Primarie. I dem alla prova delle minoranze

Per battere Donald Trump i democratici devono mobilitare gli elettori latinos e africano-americani. Ma i candidati alle primarie sembrano avere più di qualche difficoltà.
scritto da MARCO MICHIELI
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Il 22 febbraio si terranno i caucus in Nevada e poi le primarie in South Carolina (29 febbraio). Due appuntamenti politici importanti per tentare di capire i posizionamenti delle minoranze – latinos e africano-americani – rispetto ai candidati. In attesa del 3 marzo, il Super Martedì, che probabilmente segnerà la fine della corsa per qualche candidato. Salvo sorprese.

I caucus del Nevada sono interessanti perché lo stato del West ha una popolazione di latinos che ammonta al 28 per cento. Va detto tuttavia che i test elettorali più rilevanti saranno poi il 3 marzo, quando al Super Tuesday si voterà in California e Texas, che hanno una popolazione latina attorno al quaranta per cento e costituiscono quasi la metà dei delegati in quel round elettorale. Altri stati importanti per il voto latino sono la Florida e l’Arizona. A novembre in Arizona si voterà anche per eleggere un nuovo senatore: il test elettorale delle primarie ha quindi una doppia valenza in questo red state (l’ultimo democratico che ha vinto in Arizona è stato Clinton nel 1996, ma non nel 1992), che alle ultime elezioni di midterm nel 2018 ha dato ai democratici un seggio senatoriale in più. 

Nel 2018, i latinos costituivano circa l’undici per cento dell’elettorato democratico. E circa due terzi degli elettori latinos hanno votato per candidati democratici alle elezioni di Midterm. Si tratta però di un elettorato composito. Gli elettori latinos che vivono nel Southwest da secoli votano in maniera diversa, anche in occasione delle primarie, rispetto agli elettori latinos del Midwest, di più recente immigrazione, o dai migranti cubani in Florida e nel New Jersey. C’è una differenza di voto infatti tra gli elettori latinos che provengono da paesi dove il termine “socialista” non evoca immagini di un futuro prospero e di libertà. Per questa ragione sarà interessante verificare il supporto a livello nazionale che Bernie Sanders, oggi il frontrunner democratico, avrà da questo blocco – non monolitico – elettorale.

Le minoranze in genere sono state un problema per Bernie Sanders nel 2016. Il senatore del Vermont può annoverare tra le ragioni della sua sconfitta quattro anni fa, proprio lo scarso appeal nei confronti di latinos e degli africano-americani. Questa volta pare abbia appreso l’elezione: dai consiglieri ai volontari, una parte della campagna di Sanders ha fortemente investito sulla rappresentanza dei latinos. L’attiva partecipazione della giovane deputata Alexandria Ocasio-Cortez, star della sinistra democratica, ha dato un contributo notevole al sostegno dei latinos alla candidatura di Bernie Sanders, le cui proposte in materia di immigrazione e di sanità sembrano interessare gran parte di quest’elettorato.

L’appeal di Sanders però non è senza problemi. Recentemente il potente sindacato dei lavoratori del settore culinario e alberghiero del Nevada, per lo più formato da latinos, ha criticato il senatore Sanders rispetto al suo piano per estendere la sanità pubblica a tutti. Grazie al sindacato statale infatti questi lavoratori hanno ottenuto condizioni molto favorevoli in termini di assicurazione sanitaria, a cui dovrebbero rinunciare in caso di approvazione di Medicare for all, il piano proposto da Sanders. Alle critiche del sindacato sono seguiti minacce e insulti via social da parte dei sostenitori di Sanders, ancora una volta accusato di fare poco o nulla per quietare molti dei suoi agitati supporter. Molti candidati – da Pete Buttigieg a Elizabeth Warren – hanno cercato di approfittare della situazione per ottenere l’appoggio del sindacato, che alla fine ha deciso di non sostenere nessuno. 

Gli altri candidati non hanno molto successo con i latinos. Buttigieg e Klobuchar possono contare soprattutto su una base elettorale bianca ma hanno scarso appeal con le minoranze. Anche Biden ha notevoli problemi con gli elettori latinos. Tanto che recentemente ha pure dischiarato di non essere d’accordo con le politiche migratorie messe in atto durante la presidenza di Obama. Di cui era il vice.

