Macron sfida il “separatismo” islamista

Con l’avvicinarsi delle elezioni amministrative - e con lo sguardo alle elezioni presidenziali - il presidente francese cerca di mettere in difficoltà la destra moderata e di non lasciare spazio a Le Pen.
scritto da MARCO MICHIELI
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[PARIGI]

Emmanuel Macron si è dato un obiettivo: eliminare la minaccia del separatismo. Non si tratta di pericolose richieste indipendentiste o autonomiste di alcune regioni francesi. Bensì di affrontare la problematica presenza in territorio francese dell’islam politico. “Separatismo” è in realtà il nuovo termine con cui il movimento politico del presidente francese ha ribattezzato il più discusso termine “comunitarismo”.

La scelta di utilizzare il termine “separatismo” è parte di una strategia di comunicazione che guarda alle presidenziali del 2022. Una campagna elettorale che molti pensano sarà giocata su due temi: l’ambiente e la sicurezza. E sulla sicurezza il presidente non vuole farsi incastrare tra le posizioni estreme di Marine Le Pen e quelle “buoniste” della sinistra.

Pertanto, meglio non utilizzare il termine “comunitarismo”: troppo utilizzato per descrivere più in generale i rapporti tra islam e République. Il termine “separatismo” invece indica una “manipolazione del fatto religioso, in contraddizione con le regole della République».

A Mulhouse, quindi, qualche giorno fa, Macron ha delineato la strategia del suo governo in relazione al separatismo praticato dall’islam politico. Lo ha fatto in uno dei quartieri che il governo ha individuato come territori di “riconquista repubblicana”. Sono quei territori in cui il rischio di diffusione del radicalismo politico islamico sarebbe più accentuato. E quelli in cui si susseguono episodi che alimentano le polemiche politiche quotidiane: dal rifiuto di farsi curare da un medico donna all’assegnazione di certificati di verginità, dalle polemiche sul velo delle donne che accompagnano i figli a scuola alla presenza di liste “comunitariste” alle elezioni locali.

È in questi quartieri che lo stato ha usato anche leggi controverse che permettono la chiusura dei luoghi di culto, se in questi si diffondono idee o teorie che incitano alla violenza o alla discriminazione.

A Mulhouse Emmanuel Macron si è recato in visita in uno dei quartieri di “riconquista repubblicana”

Nel suo discorso Macron ha detto che: 

Nella République non c’è posto per l’islam politico […] possiamo avere delle comunità o un’identità in più, una corrente di pensiero, una religione, delle origini […] ma non lascerò che nessun paese straniero fomenti sul suolo della République un separatismo religioso, politico o identitario.

Governo e parlamento dovranno quindi intervenire sulla formazione degli imam francesi, sui finanziamenti stranieri dei luoghi di culto e sull’istruzione pubblica.

Proposte che hanno sollevato qualche dubbio. Innanzitutto da parte della comunità musulmana francese.

Mohammed Moussaoui, presidente del Consiglio francese del culto musulmano (Conseil français du culte musulman, Cfcm), ha criticato questo nuovo tentativo di strumentalizzare, “nel nome del gioco politico”, l’islam francese. E soprattutto i quartieri più problematici delle grandi città dell’Esagono. Ma qualche critica è arrivata anche dall’ala sinistra del partito del presidente della repubblica.

In realtà però è un tema che divide i partiti politici al di là delle tradizionali divisioni ideologiche. Anche nella stampa sono apparse voci contrastanti. Laurent Joffrin, ad esempio, su Libération sostiene l’intervento di Macron, visto che:

[…] alcune correnti dell’islam politico – come i Fratelli musulmani o i salafiti – predicano valori contrari allo spirito repubblicano e che certi propagandisti cercano di far passare i loro principi arcaici al di sopra delle leggi della République.

Che cosa ha proposto in concreto Macron? In primo luogo la soppressione dell’insegnamento della lingua e della cultura di origine. Dal 1977 infatti ai figli di genitori immigrati in Francia è consentito seguire dei corsi di lingua facoltativi all’interno delle scuole pubbliche. E ogni anno circa 80.000 studenti seguono questi corsi che sono forniti da insegnanti designati dai governi di altri paesi.

Il presidente desidera che quest’insegnamento sia sostituito con l’insegnamento internazionale della lingua straniera poiché

[…] sempre più spesso questi insegnanti non parlano il francese e il ministero non ha alcun controllo sul programma che questi insegnano.

Non è la prima volta che l’insegnamento della lingua e della cultura di origine è al centro dell’interesse della politica. Più volte accusato di favorire il proselitismo di idee radicali, nel 2016 Najat Vallaud-Belkacem, ministra socialista all’istruzione con Hollande, aveva cercato di intervenire, senza successo.

Circa 300 dei 600 imam presenti in Francia sono scelti e retribuiti da Algeria, Marocco e Turchia

Oggi la situazione è diversa. Macron ha detto che sono stati raggiunti accordi con nove paesi (Algeria, Marocco, Tunisia, Turchia, Portogallo, Italia, Spagna, Serbia e Croazia). Gli insegnanti dovranno tutti parlare francese e dovrà essere assicurato un controllo sul programma d’insegnamento.

