Covid-19. Che traiettorie per la Cina di Xi?

Sono trascorsi molti anni dall’ultima emergenza sanitaria, la Sars, nel 2002. Il gigante asiatico è cambiato molto d’allora, molto meno le idee e le pratiche di potere e di controllo del Pcc. Con la crisi virale in corso, la dirigenza cinese è di fronte a una svolta esistenziale.
scritto da NICCOLÒ FANTINI
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[LONDRA]

Nel 2002, quando la Cina si ritrovò improvvisamente al centro dell’attenzione internazionale per un’improvvisa diffusione dell’epidemia conosciuta come SARS, molti si scagliarono contro il governo cinese di allora a causa di quella che venne percepita come una lenta e inadeguata risposta al diffondersi del virus. La Cina di quel periodo si trovava in un momento delicato. L’emergere del nuovo patogeno si verificò in concomitanza con il passaggio di consegne ai massimi livelli da Jiang Zemin a Hu Jintao. Molti hanno considerato questa transizione come un evento chiave nello sviluppo post-maoista della politica cinese, come una conferma di un lento ma efficace processo di istituzionalizzazione del potere che avrebbe, una volta per tutte, allontanato il paese dagli eccessi maoisti del secolo precedente. 

Sebbene questa transizione ai vertici si fosse conclusa in maniera piuttosto controllata e pacifica, l’emergenza SARS dimostrò come fosse ancora possibile per il Partito comunista cinese (Pcc) riesumare i vecchi sistemi per applicarli alle nuove esigenze del momento. Facendo leva sulle sue capacità di propaganda e comunicazione, senza parlare del potere capillare costruito nei decenni precedenti, il Pcc dimostrò ancora una volta di poter mobilitare un’ingente popolazione a scopi ben precisi. Guidata da slogan del passato limati al fine di servire il presente, la Cina s’unì per combattere il “nemico”.

Al di là dei risultati concreti di questa mobilitazione generale, è importante notare il collegamento che fu fatto dalla propaganda ufficiale: la vittoria contro la SARS fu solo possibile grazie all’unione delle forze di tutti i cinesi sotto l’egida e la saggia guida del Partito comunista. La realtà delle cose non è molto distante dalla prosa ideologica. La particolare struttura burocratica e istituzionale alla base delle zone colpite, che dipende non da un mandato democratico, ma da una conferma dall’alto, ostacola le corrette funzioni amministrative, specialmente in caso di emergenze. Ai tempi della SARS, la massima per tutti i livelli amministrativi cinesi rimaneva quella della crescita economica. Siccome l’obbiettivo del governo locale è quello di soddisfare i livelli superiori in vista di possibili promozioni e premi, qualsiasi situazione o evenienza che possa macchiare l’operato è velocemente nascosta o ignorata. 

Per questo motivo, l’unica arma capace di generare una risposta efficace e comune diventa la forza politica ma essenzialmente ideologica del partito, per cui la capacità del Pcc di scavalcare barriere burocratiche e opposizioni locali diviene necessaria.  Come The Economist osservò, poco dopo l’emergenza SARS, che in Cina sono questi momenti di estrema criticità che hanno la funzione di esercitare quella pressione strutturale che in democrazia è (teoricamente) espletata dalla competizione politica. In questo modo, il caso SARS in Cina ha secondo molti iniziato, o perlomeno favorito, un cambiamento nel modo in cui il Pcc si pone in relazione con la popolazione cinese. Il governo di Hu Jintao, affiancato dal primo ministro Wen Jiabao, aveva infatti orientato i suoi punti programmatici su una politica più vicina ai bisogni di una società in rapido mutamento. È in questo periodo post-SARS che il partito sembra allentare leggermente la presa sull’opinione pubblica, specialmente a causa degli evidenti problemi causati da una cultura della censura durante l’emergenza sanitaria del 2003. Le speranze che la Cina segua un percorso di progressiva liberalizzazione e democratizzazione sembrano rafforzarsi anche a causa delle “lezioni” che la classe dirigente cinese dovrebbe aver imparato con SARS. 

A molti anni di distanza, tuttavia, la Cina si ritrova a dover affrontare una crisi in molti versi più grave rispetto a quella della SARS. Il nuovo coronavirus emerso sul finire del 2019 nella metropoli di Wuhan ha dato inizio a un’epidemia considerevole all’interno della Cina che ora rischia di divenire una pandemia globale, con focolai in molte altre parti del mondo. Sebbene si ritrovino molte similitudini tra l’emergenza SARS e Covid-19, soprattutto nel modo in cui il governo cinese ha risposto ai rischi, le condizioni sociali, politiche ed economiche in cui la Cina opera oggigiorno sono molto diverse da quelle del 2003. La domanda che molti si pongono oggi, guardando il Regno di Mezzo riprendersi dallo shock, è se questa crisi avrà le stesse conseguenze di quella precedente o se ci dobbiamo aspettare una traiettoria diversa.

