Fino all’ultimo giorno, poeta, rivoluzionario e sacerdote

Ernesto Cardenal è morto ieri all’età di novantacinque anni. Il regime, che l’aveva fatto oggetto d’infinite persecuzioni dal ritorno al potere di Ortega nel 2007, non ha potuto evitare di decretare tre giorni di lutto e in una nota ufficiale lo chiama fratello.
scritto da CLAUDIO MADRICARDO
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Con la morte di Ernesto Cardenal, perdo un fratello maggiore, un amico affettuoso e un vicino di molti anni, una guida morale, un modello letterario, e con lui se ne va una parte essenziale della mia stessa storia.

Così ha twittato, appresa la notizia del decesso, il premio Cervantes Sergio Ramírez, ex vice di Daniel Ortega. Meglio non poteva esprimere il grande dolore di un intero paese, che rimane innanzitutto una terra di poeti.

Apprezzo Ernesto in primo luogo per il suo dono d’innovazione. Ci sono molti buoni poeti che non riescono a creare una scuola, e ciò non toglie peso alla loro voce; ma Cardenal dal principio ha creato una scuola, ha avuto seguaci, ha aperto una breccia nella poesia della lingua.

Questo il giudizio critico espresso in passato dal premio Cervantes Ramírez.

In seguito all’allontanamento politico da parte del poeta, il regime l’aveva fatto oggetto d’infinite persecuzioni dal ritorno al potere di Ortega nel 2007, riuscendo a farlo condannare al pagamento di una somma consistente per danni a un’ex collaboratrice, e gli aveva congelato i conti bancari. Misure che non l’avevano costretto al silenzio, se allo scoppio della rivolta contro la dittatura orteguista nell’aprile del 2018, aveva accusato il presidente di crimini contro l’umanità per la feroce repressione delle manifestazioni popolari. Lo stesso presidente che aveva servito come ministro della cultura nel primo governo sandinista, e del quale, da tempo, subiva la persecuzione. 

Ieri il regime non ha potuto evitare di decretare tre giorni di lutto e in una nota ufficiale lo chiama fratello, confessando di ammirarlo profondamente. Il comunicato, in cui si riconosce la mano della vicepresidente Rosario Murillo, forse con un ultimo accento di perfidia, sbaglia sul premio assegnatogli in vita, attribuendogli il Cervantes al posto dell’altrettanto ambito Reina Sofía de Poesía Iberoamericana. Ottenuto da Ernesto nel 2012. 

Ernesto Cardenal Martínez è morto ieri all’età di novantacinque anni per problemi cardiaci uniti a insufficienza renale, dopo aver passato le ultime settimane in ospedale, ed essere guarito insperabilmente per pochi giorni. Dal quel momentaneo ristabilirsi, aveva anche ricevuto nuova forza e speranza necessarie ad annunciare di voler far uscire un nuovo libro. 

Ora, ebbe modo di dire all’indomani dello scoppio della protesta nel 2018, all’improvviso in tutto il paese i giovani si sono sollevati a protestare, occupando le strade. Una cosa insperabile, perché la gioventù sembrava addormentata, o che le fosse caduta sopra una pietra tombale. Mio fratello (Fernando, gesuita, ex ministro dell’Educazione del primo governo sandinista, morto nel 2016 n.d.r.) lo avrà visto ora dall’eternità. Il Nicaragua è risuscitato ovunque.

Combattente fino all’ultimo per la libertà, ha dedicato il Premio Mario Benedetti a Álvaro Conrado, un quindicenne morto durante le proteste. 

