Parliamo del Cile con Claudia Barattini

L’ex ministra cilena della Cultura nell’ultimo governo Bachelet racconta a “ytali” la situazione nel suo paese che non s’è affatto “normalizzata” come invece farebbe pensare il silenzio del grosso dei nostri media.
scritto da NUCCIO IOVENE
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Dopo le proteste, le manifestazioni e la tensione registratesi in Cile nello scorso ottobre e l’attenzione internazionale che ha suscitato, come spesso succede, l’informazione nel nostro Paese è andata via via scemando, fino a non lasciare più traccia. Ma la curiosità di capire meglio quanto accaduto e soprattutto quale sia esattamente la situazione ancora oggi, a distanza di mesi, nel paese latinoamericano con cui, come ha splendidamente raccontato nel suo recente film Santiago, Italia Nanni Moretti, dopo il 1973 e la tragedia del colpo di stato, l’Italia ha costruito uno speciale rapporto di solidarietà è ancora tanta.

Molte domande e poche risposte.

Ecco perché, appena saputo che Claudia Barattini, ex ministra cilena della Cultura nell’ultimo governo Bachelet, sarebbe tornata per qualche giorno in Italia abbiamo colto l’occasione per una chiacchierata ed un aggiornamento.

Claudia aveva appena tredici anni all’epoca del golpe di Pinochet e con il padre trovò rifugio esattamente, come accadde a tanti esuli cileni, nel nostro Paese. Dopo la dittatura è tornata in Cile, ha lavorato in ambito culturale e con il movimento delle donne, e durante il primo governo Bachelet, dal 2006 al 2010, è stata l’addetta culturale presso l’ambasciata cilena in Italia.

La prima domanda che le rivolgiamo, visto che non leggiamo o ascoltiamo più notizie di scontri o manifestazioni, è se la situazione in Cile si è definitivamente normalizzata o meno. Ci risponde di no. Da quel 18 ottobre, data di inizio delle proteste a seguito dell’aumento del biglietto del trasporto pubblico (la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso di una condizione sociale insopportabile), la mobilitazione è andata avanti ed è ancora in corso. Negli scontri si sono purtroppo registrati fino ad oggi più di trenta morti e circa quattromila feriti, di cui più di quattrocento hanno avuto gravi lesioni oculari ed alcuni di loro hanno addirittura perso la vista.

Il cuore della protesta è ovviamente Santiago, ma questa s’è rapidamente estesa e ha investito anche le altre città cilene. La repressione iniziale, la violenza dei Carabineros, il coprifuoco e lo stato d’emergenza dichiarato nei primi giorni hanno alimentato ancora di più la mobilitazione fino alla grande manifestazione a cui ha preso parte oltre un milione di persone ed ha costretto il governo a fare marcia indietro.

Il presidente Sebastián Piñera ha dovuto ritirare gli aumenti e annunciare alcune prime misure sociali ed ha anche dovuto effettuare un significativo rimpasto di governo con la sostituzione di ben otto ministri. L’esasperazione sociale è tale che ha portato a numerosi episodi di violenza verso le stazioni della metropolitana e i centri commerciali, e anche i negozi dei centri urbani hanno subito “espropri”. Ma al di là delle occasioni più dure, la protesta è diffusa e continua, usa i social e ha, al momento, consolidato forme di partecipazione assembleare a livello locale.

L’attuale movimento s’è immediatamente incrociato con altri movimenti, come quello degli studenti e quello delle donne (basti pensare alla forza e all’impatto globale assunto dal flashmob messo in atto per prime dalle donne cilene e ormai virale in tutto il mondo al ritmo di “un violador en tu camino”) e con tematiche sociali e ambientali drammatiche (dalle pensioni alla sanità, da un lato, all’acqua privatizzata e alle conseguenze che determina nella vita quotidiana di intere comunità). La cura neoliberista imposta al Paese ai tempi della dittatura ha lasciato ferite profonde e diseguaglianze drammatiche. E alle contraddizioni più antiche vanno sommandosi quelle più recenti come l’affacciarsi del fenomeno migratorio (oggi nel Paese si conta circa un milione di immigrati).

Di fronte al calo di popolarità del governo, e del presidente in particolare, comincia a ripresentarsi una destra nostalgica e al tempo stesso populista, mentre la sinistra risulta sempre più divisa e incerta.

È in questo quadro che è maturata la proposta di dare vita a una nuova Costituzione e su questo s’è aperto un grande dibattito istituzionale e nel Paese.

Su questo è convocato un referendum popolare per la fine di aprile, ma la strada verso un’assemblea costituente è ancora incerta e il dibattito sulla sua eventuale composizione del tutto aperto.

Ora, sul finire dell’estate, tutti s’aspettano una ripresa delle mobilitazioni mentre è tutta da vedere la capacità delle forze politiche democratiche, e in particolare di quelle della sinistra, totalmente spiazzate dalle manifestazioni e dalle dinamiche messe in atto nei mesi passati, di recuperare un ruolo e un’interlocuzione credibili, in grado di dare risposte alle domande di cambiamento, dignità e giustizia che hanno riempito le piazze del Paese.

Questo in estrema sintesi il racconto che Claudia ci ha fatto colmando il vuoto d’informazioni che in un’Italia, sempre poco attenta agli scenari internazionali e all’inseguimento delle emergenze che si susseguono, è praticamente la norma [tra le lodevoli eccezioni questa rivista, ytali].

Ci ha consegnato al tempo stesso il ritratto di un Paese in una difficile transizione, ma anche qualche motivo di speranza.

Una ragione in più per continuare a seguirne le vicende e prestare attenzione alle prossime scadenze.

Parliamo del Cile con Claudia Barattini ultima modifica: 2020-02-21T16:54:59+01:00 da NUCCIO IOVENE

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