Naturalmente dovremo aspettare qualche tempo per poter trarre le somme ed effettuare eventuali bilanci.

Ciò nonostante possiamo notare una serie di sviluppi e circostanze che sono sicuramente importanti al fine di individuare l’impatto del Covid-19 sulla società e la politica cinesi.

Innanzitutto vi è proprio il confronto con l’emergenza SARS del 2003. La Cina è stata colta sicuramente più preparata rispetto all’ultima volta, ma non sono mancati allo stesso tempo fenomeni che tanto ricordano quelli iniziali nella lotta a SARS. Una delle più importanti lezioni che si sperava quell’emergenza avesse impartito è quella della trasparenza. Il modus operandi del Pcc si basa sull’assenza di trasparenza, poiché il partito può mantenere il monopolio sul paese soltanto finché sarà capace di orientare l’opinione pubblica a suo favore. In situazioni in cui la trasparenza diventa di una necessità assoluta, il partito deve individuare il modo attraverso il quale porsi in buona luce. Ecco perché, sia con la SARS sia con la Covid-19, la risposta iniziale ha visto la censura di molte voci che si battevano per la verità. Fino a quando il partito non è chiaramente e visibilmente padrone della situazione, la macchina governativa reagisce contro la trasparenza che metterebbe in evidenza possibili errori. 

In un mondo dove l’informazione è divenuta individuale, immediata e complessa, questo tipo di processi non sfugge più alla popolazione cinese. In particolare tra i più giovani, che lo sviluppo economico e sociale dell’ultimo decennio ha trasformato in cittadini molto più esigenti e attenti di quanto potevano esserlo i loro predecessori nel 2003, questo comportamento da parte del partito non passa inosservato. Il fatto che si sono ripetuti gli stessi errori del 2003 nel 2020 è un chiaro segnale che certe cose sono molto lente a cambiare.

Com’è possibile che in un paese avanzato e moderno, come il Pcc continua a presentarlo, un medico onesto e competente sia silenziato malamente dalle autorità per aver “creato disordine e scompiglio”? Com’è possibile che le autorità tacciano le vere proporzioni del problema e ritardino deliberatamente le misure per arginarlo? 

Come nel 2003, si sta giocando una partita importante tra governo centrale e governi locali, che sottolinea ancora una volta le delicate strutture de-centralizzate cinesi e la loro rilevanza nel dibattito politico. La strategia del governo centrale è quella di addossare la colpa ai governi locali e procedere con la rimozione molto pubblicizzata di quelli che sono considerati i responsabili. La domanda è quanto questa mossa “tradizionale”, a lungo andare, riesca a difendere il governo centrale da una società molto più attiva di prima. Quanto ancora reggerà la credibilità di un sistema che continua a promuovere certe incompetenze? 

È interessante a questo proposito notare il modo in cui la crisi Covid-19 si sta sviluppando in Italia e come si è sviluppata in Cina.

Come abbiamo visto, in Cina sono i governi locali a incassare il colpo, venendo puniti da un governo centrale che riesce a sviare le sue colpe e, anzi, si pone come rettificatore degli errori commessi ai livelli più bassi.

La particolare struttura cinese, dove sussiste un federalismo de-facto e non-democratico, giova al governo centrale proprio per il fatto che lo costringe a intervenire per ristabilire l’ordine e il coordinamento. Nel contesto italiano, invece, la confusa e contestata relazione tra centro e enti locali, unita a problemi di tipo culturale e politico, va a intaccare il ruolo del governo nazionale in simili situazioni. Queste si presentano come opportunità per i governi locali di ritagliarsi sfere di potere aggiuntive, e di addossare le colpe sul centro. Non disponendo della legittimità ideologica e pratica, Roma non riesce a scavalcare il “campanilismo” e gli interessi trasversali. Questa incapacità è resa molto più evidente durante simili emergenze.

In Cina, Xi Jinping sembra voler giocare la carta della tradizione politica in questa battaglia sanitaria. Come Hu Jintao prima di lui, ha lanciato una mobilitazione generale in linea con gli standard del partito, galvanizzando la popolazione con la costruzione di vari ospedali in tempi record.