La mia poesia ha un impegno sociale e politico, per dir meglio, rivoluzionario. Sono stato poeta, sacerdote e rivoluzionario,

ha dichiarato. A quell’impegno, preso tanto tempo fa, è stato fedele fino all’ultimo, lui che era nato da una famiglia benestante di commerciati nella conservatrice e coloniale Granada, nella Casa de los Leones sulla piazza centrale a due passi dalla cattedrale. In una famiglia che seppe assecondare la sua vocazione, e che gli permise di studiare letteratura in Messico, in Europa e in nord America, e che non si oppose alla sua scelta a ventidue anni di entrare in un monastero trappista. Necessitato a esprimere il suo profondo amore cristiano che mai è stato disgiunto dal rifiuto delle ingiustizie, delle sofferenze e dell’oppressione dei più deboli. Una scelta che lo avrebbe portato a essere uno dei più importanti esponenti della Teologia della Liberazione. 

 Nel marzo del 1983, nel corso della sua visita in Nicaragua, papa Giovanni Paolo II invitò pubblicamente Cardenal a dimettersi: essendosi rifiutato, fu sospeso a divinis. Nel 2014 papa Francesco revocò la sospensione.

C’è una foto entrata nella Storia, che ritrae papa Giovanni Paolo II all’aeroporto di Managua mentre con il dito ammonisce severamente Ernesto, inginocchiato, il viso sorridente incorniciato dalla sua bianca e fluente capigliatura, con l’eterno basco nero poggiato sul ginocchio. Mentre Ortega, allora presidente, occhiali scuri, guarda la scena. Nulla meglio può raccontarci del disappunto che la scelta di Ernesto di far parte della rivoluzione sandinista aveva scatenato nel pontefice venuto da oltre cortina, e che solo pochi mesi dopo lo avrebbe sospeso a divinis, condanna destinata a durare per trentacinque anni fino alla revoca di Francesco del febbraio 2019. 

Lei deve regolarizzare la sua situazione [racconta nella sua autobiografia avergli detto il papa] e poiché non risposi nulla, tornò a ripetere il brusco ammonimento. Mentre la scena veniva ripresa da tutte le telecamere del mondo.

All’appoggio alla guerriglia era giunto dopo aver fondato la comunità di artisti e pescatori di Solentiname sul Gran Lago de Nicaragua, divenuta famosa in tutto il mondo, luogo di pellegrinaggio dei suoi lettori, nella cui chiesa gli sarà dato l’estremo saluto.  Cardenal ne aveva aperto le porte agli oppositori della quarantennale dittatura dei Somoza, solo un anno dopo aver preso i voti. 

 All’inizio, ha raccontato Cardenal nel 2007 a BBC, avevo detto ai leader guerriglieri che ero d’accordo con i loro obiettivi ma non con i loro metodi, ma davanti alla dittatura di Somoza, l’unica via possibile era la lotta armata.

Trionfata la rivoluzione, aveva dato alle stampe Canto Nacional.

Nicaragua senza Guardia nazionale, vedo il nuovo giorno! Una terra senza terrore. Senza tirannia dinastica,

aveva scritto. Una speranza disattesa nel corso degli anni, che è stata capace di trasformare un esperimento politico libertario che aveva attirato l’attenzione del mondo in un regime concentrazionario. 

Con il venire dei nodi al pettine, Cardenal s’era allontanato dal Fronte Sandinista, com’è del resto accaduto a molti che dalla prima ora ne fecero parte, opponendosi al regime famigliare di Daniel Ortega. Diventando presto, per il suo prestigio anche internazionale, una delle coscienze critiche del paese.

Di Francesco ebbe recentemente a dire:

mi sento identificato con questo nuovo papa. È meglio di come avremmo potuto sognarlo.

Grazie al suo perdono e alla conseguente riammissione alla somministrazione dei sacramenti, Ernesto ha tenuto fede all’impegno. Riuscendo a essere fino all’ultimo giorno, poeta, rivoluzionario e sacerdote. 

Questa sarà la mia vendetta:
Possa un giorno raggiungere le tue mani
il libro di un famoso poeta
e leggere queste righe
che l’autore ha scritto
per te e tu non lo sai.

Fino all’ultimo giorno, poeta, rivoluzionario e sacerdote ultima modifica: 2020-03-02T15:56:11+01:00 da CLAUDIO MADRICARDO

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