Tutti i nove paesi hanno accettato la condizioni poste, salvo la Turchia.

Se la Turchia prosegue col suo rifiuto – ha detto Macron – sarà lo stato francese ad occuparsi dell’insegnamento.

Un’altra delle misure annunciate punta a bloccare l’invio di imam da parte di paesi stranieri. Spetterà al Conseil français du culte musulman la scelta delle modalità di formazione degli imam francesi. Vi sarà una sorta di abilitazione nazionale alla funzione di imam e di predicatore. 

Per raggiungere questo obiettivo però le complicazioni sembrano esser molte. Il Conseil français du culte musulman non gode di enorme stima nella rete delle comunità musulmane francesi. Inoltre il rischio è la moltiplicazione dei centri di formazione dipendenti dalle varie correnti religiose all’interno del mondo musulmano.

E in alcuni casi, molti dubitano che possa essere una misura efficace. Una delle associazioni musulmane più importanti e più antiche è il braccio francese dei Fratelli musulmani, oggi Musulmans de France, tra quelli accusati di fomentare il “separatismo”.

La dichiarazione di Macron è stata accolta con sorpresa. Ad oggi esistono accordi con tre paesi – Algeria, Marocco e Turchia – che inviano direttamente gli imam in Francia. E che li retribuiscono, per una durata di soggiorno di cinque anni. Un modo per i paesi di origine di mantenere un legame con le comunità in Francia. E per esercitare essi stessi una forma di controllo.

Attualmente gli imam che ricadono in questa categoria sono circa 300, la metà dei 600 imam presenti in Francia. Gli altri sono pagati direttamente dalle comunità dei fedeli.

Infine tra le misure previste vi è il rinforzo del controllo dei finanziamenti stranieri dei luoghi di culto, per poter bloccare progetti sospetti. Macron vorrebbe sapere esattamente chi riceve i fondi e come vengono utilizzati. 

L’aspetto politico dell’operazione di Macron è chiaro. La destra moderata e quella lepenista lo stanno mettendo in difficoltà sui temi identitari. Il presidente della repubblica non può perdere parte dei voti della destra moderata che l’anno scorso sono stati determinanti alle elezioni europee. E soprattutto non può lasciare spazio libero a Marine Le Pen su un tema così delicato.

Non è un caso che il presidente abbia ripreso la formula dell’appello di cento intellettuali contro il separatismo islamista, lanciato qualche anno fa dalle pagine del quotidiano conservatore Le Figaro.

Così facendo Macron ha spinto Les Républicains, il partito di Nicolas Sarkozy, ancora un po’ più a destra, dove di spazio non ce n’è, vista l’ingombrante presenza di Marine Le Pen.

Emmanuel Macron durante uno degli eventi organizzati in onore della sua visita a Mulhouse

La destra moderata infatti per contrastare le proposte di Macron ha proposto disegni di legge ancora più duri. E soprattutto che puntano a modificare la costituzione francese. Secondo il disegno di legge della destra moderata si dovrebbe aggiungere una riga all’articolo uno che afferma:

Nessun individuo o nessun gruppo può farsi forza della propria origine o delle propria religione per sottrarsi alle regole comuni.

La seconda proposta invece punta a modificare l’articolo quattro. In questo caso l’idea è quella di aggiungere il principio della “laicità” a quello della sovranità nazionale e della democrazia, principi ai quali tutti i partiti politici francesi sono tenuti a conformarsi. Una modifica che potrebbe portare allo scioglimento di qualsiasi formazione politica che non vi si dovesse adeguare.

Il problema per Macron potrebbe arrivare da sinistra. Anche se ha ricevuto qualche sostegno importante e non scontato. Come detto, Laurent Joffrin, storico direttore di Libèration, ha espresso il proprio sostegno alle proposte del presidente della repubblica:

Il presidente ha tenuto un saggio equilibrio, stigmatizzando l’integralismo, ma dispensando benevolenza e tolleranza verso i nostri compatrioti musulmani.

E sulle accuse di lanciare segnali alla destra, Joffrin replica:

Può darsi. Ma Emmanuel Macron ha voluto dimostrare che rifiuta qualsiasi negazione del fenomeno. E ha dettagliato delle misure di riconquista repubblicana. Le misure proposte inoltre non sono poi così differenti da quelle che potrebbe promuovere una sinistra laica.

Probabilmente il presidente pensa che alle prossime elezioni al ballottaggio i francesi dovranno scegliere tra rinnovare il suo mandato o Marine Le Pen.

E al ballottaggio il richiamo alla “diga repubblicana” contro l’estrema destra potrebbe portargli quei voti dalla sinistra che magari potrebbero mancare al primo turno. E che nel 2017 gli avevano consentito di arrivare alla presidenza. 

Una flessibilità ideologica che potrebbe aiutare Macron a restare a galla. Salvo che proteste e scontento non spingano molti a sinistra a disertare le urne in occasione di un secondo turno. Ma in quel caso sarebbe tutta un’altra storia. Anche per l’Europa.

Macron sfida il “separatismo” islamista ultima modifica: 2020-03-02T16:40:58+01:00 da MARCO MICHIELI

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