Di che pasta è fatta la nostra Storia

Per un percorso ragionato di lettura. E di scoperta. Di uno degli alimenti più emblematici della cultura del cibo napoletano, e italiano.
scritto da GIANFRANCO NAPPI
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C’è una storia interessante in un interessante modo di fare storia che ne allarga i confini, gli interessi, le chiavi di lettura. La storia interessante è quella di come i napoletani siano diventati “mangiamaccheroni”. I tentativi, più o meno riusciti, di darne conto sono stati nel tempo diversi. Uno dei più singolari e significativi, con il suo modo di “farla” questa storia, è stato sicuramente quello di Emilio Sereni.

Singolare personaggio intanto proprio Emilio Sereni. Ultimo di quattro figli di una famiglia di intellettualità ebraica, nasce nel 1907. Ricercatore dell’Istituto superiore agrario di Portici; comunista e antifascista; più volte arrestato e condannato a morte nel 1944 riuscirà a fuggire dal carcere di Torino grazie alla moglie Xenia; esponente del Clnai; ministro nei governi di unità nazionale dell’immediato dopoguerra; deputato dal 1946 fino agli inizi degli anni Settanta; uomo dai mille interessi culturali, parlava correntemente almeno cinque lingue, ha lasciato un archivio di oltre cinquantamila notazioni, commenti su saggi e libri letti mentre ha scritto di suo oltre mille pubblicazioni.

Ebbene, si deve proprio a lui una delle più originali letture dell’affermazione del primato di Napoli come capitale della pasta, edita per la prima volta nel 1958 su tre numeri di Cronache Meridionali, la rivista che raccoglieva il pensiero meridionalista di sinistra, ad opera di Gaetano Macchiaroli e diretta agli inizi da Mario Alicata, Giorgio Amendola e Francesco De Martino. 

Originale perché Sereni ricostruisce il passaggio a “mangiamaccheroni”, non attraverso le fonti statistiche e documentali, proprie del lavoro classico dello storico. No, egli usa anche queste ovviamente, ma s’avvale primariamente delle fonti “indirette” e, specificamente, di quelle letterarie.

E così, la narrazione di un passaggio così importante nella vicenda dei napoletani, che tanto peso ha ancora oggi e che da essi si è riverberato, POSITIVAMENTE, sull’intero Paese (sono gli italiani a essere identificati nel mondo ormai come “mangiamaccheroni” e i “maccheroni” muovono un’economia che vale qualcosa come cinque miliardi di euro all’anno, un quarto di tutta al pasta consumata nel mondo la produciamo noi e di questo quarto un quota rilevante viene proprio dall’area napoletana e dal Mezzogiorno ), diventa in primo luogo una sorta di vera e propria storia della letteratura, si potrebbe dire. 

Così come infatti Sereni nella sua fondamentale opera, Storia del paesaggio agrario, s’era affidato primariamente alla lettura critica di opere d’arte (quadri, affreschi, mosaici…), e riuscì a cogliere dal mutare di sfondi e contesti esterni al centro delle opere, lungo un arco di tempo di diversi secoli, il mutare delle coltivazioni, delle varietà arboree, delle stesse tecniche agricole… così, invece, per quanto riguarda la pasta, è leggendo criticamente le opere della letteratura italiana, anche in questo caso lungo l’arco di diversi secoli, che egli è riuscito a cogliere il passaggio da una fase all’altra e ci ha offerto una raccolta antologica di testi e citazioni di grande curiosità e valore culturale.

Quindi, intanto, i napoletani non nascono “mangiamaccheroni”, lo diventano in un’epoca precisa e secondo circostanze altrettanto determinate che, appunto, Emilio Sereni ricostruisce con dovizia di particolari.

Intanto, già qui vale una considerazione di premessa. È in questa capacità dei napoletani non essendo di diventare, nel campo agroalimentare e gastronomico massimamente, che risiede anche la forza straordinaria e perfino quella ricchezza culturale che ne fanno una delle realtà più ricercate al mondo.

A controprova, se in campo alimentare e gastronomico, possiamo parlare di primato, questo vuol dire che la forza non viene dall’essere sempre uguali a se stessi, dalle identità culinarie e agronomiche innalzate come vessilli escludenti, ma dalla capacità di fondere, di mescolare, di esaltare diversità e apporti in nuove sintesi che proprio perché espressione di più contributi, risultano più capaci di penetrare gusti ed epoche. 