Questa volta, però, lo strumento ideologico principale sembra essere quello del nazionalismo, contrariamente al caso SARS in cui si percepiva quello stile e quel linguaggio riconducibile alla lotta marxista di Mao. Quella di Xi è la decisa risposta di una nazione che è all’avanguardia nell’ingegneria e che non si scoraggia di fronte a nulla. L’emergenza Covid-19, insomma, cavalca l’onda di un nazionalismo cinese che sembra essere alla base di una nuova strategia legittimante del partito.

1 Le incognite che Xi e il partito dovranno affrontare dopo questa tempesta saranno principalmente due.La prima riguarda proprio la struttura politica di un regime che, per la seconda volta, dimostra di non tollerare la trasparenza, cadendo nella sua stessa trappola. La storia del partito comunista attribuisce grande importanza all’atto dell’autocritica (自我批评 ziwo piping), un atto che sembrava estinto ma di cui lo stesso Xi s’è fatto rinnovato promotore. In che modo sarà fatta autocritica dall’attuale governo in merito a quanto è successo? Sarà accettata dalla popolazione, o il fatto che si siano ripetuti gli stessi errori di vent’anni fa sarà motivo di disillusione?

In particolare, bisognerà vedere se ci questa crisi risulterà in un controllo più stringente dall’alto o se sarà stata un’occasione per comprendere la necessità di una maggiore responsabilità verso il basso, verso i cittadini. La risposta più plausibile sembra essere la prima. Visti i precedenti di Xi Jinping, questa crisi potrà servirgli come scusa per rafforzare la disciplina di partito e il controllo centrale sulle province. Come ha spesso ripetuto nel corso dell’emergenza, le priorità assolute rimangono l’ordine e l’armonia, due termini ideologici che si traducono in maggiore intervento statale e dottrinale. Xi ha sempre cercato di rivangare il passato del partito e riadattare usi e costumi maoisti. La risposta concentrata a Covid-19 potrebbe avergli dato un ulteriore motivo e occasione per farlo.

Durante una recente conversazione, un mio conoscente cinese m’ha chiesto se fosse normale per i leader “occidentali” andare a visitare i luoghi d’origine di un’epidemia. Evidentemente stava riflettendo sulla notizia, molto pubblicizzata fuori dalla Cina, di come Xi non avesse visitato Wuhan personalmente, ma si fosse limitato, dopo una lunga assenza dal pubblico, a recarsi presso un quartiere di Pechino. La sua domanda nascondeva una vena d’incertezza, d’insicurezza riguardo al presidente cinese, quasi che avesse dimostrato la sua fallibilità di fronte al mondo. 

D’altro canto, sempre la stessa persona ha poi subito espresso la sua curiosità sul perché Xi avesse scelto quello specifico quartiere di Pechino. Come m’ha spiegato, ogni mossa di Xi contiene un altissimo potenziale di segnalazione strategica. Una sua visita a una località nella meno sviluppata Cina occidentale poco tempo fa ha visto un’improvvisa impennata di investimenti nella zona. Il segretario del Pcc mantiene dunque quel potere e quell’aurea per i quali ogni sua azione rimane estremamente significativa. 

2 La seconda incognita è proprio questa: che direzione vorrà prendere Xi e, soprattutto, il partito dopo questa crisi? Come abbiamo visto, le priorità della politica cinese subirono un profondo mutamento dopo SARS nel 2003, con molti osservatori che hanno definito l’epoca di Hu Jintao un “autoritarismo populista”. Da una strenua determinazione a favorire la sola crescita economica negli anni di Deng Xiaoping, s’era poi passati a una più attenta e bilanciata politica dello sviluppo. Xi Jinping ha segnato il suo mandato con la filosofia del China Dream, o Sogno Cinese. L’idea è quella di una Cina più forte, sia all’interno sia all’esterno, che sia all’altezza dei tempi moderni e pronta a competere con le altre potenze. 

Dopo Covid-19, Xi dovrebbe specificare meglio che cosa stia sognando veramente la Cina. Un paese forte e improntato sul futuro non dovrebbe ingolfarsi su storie di medici costretti al silenzio, avvisi arrivati troppo tardi, informazioni contraffatte e strutture atrofiche. SARS sembrava aver dato una lezione da ricordare alla politica cinese: non ignorare il popolo. Qualunque sia la direzione onirica che abbia intenzione di dare Xi alla Cina, è bene che inizi a mettere ospedali e trasparenza di fronte a portaerei e isole nel Mar Meridionale.

Covid-19. Che traiettorie per la Cina di Xi? ultima modifica: 2020-02-29T18:37:16+01:00 da NICCOLÒ FANTINI

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