#StopWaves. Un corteo di barche controcorrente

Protesta clamorosa contro il moto ondoso. Le 39 associazioni che raggruppano il mondo del remo e della vela diserteranno la sfilata di domenica prossima, dandosi appuntamento davanti a San Marco per navigare assieme verso l’Isola di Poveglia
scritto da CLAUDIO MADRICARDO

La causa scatenante è stato un episodio, l’ennesimo, accaduto a metà dello scorso mese di luglio che aveva interessato una gondola della Remiera Francescana rovesciatasi per il moto ondoso in canale delle Navi, tra la Certosa e l’Arsenale, dove il traffico incontrollato di taxi e lancioni granturismo produce normalmente un moto ondoso che proviene da ogni parte e che mette in serio pericolo l’incolumità dei piccoli natanti e dei loro passeggeri. 

Qualche cosa che chiunque, prima di accingersi a parlare, dovrebbe almeno una volta sperimentare sulla propria pelle e che non può essere descritto a parole. Una trappola infernale che, se c’incappi, rischia davvero di farti finire a mollo, nell’indifferenza, se non nel fastidio, di chi quel maremoto l’ha prodotto e sfreccia perché il tempo è denaro, contando sull’assenza totale di ogni controllo. 

In apparenza, lo stridente contrasto tra una città che rappresenta la punta di diamante di un sistema d’interessi che travalica la sua popolazione e i suoi confini urbani, alle cui spalle si stringono patti politici ed economici che coinvolgono attori le cui ragioni stanno nello sfruttamento senza limiti del nuovo petrolio.

E, dall’altra parte, gli ultimi romantici che ancora la pensano irriducibilmente differente, non omologabile, non adatta a interpretare il mito della velocità, e che s’affidano al remo. Su cui è anche lecito sorridere con compatimento da parte di chi guarda agli incassi, espressione di forze economiche imponenti. Talvolta, se necessario, facendo ricorso a blandizie e tronfie retoriche alla Viva San Marco con relativi gonfaloni, perché anche quegli ostinati alla fin fine servono, anche per loro c’è un posto di comparse nella grande recita quotidiana che questa città mette in scena pur di poter vendersi.

Ben oltre le apparenze, suona quindi pesante la decisione di Insieme, il coordinamento delle trentanove associazioni che raggruppano il mondo del remo e della vela, che hanno scelto, nella loro grande maggioranza, di disertare la sfilata su barche domenica in Rio di Cannaregio. Una manifestazione che tradizionalmente inaugura il Carnevale, che dopo l’acqua alta di novembre e la psicosi del virus sembrerebbe annunciarsi sottotono. 

La decisione, che coinvolge la stragrande maggioranza delle associazioni, è avvenuta dopo la manifestazione contro il moto ondoso dello scorso 19 gennaio, quando si videro negare il Canal Grande, trovandosi in più di duecento barche in bacino San Marco. Evento che ha segnato il crescendo di attività successivo a quell’incidente, e che ha visto un incontro con i parlamentari veneti e un altro per illustrare le proposte agli incaricati dell’UNESCO presenti nei giorni scorsi in città. 

Così, domenica prossima l’appuntamento è di nuovo davanti a San Marco per navigare assieme verso l’Isola di Poveglia, in laguna sud, emblema di una battaglia cittadina degli scorsi anni ancora non conclusa. La andranno a ripulire dallo sporco dell’inverno. Una scelta chiara, operata da realtà associative che organizzano nel complesso più di cinquemila cittadini, non solo a Venezia insulare, ma anche della terraferma in cui la tradizione della voga è ampiamente sentita. 

Un qualcosa che comunque segna una profonda frattura tra il mondo delle associazioni e l’amministrazione cittadina, accusata di non aver dato segno di vita alcuno, nonostante una lettera dello scorso 23 ottobre inviata anche al prefetto in cui si segnalava che il moto ondoso era ormai fuori controllo e che dalla prima Vogalonga nel 1975 la situazione fosse peggiorata per mancanza di un reale ed efficace controllo. 

La protesta contro il moto ondoso dello scorso 19 gennaio © Andrea MEROLA

Che il fenomeno del moto ondoso non sia solo una fissa delle remiere dovrebbe essere ormai ben chiaro a chiunque, riguardando esso in primo luogo la sopravvivenza fisica della città stessa e della sua laguna. Oltre a ciò, l’ultima stagione di acque alte, con la tragedia del 12 novembre, si è incaricata di fare luce su quanto sta accadendo a causa del cambio climatico sottoforma di aumentata violenza dei fenomeni e d’innalzamento costante del medio mare. 

Può quindi sembrare paradossale che tutto ciò non abbia portato fin da subito ad avviare riflessioni sulla necessità di scelte che riguardino la salvaguardia della laguna, correggendo gli errori fatti negli ultimi decenni. E che soprattutto non ci sia ancora traccia di soluzioni durature e in prospettiva vantaggiose per la portualità, fulcro dell’economia cittadina, prevedendone uno spostamento in mare aperto. E che, con il disastro dei prossimi decenni ormai chiaramente incombente, si faccia ancora perno su un MOSE che, nella migliore delle ipotesi, potrà funzionare una ventina d’anni. 

La gara di solidarietà e la risposta dello Stato dopo l’acqua alta hanno convogliato sulla città un flusso di fondi necessari a rialzarne le attività. Un fatto doveroso. Tuttavia sarebbe sbagliato se alla fine ci si limitasse a risarcire il danno, omettendo di porre rimedio alle sue molteplici vere cause. 

Tra i rimedi, per quel che è in potere di un’azione di governo, ci sarebbe l’introduzione di chiare regole di gestione del territorio che sono alla base di un suo buon uso. Per Venezia, un qualche cosa che tutelasse in primo luogo la vivibilità per gli abitanti e l’integrità della sua laguna messa a rischio dal traffico acqueo. E ciò non deve sembrare poco. 

Croceristi mordiefuggi © Andrea MEROLA

Dal 1973, data della prima legge speciale che sanciva le norme sul riscaldamento delle abitazioni e sugli impianti industriali per proteggere i palazzi cittadini, nulla è stato fatto riguardo ai combustibili in uso sulle imbarcazioni.

Nonostante che l’emanazione di provvedimenti del governo concernenti la determinazione delle caratteristiche dei motori e dei requisiti necessari per limitare le emanazioni inquinanti fosse prevista entro due anni. 

Nel frattempo, in assenza di una banca dati che riguardi, oltre al numero dei mezzi in circolazione, i motori a bordo, si stima che si sia passati dai 12.500 natanti di allora agli 80.000, forse 100.000 in circolazione oggi. Dal gennaio scorso è entrata inoltre in vigore la normativa IMO 2020 che fissa il limite dello 0,50 per cento m/m (fino ad oggi è 3,5 per cento m/m) di tenore di zolfo nei combustibili marittimi in aree non Seca (le zone dove si effettua il controllo di emissione zolfo). 

Ciò detto, a chi volesse far empiricamente la prova del livello d’inquinamento, basterebbe che facesse un giro in Canal Grande in estate, per rendersi conto di respirare quantità di gas di scarico, peggio che nella più trafficata via di un centro urbano.

Non essendo Venezia e laguna zone di controllo di emissione zolfo, la conseguenza è che è in uso un combustibile con contenuto di zolfo cinque volte più alto a quello previsto per i carburanti da riscaldamento, giustamente già vietati in città. Se una tale incongruenza poteva passare inosservata quando il numero dei natanti era ridotto, ora che a solcare le acque dei canali e della laguna sono un’infinità d’imbarcazioni, il fenomeno è incontenibile e mina seriamente la salute pubblica. 

Oltre a denunciare i pericoli dell’inquinamento, le associazioni nella loro lettera a sindaco e prefetto hanno avanzato precise proposte sul moto ondoso, lamentando che non siano stati definiti i limiti massimi di altezza d’onda prodotti dalle imbarcazioni che possono nuocere alle strutture urbane ed essere letali per le rive e le fondamente.

Tutto ciò mentre, per l’aumento del traffico dovuto al turismo, circolano imbarcazioni che hanno una carena che produce un livello sproporzionato di onda, anche entro i limiti di velocità. 

Una riva d’approdo lesionata dal moto ondoso, lungo la riva delle Zattere, sul canale della Giudecca © ANDREA MEROLA

In considerazione della situazione, e tenuto conto che fino ad ora la laguna di Venezia fa capo a cinque differenti autorità, le associazioni hanno chiesto che sia approvata una legge nazionale sulla scorta della Legge Speciale per Venezia che istituisca un unico ente di gestione. E che siano approvate norme che fissino le caratteristiche dei motori, la potenza, il controllo delle emissioni, le caratteristiche di scafi e carene, massimi di velocità e altezza d’onda. Limiti l’inquinamento dell’aria, introducendo controlli attraverso centraline come già avviene nelle città di terraferma.

Il tutto passa attraverso l’introduzione dell’obbligo del GPS a bordo delle imbarcazioni a motore quale sistema che consente un controllo continuo e allargato a tutta la Laguna, con sanzioni che rendano poco conveniente il non rispetto delle regole. 

In attesa che la legge sia approvata, secondo le associazioni sarà necessario sorvegliare continuamente le aree del Canale della Giudecca, bacino di San Marco, canale delle navi e dei Marani, canale dietro le Fondamente Nove e in Canal Grande, sia attraverso la programmazione di postazioni mobili, sia riattivando le postazioni fisse già predisposte dai Commissari al moto ondoso negli anni passati. 

La laguna, insomma, è un bene comune che abbiamo in custodia, e nostro compito è trasferirlo nelle migliori condizioni a chi verrà dopo di noi. È l’ambiente in cui viviamo e non è pensabile separarlo dal contesto urbano. Se perisce l’uno, soffre l’altro. Costituisce il nostro habitat, e sarebbe opportuno che tutti se ne rendessero conto. Per questo non può prevalere un interesse di parte, ma solo quello della comunità, e la ricerca di ogni sviluppo dovrà essere compatibile con la sussistenza di ambiente e popolazione. 

La protesta contro il moto ondoso dello scorso 19 gennaio © Andrea MEROLA

Forse questo può rappresentare un rovesciamento di quanto accade nella pratica, e non solo per merito o demerito di quest’ultima amministrazione. Ma è l’unica strada, secondo le associazioni fatte di gente che la laguna e il suo ambiente li conoscono, per salvaguardare il patrimonio artistico, architettonico, culturale e sociale di Venezia. 

#StopWaves. Un corteo di barche controcorrente ultima modifica: 2020-02-07T19:16:27+01:00 da CLAUDIO MADRICARDO

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