Insomma, anche in questo campo, non è la purezza di sangue che fa premio, ma invece l’apertura.

È questo che ti consente non essendo di diventare

E si ritrova in ciò anche l’interesse e il fascino delle culture gastronomiche mediterranee e napoletane nello specifico: tra le più cercate e apprezzate proprio perché in esse si sono fusi in modo assolutamente originale apporti e storie tante e tali da farne un unicum.

Ci sovvengono in questa direzione studi e riflessioni di grande respiro, come quelle di Piero Bevilacqua e dello stesso Vito Teti.

E non meno significativo in questa direzione è l’ultimo contributo di uno dei massimi storici dell’alimentazione del nostro paese, Massimo Montanar, che, nel suo appena edito, Il mito delle origini. Breve storia degli spaghetti al pomodoro, Laterza 2019, invita a guardarsi dalle origini mitizzate e assolutizzate, peraltro proprio parlando di pasta:

Più numerosi e interessanti sono gli incontri, più ricchi saranno i risultati, più forte e robusta la pianta. In questo modo avrà costruito la propria identità, che, come ogni prodotto della storia, è viva e mutevole. Viva in quanto mutevole – “ il moto è causa d’ogni vita” è il celebre aforisma di Leonardo.” 

1 La Rivoluzione alimentare a Napoli. Lo straordinario contributo di Emilio Sereni.

È intorno al terzo decennio del 1630 che Sereni fa risalire quella che egli stesso definisce “una vera e propria rivoluzione nell’alimentazione delle popolazioni meridionali che ha fatto di Napoli la capitale dei maccheroni”. 

I napoletani, prima, vedono nella loro alimentazione il primato deciso della “foglia”, che a sua volta non indica genericamente verdura e ortaggi ma invece brassica, i cavoli nelle loro multiformi espressioni. È del 1592 il Villae libri XII di Giovan Battista Della Porta, pubblicato a Francoforte,

che sull’orticoltura dell’epoca ci offre una ricca messe di informazioni… “Se offert omnium prima brassica, cuius a vino, atque messe tertius est hic Neapolitanis fructus…” Alla brassica, dunque, al cavolo…il Della Porta attribuisce la parte fondamentale ( subito dopo il pane e il vino ) nell’alimentazione dei napoletani del suo tempo…

E così, per una Napoli vista da fuori, Luigi Pulci, poeta fiorentino, in un sonetto dedicato a Lorenzo il Magnifico, ha modo di sintetizzare le sue “scoperte” dopo la visita a Napoli nel 1471:

quel che importa più. Broccolo assai… perch’ivi sempre verdeggi fra cavoli torzuti e foglia molla e fra que’ gran signor de’ sette seggi…”. E ancora un altro autore seicentesco che intitola la sua opera Contrasto curioso tra Venezia e Napoli ha modo di dire che : “ …Napoli, ti che sei sì ricco e pieno di broccoli, di foglia e petrosino…”. 

Ma a comporre questo quadro di napoletani mangiafoglie sono direttamente anche gli autori napoletani stessi che con dovizia di opere forniscono un vero e proprio affresco d’epoca.

Qui i “reperti” che Sereni porta a sostegno della sua tesi sono tantissimi. Nel poemetto Micco Passaro di Giulio Cesare Cortese, degli inizi del Settecento:

…Napole mio, dica chi voglia, non sì Napole cchiù, si non aie la foglia…”. E Sgruttendio nella canzone interamente dedicata alla foglia , Li Spanfie de la Foglia, degli inizi del 1600, lamentendone la mancanza… chello che me dà cchiù pena e doglia la pignata de vruoccole e de la foglia…

E il Gian Battista Basile in una delle novelle de Il Cunto de li cunti: “…mme parto per sare sempre vidolo de le ppignate mmaretate; io sfratto do sto bello casale, torze mije ve lasso dereto…”. 

Potremmo continuare, amplissima e gustosa è la ricchezza di ricostruzioni e citazioni che ci offre Sereni. 

