioni etiche connesse all’introduzione dei robot: infatti già nel 2014 ha ospitato il primo congresso internazionale di “roboetica”, sulle conseguenze dell’interazione tra algoritmi, robot e umani, oltre che per promuovere e incoraggiare lo sviluppo della robotica verso il benessere della società e della persona. Tra le tematiche oggetto di analisi e confronto, la riduzione progressiva di posti di lavoro poco qualificati e usuranti in favore di un aumento dei lavori altamente specializzati, anche del tutto nuovi e creativi.

Inoltre, due delle maggiori esperte al mondo di robotica sono italiane: si tratta di Barbara Mazzolai e Cecilia Laschi, che nel 2015 sono state inserite nella classifica delle venticinque donne geniali stilata da RoboHub.

Barbara Mazzolai (a sinistra) e Cecilia Laschi (a destra)

Mazzolai, che è direttrice del Centro per la Micro-BioRobotica dell’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) a Pontedera, e Laschi, che è Professore Ordinario di Bioingegneria Industriale all’Istituto di BioRobotica della Scuola Universitaria Superiore Sant’Anna di Pisa, si sono distinte per la creazione di due robot innovativi, ispirati alla natura.

La prima ha dato vita a Plantoide, robot che riproduce il comportamento delle piante, capace di reagire a stimoli esterni e di allungare le radici nel terreno, raccogliendo dati ambientali. La seconda è la madre del robot polpo, macchina dalla superficie soffice e deformabile, che, per la sua destrezza, apre a inedite possibilità di utilizzo.

Plantoide non è l’unico robot ispirato alle piante realizzato dall’Istituto Italiano di Tecnologia, centro di ricerca con base a Genova e dodici sedi tra Italia e USA.
Nei suoi laboratori nel 2019 è stato infatti concepito un robot che si arrotola come un tralcio di vite sfruttando il principio dell’osmosi, attivata da una batteria.

E il genio di ITT non si limita all’imitazione delle piante: a Genova un team internazionale ha concepito il robot bambino, iCub, usato dai ricercatori per migliorare percezione, movimento e interazione uomo-robot. Accanto agli umanoidi, l’IIT ha realizzato poi quadrupedi come HyQ Real e Centauro pensati per intervenire in aree a rischio e in agricoltura.

Punta di diamante della ricerca ITT è però Hannes, una mano robotica che restituisce il 90 per cento della funzionalità di un arto naturale e si controlla con i segnali elettrici provenienti dai muscoli residui dell’arto.

La mano robotica Hannes

Il progetto, nato frutto del lavoro del Rehab Technologies IIT – Inail Lab di Genova, iniziativa congiunta nata nel 2013 dalla collaborazione tra Centro Protesi Inail di Vigorso di Budrio e Istituto Italiano di Tecnologia, consentirà di aiutare i lavoratori vittime di infortunio.

Presentata nel 2018, la mano Hannes è un gioiello di protesi robotica.

Due sensori posti nel suo invaso, a contatto con i muscoli della parte residua del braccio, ne rilevano i movimenti trasferendo l’informazione al polso e alla mano che si muovono di conseguenza. La protesi non necessita di interventi invasivi ma si applica sul residuo dell’arto.
Il meccanismo brevettato che fa muovere le dita, Dynamic Adaptive Grasp, consente alla mano, attraverso un unico motore, di adattarsi a forme e sollecitazioni esterne. Grazie al pollice che si orienta in tre direzioni, Hannes può afferrare oggetti pesanti o manipolarne di piccoli, muovendo anche il polso in cinque posizioni.
Un software collegato via Bluetooth con la mano permette di calibrarne i parametri per adattarla alle esigenze dell’utilizzatore e guanti di rivestimento la rendono adatta a uomo e donna: non a caso l’Associazione per il Disegno Industriale l’ha premiata con il Premio nazionale per l’innovazione “ADI Design Index 2018”.

è la presentazione che ne fa il quarto Rapporto sull’innovazione Made in Italy.

Numerosi sono poi i progetti dedicati alla cura delle persone, soprattutto quelle anziane.

A Peccioli, borgo in provincia di Pisa, ha preso servizio effettivo MoBot, robot mobile che funge da carrello della spesa, ma non ha bisogno di essere spinto per muoversi. È opera di Mediate Srl, spin-off della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa con base a Pontedera (PI) che, insieme al Comune di Peccioli e all’azienda Belvedere Spa, ha studiato le esigenze dei cittadini creando questo “aiutante” su quattro ruote. Oltre a seguire la persona nei suoi spostamenti, rispettando la sua andatura e trasportando quanto le è necessario, MoBot (dotato di un motore elettrico) è anche in grado di muoversi autonomamente per le strade del centro evitando auto e altri ostacoli, attivandosi semplicemente attraverso un’app per smartphone.

è questa una delle cento storie di successo inserite nello studio “100 Italian Robotic & Automation Stories ”.