L’elettorato latino avrà un ruolo centrale alle prossime elezioni presidenziali. Secondo i sondaggi realizzati da Telemundo, la seconda catena televisiva latina più importante negli Stati Uniti, circa il 25 per cento degli elettori latinos potrebbe votare per Trump. Poco al di sotto di quel 28 per cento ottenuto da The Donald nel 2016. In linea con le preferenze dei latinos per Romney nel 2012 e nonostante la retorica anti-migranti e le politica di separazione della famiglie al confine perseguite dal presidente Trump. Sempre secondo quest’inchiesta il 64 per cento dei latinos vorrebbe sostituire Trump con un altro presidente.

Il problema è mobilitare – e registrare – questi elettori. E la questione dell’eleggibilità si misura anche su questo aspetto.

L’altro stato rilevante per capire un po’ di più delle preferenze delle minoranze è il South Carolina. Si tratta del primo test elettorale che consente di verificare quale sia candidatura con maggiore sostegno tra gli elettori africano-americani, che costituiscono i due terzi degli elettori che partecipano alle primarie in questo stato del sud. Dal 1980 nessun candidato democratico ha vinto la nomination senza vincere la maggioranza degli elettori africano-americani alle primarie.

Joe Biden, che fino a qualche settimana fa era il frontrunner, punta tutto su questo stato. L’ex vicepresidente di Barack Obama gode infatti di molto sostegno nella comunità nera del Sud. Tuttavia le recenti sconfitte – o meglio gli scarsi risultati ottenuti – in Iowa e New Hampshire segnano anche un declino del supporto black. 

Un recente sondaggio Quinnipiac evidenzia che il supporto del voto african-american a Biden a livello nazionale è sceso dal 51 per cento al 27 per cento in quasi due mesi. Biden resta ancora in testa ai consensi di questo gruppo ma è tallonato dall’ex sindaco di New York Mike Bloomberg (22 per cento), che non parteciperà però alle primarie in South Carolina. 

La scarsa capacità di attrazione delle comunità black è invece il punto debole di Bernie Sanders. Nel 2016 il senatore del Vermont perse in South Carolina contro Hillary Clinton, ottenendo soltanto il 14 per cento dei voti (contro il 76 per cento per Hillary).

In generale, secondo FiveThirtyEight, gli elettori african-american tendono a premiare più i candidati moderati rispetto a quelli liberal. In effetti sia Sanders che Elizabeth Warren hanno scarsa capacità di attrazione rispetto ai moderati come Biden o Bloomberg. Anche se Sanders va molto bene tra gli elettori neri più giovani (ma in misura minore rispetto ai giovani bianchi).

Quasi tutti i candidati però – da Sanders a Pete Buttigieg, da Mike Bloomberg a Amy Klobuchar – scontano passate gestioni di problemi particolarmente sensibili per la minoranza black. Per Joe Biden, che pure qualche problema nel passato l’ha avuto in relazione ai problemi che stanno più a cuore agli african-american – la giustizia criminale – vale una sorta di stato di grazia, il riflesso di essere stato il vice del primo presidente nero. Elizabeth Warren è forse la sola dei candidati a non avere problemi con la minoranza africano-americana. Che però non sembra essere il suo target elettorale, visto che lo scarso successo tra quesi elettori.

Se i democratici vogliono vincere le elezioni, però, devono mobilitare e registrare gli elettori African-Americans. Uno dei fattori della sconfitta di Hillary Clinton nel 2016 fu, tra le altre cose, la scarsa capacità dei dem di mobilitare l’elettorato nero, forse dando per scontati questi elettori.

Se rimuovere Trump è una motivazione che potrebbe spingere comunque molti african-americans a partecipare alle elezioni, i candidati democratici sanno che questa volta dovranno offrire di più. Per questa ragione, ad esempio, sia Joe Biden che Mike Bloomberg hanno lasciato intendere che il loro candidato vice potrebbe essere una donna e nera (si fanno i nomi di Stacey Abrams e Kamala Harris).

Anche perché Trump sta corteggiando moltissimo gli elettori neri.

Non che The Donald abbia qualche possibilità di muovere grandi numeri nella comunità black. Un sondaggio Ipsos indica che quattro african-americans su cinque pensano che il presidente sia un razzista: non c’è quindi grande amore. Trump lo sa. Ma per il presidente in carica basterebbe realizzare una performance leggermente migliore della scarsa performance del 2016 per assicurarsi alcuni stati chiave.

Non solo: Trump sa che gettare fango sugli avversari, metterne in evidenza le mancante promesse – e in alcuni casi il passato ambiguo con gli african-americans – non gli porta voti. Ma potrebbe aiutare a smobilitare questa parte di elettorato, delusa dalle candidature dem. E questo sarebbe un guaio per i democratici.

Primarie. I dem alla prova delle minoranze ultima modifica: 2020-02-21T12:25:50+01:00 da MARCO MICHIELI

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