L’ultima di Basile c’introduce a un’ulteriore precisazione sui caratteri dell’alimentazione dei napoletani dell’epoca. Ci si presenta la foglia abbinata alla carne in quel pignato maritato quintessenza della gastronomia napoletana: tra Quattro e Cinquecento l’unione tra carne e foglia rappresenta il completamento dell’alimentazione napoletana, e anche la sua ricchezza. E avvalendosi, in questo caso sì, della statistica Sereni dà conto del fatto che a Napoli nel 1536 si mattassero, pro capite, più animali (tra bovini, suini, ovini, pollame…), che nel 1931.

2 La letteratura come cartina di tornasole

Foglia e carne dunque. I mangiafoglie sono anche mangiacarne. Ma non ancora mangiamaccheroni. Anzi, i mangiamaccheroni sono altri. Nella commedia La vedova, di Giambattista Cini, pubblicata a Firenze nel 1569, si contrastano il siciliano Fiacavento e il gentiluomo napoletano Cola Francisco. Così Fiacavento definisce il rivale:

nu curnutu capruni napulitanu, manghiafogghia…”. In termini offensivi dunque il siciliano imputa al napoletano di essere mangiafoglia. E sentite come il napoletano gli risponde : “Oh, te stai loco? E che pienzi parlare, sicilianello, con qualche pezziente parituo? Va, va, mangiamaccheroni!”… 

Siamo nella seconda metà del 1500 e il napoletano non trova offesa più grande per il siciliano che definirlo mangiamaccheroni…

Ma è proprio intorno al 1630 che la scena cambia decisamente. Ed è da lì che il “maccherone” comincia a farsi spazio nella dieta dei napoletani. Non è che prima non fosse presente, soprattutto sulle tavole della nobiltà e nei momenti di festa: maccheroni e zucchero, un dolce praticamente.

Una prammatica della Napoli aragonese, del 1509, ce lo conferma prescrivendo che:

…Item che quando la farina saglie per guerra, o carestia, o per indispositione de stagione de cinque carlini in su el tumulo non si debiano fare taralli, susamielli, ceppule, Maccarune, Trii vermicelli, ne altra cosa de pasta excepto in caso di necessità de malati… 

Dal che si ricava che la pasta è ancora un genere voluttuario, tanto che se ne deve fare a meno nei momenti di difficoltà.

E in questa fase Napoli più che produrla, la importa la pasta: dalla Sardegna, da Genova, dalla Sicilia.

Non è qui conto riproporre la storia, che pure Sereni compie con dovizia di particolari, della differenza con la pasta, delle lasagne, in Emilia, e delle lagane, al Sud, paste fresche presenti da tempo immemore: Grecia, Magna Grecia, Roma…

No, da quel tornante dei primi decenni del 1600 cambia qualcosa nel profondo della vicenda napoletana: e sono i pesanti effetti del combinarsi di una crescita urbanistica della città e di un fenomeno di spoliazione determinato dal Vicereame spagnolo.

Si narra che Don Ramiro Gusman duca di Medina, Vicerè di Napoli dal 1637 al 1644, accusato dal Re di esigere troppo poco dalle popolazioni locali per i fabbisogni dell’Impero,

si vantasse cinicamente di aver lasciato, anzi, il Viceregno stesso in condizioni tali, che quattro famiglie, messe insieme le loro forze, non sarebbero riuscite a fare un pignato maritato… 

Un’iperbole, se si vuole, che però testimonia, fosse anche solo come “racconto”, di una temperie e di un clima che parla di una città che, perduta l’autonomia, si trova esposta agli effetti della “dipendenza” e di una crescita di popolazione sempre più forte. 

Da un lato, la foglia deve venire da località sempre più lontane per la parte di terreno coltivabile sacrificato alla crescita urbana che si traduce anche nella crescita di una plebe ondeggiante ed esigente che preme sul potere politico ed è da essa spesso “usata” nello scontro tra i potenti del Viceregno, dall’altro la città deve vivere una condizione pesante sul piano economico tale da rendere più difficili quei consumi carnei che precedentemente la caratterizzavano.

Si apre una grande questione di “adeguatezza” dell’alimentazione delle masse popolari napoletane.