Ancora a Peccioli, è stato sperimentato per la prima volta un altro tipo di automa, un robot urbano dedicato alla raccolta di rifiuti, chiamato Dustcart. Nel 2010 due esemplari hanno percorso le vie del centro per raccogliere i rifiuti e dimostrare la fattibilità del progetto, che è stato realizzato da Robotech, spin-off della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, fondata nel 2004 da Nicola Canelli e dalla già citata Cecilia Laschi.

Sempre nel campo dell’assistenza agli anziani, si inserisce il progetto CARESSES, studio coordinato dall’Università di Genova e finanziato dalla Commissione Europea e dal Ministero degli interni e della comunicazione del Giappone, per sviluppare il primo robot di assistenza agli anziani capace di adattarsi alla cultura dei pazienti.

Protagonista della ricerca è il robot antropomorfo Pepper, che grazie a telecamere e sensori, riconosce le persone e ricorda le cose che ha imparato su di loro. Terminata la sperimentazione nelle case di cura di Regno Unito e Giappone con l’aiuto delle Università di Bedfordshire e Middlesex, Pepper ricorderà agli anziani quando prendere le medicine, li incoraggerà a svolgere attività sportive e li aiuterà nella loro routine.

L’interazione uomo-robot è quindi destinata a diventare sempre più “umana”.
In questo senso, il Centro Piaggio, polo di ricerca dell’Università di Pisa, fondato nel 1965 e attivo in particolare nella bioingegneria e nella robotica, ha presentato a Pisa nel 2017 Face, robot in grado di guardare il suo interlocutore, comprenderne lo stato d’animo e rispondere attraverso il linguaggio facciale, sorridendo, esprimendo paura, sorpresa, rabbia, disgusto e tristezza. Trentadue micromotori collocati tra l’epidermide e la struttura sottostante gli consentono di controllare i movimenti entrando facilmente in contatto con l’uomo.

E poi c’è Toni, il bartender capace di preparare più di ottanta drink in un’ora, gestendo centocinquantotto diverse bottiglie alla volta. È stato realizzato dall’ azienda torinese Makr Shakr, madre del primo bar robotico al mondo, che consente ai clienti di ordinare il drink tramite l’app, scegliendo dal menù oppure personalizzandolo, di pagare online e di condividere le proprie ricette. Il bar robotico Makr Shakr è venduto in tutto il mondo, ma per provare i suoi cocktail in Italia bisogna andare al The View by Makr Shakr Rootfop, in piazza del Duomo a Milano.

I robot italiani vanno anche nello spazio. Secondo il rapporto stilato da Eni e Symbola:

sono Made in Italy diverse tecnologie utilizzate sulla sonda robotica della NASA InSight, sbarcata su Marte nel 2018, e su quelle che nel 2020 saranno utilizzate nella missione ExoMars per lo studio del terreno marziano, come la semisfera catarifrangente Larri (Laser Retro-Reflector for InSight) che fornirà la posizione del lander sulla superficie di Marte, sviluppata dall’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) con il supporto dell’Agenzia Spaziale Italiana (ASI).

Ma l’invenzione forse più visionaria non va nello spazio, ma sorvola semplicemente il cielo, grattando contro il soffitto di cristallo che separa la realtà dalla fantasia.

Chi da bambino non ha mai sognato di possedere un’auto capace di staccarsi da terra e librarsi nell’aria?

In un futuro non troppo lontano questo sogno diventerà probabilmente realtà. Il progetto di macchina volante si chiama Pop.Up Next ed è realizzato da Italdesign, società torinese fondata nel 1968 da Giorgetto Giugiaro e Aldo Mantovani.

Il modello di auto volante Pop.Up Next

Lo scopo dell’invenzione è trovare una soluzione in grado di superare i problemi legati alla congestione del traffico stradale utilizzando la via aerea come alternativa sostenibile

Pop.Up Next è costituito da tre parti: un modulo aereo, una capsula per il trasporto passeggeri e un modulo terrestre. La capsula, agganciandosi al modulo terrestre, diviene di un’auto elettrica e a guida autonoma. Nelle zone ad alta densità di traffico, la cabina può sganciarsi dal modulo terrestre ed agganciarsi al modulo aereo che, decollando e atterrando verticalmente, porta velocemente i passeggeri a destinazione.

Un modello scala 1:4 è stato presentato durante la Drone Week di Amsterdam nel novembre 2018, dove ha effettuato il primo volo di test in modalità completamente autonoma.

Queste sono solo alcune delle storie raccolte in “100 Italian Robotic & Automation Stories”, le quali, parafrasando Alain Turing, ci permettono di vedere che c’è molto da fare nel piccolo tratto di futuro che ci è dato vedere, e che il made in Italy ha da dire la sua in questo processo destinato a rivoluzionere ogni aspetto della vita umana.

Il mondo corre più veloce con le gambe di un robot antropomorfo: le distanze scompaiono, oggi è già domani.  

I robot del futuro? Parlano italiano ultima modifica: 2020-02-06T17:13:21+01:00 da MATTEO ANGELI

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento