Reddito di cittadinanza. Da sussidio a “sostegno per l’attivazione”

Un errore mettere insieme misure per contrastare la povertà con quelle di sostegno al lavoro. Occorre invece scomporre il problema della povertà in tanti piccoli sotto-problemi. Più piccoli e quindi più semplici da affrontare e gestire.
scritto da ANNAMARIA PARENTE

Il “vizio” del tempo che viviamo è trovare soluzioni uniche per problematiche diverse. Tradotto per la politica: fare norme “bandiera”. Eppure, l’evoluzione della società dovrebbe farci comprendere che virtù di una buona politica è risolvere situazioni diverse in un contesto di principi unici, come ci ha insegnato il pensiero della differenza del femminismo.

Il vizio del reddito di cittadinanza è di aver messo insieme misure per contrastare la povertà con quelle di sostegno al lavoro, ignorando che la povertà ha molte facce e che le problematiche non sono racchiuse solo nella mancanza di reddito. E, in questa confusione, purtroppo l’attuale previsione normativa ha sospeso diritti per i disoccupati come l’assegno di ricollocazione, per garantirlo ai soli percettori di reddito, configurando una battaglia di diritti tra soggetti deboli.

Alla base, c’è un difetto gravissimo soprattutto nei confronti dei giovani, perché ciò che appare un beneficio nel breve termine, può trasformarsi in un boomerang nel medio e lungo termine. Le famiglie che hanno redditi più elevati continueranno a consentire ai loro figli percorsi di studio e di formazione molto più gratificanti rispetto ai giovani che, godendo del reddito di cittadinanza saranno scarsamente motivati verso questi obiettivi, determinando un impatto negativo sul sistema educativo e di conseguenza sul futuro mercato del lavoro che avrà bisogno di specializzazioni sempre maggiori.

Questo dovrebbe spingerci a considerare che la sola elargizione monetaria non è sufficiente a combattere la povertà. Inoltre gli interventi assistenzialistici allargheranno l’ascensore sociale tra chi avrà maggiori redditi e chi avrà redditi più bassi, aumentando il divario tra nord e sud, tra giovani e anziani e, ahimè, tra uomini e donne. Il seme del populismo con il reddito di cittadinanza ha fatto germogliare illusioni e facili vittorie di breve termine ma non è in grado di offrire risorse lavorative di ampio respiro.

Una virtù per la politica è, viceversa, seguire un principio: perseguire pari opportunità di accesso per tutti, evitando elemosine e trappole della povertà.

Di qui le nostre quattro proposte di trasformazione del reddito di cittadinanza in sostegno all’attivazione.

  • Rei

Le politiche di contrasto alla povertà devono tornare ad essere in capo ai comuni, al sociale sul modello del reddito di inclusione (rei). In Italia ci sono 7914 comuni e 556 centri per l’impiego. È chiaro che l’istituzione più prossima al bisogno è il comune che ha la possibilità di agire in sinergia con le scuole, il volontariato, le associazioni di terzo settore, per accogliere e superare la dimensione multiproblematica della povertà.

Bisogna tornare al welfare locale, municipale. Si devono offrire “pacchetti di misure”, in accordo con i sindaci, con Anci, non tanto di reddito ma di servizi (cure mediche, dentista, psicologo). Proprio perché non c’è correlazione tra reddito e uscita dalle cause che hanno determinato la povertà, bisogna offrire interventi mirati per non creare cronicità e intrappolare le persone nella povertà.

La scala di equivalenza adoperata per il reddito di cittadinanza è iniqua perché non sostiene le famiglie numerose, e il basso moltiplicatore e il tetto massimo, oltre ad essere poco efficienti nel contrasto alla povertà assoluta, possono indurre le famiglie a separarsi per “convenienza”, e per aggredire la povertà infantile serve necessariamente fare di più per le famiglie numerose.

  • Povertà educativa

Bisogna prendersi cura di chi, tra i poveri assoluti, ha uno scarso livello di istruzione. E vanno distinte le misure a seconda del titolo di studio di coloro che sono poveri perché privi di politica educativa. 

Per chi rientra nella fascia di età dell’obbligo scolastico e formativo è necessario far assolvere l’obbligo per una vera lotta alla dispersione scolastica. Oltre i diciotto anni è necessario far acquisire la licenza elementare o la terza media presso Cpia (Centri per l’apprendimento degli adulti) o acquisire qualifica professionale o diploma superiore (le fp o istituti superiori, Cpia).

Sarebbe importante ripensare l’apprendistato di primo livello, semplificarlo, per facilitarne l’utilizzo da parte delle imprese e rafforzare l’alternanza per coloro che possono essere avviati al lavoro. Per chi ha assolto l’obbligo formativo è necessario preparare percorsi per l’acquisizione di una qualifica professionale (tre anni).

Fondamentale è un piano nazionale integrato di formazione continua (upskilling e reskilling) anche con l’integrazione dei fondi interprofessionali e dei fondi europei.

  • Politiche attive attraverso un piano con le imprese

Bisogna perseguire accordi con il mondo imprenditoriale. Pensiamo al mondo artigianale per “botteghe di mestiere” e collegare lo “sblocca cantieri” con la formazione delle qualifiche per i percettori di reddito di cittadinanza.

Se si sbloccassero i cantieri, come Italia Viva chiede, in ogni territorio sarebbe necessario un grande patto tra le forze sociali, per far conseguire le qualifiche professionali che occorrono a chi è percettore di reddito e accompagnare al lavoro mantenendo parte del sostegno al reddito, così da incoraggiare il lavoro e non il sussidio.

È urgentissimo ripristinare la misura di politica attiva, l’assegno di ricollocazione, per i disoccupati che prendono la Naspi. Per evitare che queste persone diventino disoccupati di lunga durata. Attualmente dopo quasi un anno di reddito solo tre beneficiari su dieci hanno sottoscritto il patto di servizio. Ma non poteva essere altrimenti.

Occorre un grande piano industriale per i servizi al lavoro in accordo con le regioni e in sinergia con i servizi privati. Nell’immediato, sono urgenti assunzioni per tutti gli operatori di Anpal servizi, la grande ipocrisia di come si sta gestendo l’attuale reddito: navigator che non sono formati e non assunzioni di professionisti di politiche attive. Vanno stabilizzati tutti e smetterla con i precari che devono aiutare altri precari.

Sbagliati i navigator che dovrebbero intervenire solo per incontro domanda e offerta: non abbiamo bisogno di questo, bensì di formazione e di lavoro, senza i quali non si possono incrociare domanda e offerte occupazionali.

  • Leva fiscale e intervento sul decalage della NASpi

Abbattere in maniera considerevole il cuneo fiscale per gli occupati poveri. Per gli occupati a tempo parziale o a tempo pieno volontari agire su abbattimento del cuneo fiscale e con misure di conciliazione integrando interventi nazionali, regionali e di welfare aziendale. Per gli occupati a tempo parziale involontari agire su un forte abbattimento del cuneo fiscale.

E intervenire su un rallentamento del décalage degli ammortizzatori di coloro che, uscendo da crisi aziendali, sono più difficilmente ricollocabili.

Quindi proponiamo di sostituire l’attuale reddito con queste proposte.

È fondamentale spacchettare i bisogni e intervenire differenziando le situazioni. Questa è per noi la sostanza del riformismo e non rivolgersi a un generico “popolo” senza trovare soluzioni.

I tre premi Nobel per l’economia di quest’anno, Abhijit Banerjee, Esther Duflo e Michael Kremer nei loro studi sulla povertà suggeriscono di scomporre il problema della povertà in tanti piccoli sotto-problemi, più piccoli e quindi più semplici da gestire.

Tutto questo dovrebbe diventare visione comune di tutte le forze di governo, per la realizzazione di un reale programma fattivo e concreto, che includa tutte le componenti sociali nella visione immediata di un rilancio di tutto il paese. 

Reddito di cittadinanza. Da sussidio a “sostegno per l’attivazione” ultima modifica: 2020-02-14T10:19:37+01:00 da ANNAMARIA PARENTE

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