E la tesi di Sereni incontra proprio questa esigenza. Egli sostiene infatti che, grazie all’introduzione di due innovazioni tecnologiche che nascono nell’ambiente napoletano, la gramola, macchina che serve per preparare l’impasto della semola, e soprattutto l’ingegno, il torchio, attraverso cui l’impasto viene estruso e, attraverso terminali appositamente allestiti, prende le più diverse forme, la pasta, essiccata al sole, ricca di carboidrati e proteine vegetali, diventa progressivamente l’alimento base dei napoletani. Sempre più spesso unito al formaggio che a sua volta assicura l’apporto di grassi e proteine animali altrimenti mancanti. 

Oggetto ancora misterioso è invece il pomodoro che è ben distante dal matrimonio con la pasta, anzi è ancora, a questo tempo, lontano dall’affacciarsi in cucina, “immigrato clandestino” considerato pericoloso, confinato nei laboratori degli speziali ma sconosciuto alle tavole dove comincerà ad affermarsi solo nella fine del Settecento per cominciare invece a unirsi con le paste più verso l’Ottocento addirittura: che avrebbe potuto immaginare che poi questo rosso immigrato sarebbe diventato il simbolo stesso della napoletanità unito a pasta, pizza e alla carne nel ragù? Ancora, dunque, una sperimentazione, un’innovazione, una mescolanza, una capacità, non essendo, di diventare.

La pasta s’afferma pertanto come piatto ricco dal punto di vista alimentare, facilmente conservabile e trasportabile, con il costo di produzione abbattuto proprio in virtù dell’applicazione delle innovazioni descritte e soddisfa l’esigenza alimentare delle masse popolari, e povere.

Dall’artigianato puro si passa così nella produzione della pasta alla manifattura organica che si sviluppa nella città di Napoli ma dove poi, forse anche per il vincolo che le corporazioni dei vermicellari prima e dei maccaronari poi riescono a imporre per limitare a fini concorrenziali l’espansione a nuovi trasformatori, prende soprattutto la via dei Comuni costieri, di Portici, di Resina, di Torre Annunziata, di Gragnano, della Costiera Amalfitana, dove spicca Minori come importante centro produttivo.

E, ancora una volta, testimonianza di questo processo ci viene dalla letteratura di cui anche in questo caso, Sereni presenta abbonandanza di riferimenti a partire dalla metà del Seicento. E quello Sgruttendio che pochi decenni prima aveva inneggiato a Li Spanfi de la foglia ora compone Le Laude de li Maccarune:

ch’io già canto, lo gran spanto, de lo bello Maccarone. Si ve trovo, che gran gusto me ne piglio: si ve ghiotto, me n’abbotto, de dolcezza me squaquiglio

E Giulio Cesare Cortese ne La Rosa, prima opera teatrale in napoletano del 1621:

Tu sì felice, e puro te lamiente? N’avè paura niente, t’è caduto lo ccaso ncoppa li maccarune…,

aggiorna il detto che già Giordano Bruno aveva riproposto per la fase immediatamente precedente a quella dell’affermazione dei maccheroni nell’Argumento del suo Candelaio dove : “…gli cascò il lasagno dentr’al formaggio…”.

E si coltiva nella letteratura, in coerenza con l’ipotesi dello stesso Sereni, una certa insofferenza verso lo spagnolo. È il caro di Pulcinella, nella Lucilla costante del Fiorillo, appena dopo il 1630 dove la maschera napoletana dichiara che:

…me ne vorria tornare a la casa de la signora Lucilla a magnarme lo riesto de cierte maccarune, che aggio lassato… [rincorrendo il Capitano Matamoros, che gli ha rapito la sua bella, egli gli grida appresso infuriato]: Ah spagnuolo, nemico delli maccarune! [ove quest’ultima espressione sembra già usata, proprio nel senso di] “nemico dei Napoletani”….

Nei fatti Emilio Sereni ci ha regalato un vero libro di Storia. Una Storia dove il ripercorrere i mutamenti delle pratiche alimentari ci restituisce una capacità di lettura di dinamiche più ampie, economiche, sociali, della tecnologia, geopolitiche perfino. 

E così Sereni ci accompagna con il suo saggio nel profondo di una storia, quella di Napoli, grande e contraddittoria capitale europea, facendola rivivere a partire da un angolo di visuale particolare: quello dell’alimentazione.

Non sappiamo se Sereni avesse immaginato per il suo lavoro un destino così lungo nel tempo. Quello che invece sappiamo è che gli siamo ancora enormemente grati per averci lasciato un contributo che ci arriva ancora con voce chiara e forte.

3 I lavori sulla pasta e la sua storia. La dimensione sociale del “fare pasta”. Non è mai stato un pranzo di gala. Il contributo di tre Torresi

Amplissima è la letteratura sulla storia che ha accompagnato le trasformazioni sulla e della pasta sia a Napoli sia in tutto il paese.

Tra i lavori degli anni più recenti, si può sottolineare la ricchezza di contributi raccolti nella pubblicazione di Vincenzo Esposito che con il suo La civiltà della pasta. Storie di maccaroni e maccaronari. Dante e Descartes 2016, compie una ricca ricognizione di un dibattito e di testimonianze plurisecolari raccolte in modo “antologico”. Insieme al saggio introduttivo dello stesso Esposito è proprio questo vedere accostati su un unico tema contributi di autori che vanno dal nostro Emilio Sereni a Françoise Sabban, da Erri De Luca a Domenico Rea, da Giuseppe Marotta a Mario Stefanile, a rappresentare un sicuro pregio di questo lavoro.

Un altro contributo di sicuro interesse è quello curato da Antonio Puzzi, Pasta. Le forme del grano, Slow Food Edizioni. 2017, che invece, senza disdegnare anche la ricostruzione di lineamenti di storia, ci offre una panoramica completa sia delle origini del grano, delle sue varietà e dei territori e coltivazioni e, soprattutto, ci accompagna alla scoperta di quel grande giacimento di gusto e di cultura rappresentato dalle mille forme della pasta nelle diverse regioni, nei diversi territori, nelle città della pasta. Una guida ragionata e “raccontata” per quel viaggio nel gusto che davvero può trovare sempre nuovi spunti.

Di sicuro invece non sono altrettanti i lavori che abbiano illuminato, nel farsi dell’industria della pasta, il ruolo del lavoro e dei lavoratori. 

Oggi, per quanto riguarda tutto il periodo del farsi del moderno processo produttivo della pasta, dalla seconda metà dell’Ottocento alle soglie della II Guerra Mondiale, e che ritrova nell’area napoletana e segnatamente a Torre Annunziata e Gragnano i suoi centri propulsivi, tutto sembra avvolto in un’aura di nobiltà, di coraggio, di bellezza di un bel tempo che fu.

Nulla di tutto questo. 

La produzione della pasta, con i diversi spezzoni della sua filiera, era profondamente segnata dagli elementi di sfruttamento e di ingiustizia sociale tipici di quell’epoca.

E non sarà un caso che proprio Torre Annunziata, epicentro del processo produttivo moderno comprensivo anche del suo decisivo aspetto logistico di approvvigionamento, porto e depositi di grano, e molini, sia stata anche al centro dello svilupparsi di una moderna organizzazione, sul finire del XIX secolo, di lotta sociale, di difesa dei diritti e delle condizioni di vita degli operai addetti alla produzione. E sia stata al centro di tensioni e movimenti, scioperi, lotte di classe che hanno spinto in direzione di un miglioramento delle condizioni produttive e della qualità dell’intero processo, dal punto di vista sia tecnologico sia imprenditoriale.

Maria Natale Orsini ha saputo rendere nelle straordinarie pagine dei suoi romanzi, a cominciare da Francesca e Nunziata, il clima, l’aria, i colori, gli odori persino dell’epopea della pasta a Torre Annunziata. Immagini vivide di speranze, tensioni, lotte viste da diverse angolazioni sociali, ma primariamente da quella della famiglia d’impresa e in incrocio con le vicende più generali del paese nell’arco di circa un secolo : dalla metà dell’Ottocento al 1940. 

Protagoniste la pasta, Torre e le sue donne. 

Già nel 1985 un altro Torrese illustre, Michele Prisco aveva saputo cogliere questo elemento del protagonismo delle donne scrivendo : 

Torre l’hanno fatta ricca le donne, le operaie, le mogli degli imprenditori, le sorelle, una grande tempra, un coraggio da felini, e l’hanno distrutta gli uomini, pigri, irresoluti, incapaci di sentire il futuro…

Ha dedicato a questa storia, che poi è anche la storia sua e della sua città, Angelo Abenante, storico rappresentante del movimento sindacale torrese e napoletano, dirigente del Pci, deputato, un lavoro prezioso: Maccaronari. Edito nel 2002 è praticamente introvabile e stiamo lavorando al progetto della sua indispensabile riedizione.

Il sindaco della città, Vincenzo Gambardella, rispondendo al questionario dell’inchiesta agraria dell’onorevole Jacini nel 1877 dichiarava una mortalità infantile del 35 per cento, l’esistenza di un grande numero di analfabeti, un’alimentazione di pane e piante erbacee, abiti ordinariamente di lana ruvida e un solo pasto, alla sera, quando mangiavano una vivanda calda dopo aver fatto colazione di pane a mezzogiorno.

Ed è amplissima la rete industriale a Torre come dà conto un articolo de l’Avanti, del socialista Oddino Morgari nel 1904 : 

Torre Annunziata vive dell’industria delle paste. I grani le giungono dalla Russia su dei piroscafi, trecento lavoratori del porto mettono quei grani a riva; cinquecento mugnai li riducono in semole in quattordici grandi mulini a vapore; ottocento pastai trasformano queste semole in cinquantaquattro pastifici, duecento meccanici, fuochisti e falegnami ne dirigono e riparano le macchine; altrettanti carbonai le forniscono di combustibile dal mare; trecento uomini della carovana di piazza fanno i servizi esterni con carretti a mano; cento carrettieri trasportano le paste a Napoli; cinquanta facchini della ciurma della ferrovia le caricano sui treni

Le più moderne forme di lotta si affermano qui e si fronteggiano con una classe imprenditoriale il più delle volte con pochi scrupoli, espressione di visioni padronali e paternalistiche, spesso capace di “usare” a fini d’ordine contro i lavoratori personaggi della malavita, parte di un blocco sociale retrivo e incapace di promuovere una modernizzazione anche sociale.

Come Abenante puntualmente ci ricostruisce, nel 1862 si costituisce il Comitato Masaniello. Nel 1883 si costituisce la prima Società di mutuo soccorso che nel 1891 si trasforma in Camera del Lavoro, una delle prime e delle più forti del paese. Dal 1901 al 1904 si sviluppano aspre lotte dei lavoratori, fino allo sciopero generale per contrastare le volontà di conculcare anche i più elementari diritti dei lavoratori da parte della classe imprenditoriale.

E proprio intorno a queste lotte si inserisce anche una stampa che prende le parti dei più forti. È il caso de Il Mattino di Eduardo Scarfoglio che sostiene a spada tratta le ragioni degli imprenditori della pasta contro quelle dei lavoratori che anzi la penna sempre ficcante dello Scarfoglio colpisce senza alcuna pietà. 

E non solo di “affinità” ideali dello Scarfoglio si trattava.

Francesco Barbagallo nel suo recente Napoli Belle Epoque ci dà conto di profonde cointeressenze tra pastai e Scarfoglio: 

Dalla preziosa fonte archivistica dei Contratti di società siamo informati sui contributi dei pastai e della SAD. Alfonso Garofalo di Gragnano e i Fratelli Fabbrocino di Torre versarono 15.000 lire ciascuno; 10.000 il torrese Francesco Cirillo; 5000 ciascuno Annibale Fienga di Scafati e Francesco Iennaco di Torre……200.000 lire. Grazie a questi capitali freschi venivano rinnovati completamente lo stabilimento tipografico e le macchine con cui era stampato il giornale .

Così andavano le cose.

4 Omaggio alla Cina. Dove molto ebbe inizio.

In questo tempo così travagliato per un popolo grande e ricco di storia come quello cinese, metafora al tempo stesso, questo travaglio, di come e quanto, nell’epoca della globalizzazione, è solo dalla collaborazione e dalla reciproca apertura e dal reciproco riconoscimento che possono derivare sviluppi positivi per tutti affinando la capacità di risolvere i problemi, voglio dare testimonianza e omaggio.

In un recente viaggio di lavoro che, grazie a Città della Scienza, ho avuto modo di fare lì, visitando i laboratori di archeologia di diverse Università e centri di ricerca di quel paese, in primis a Chengdu, ho trovato traccia diretta di una scoperta di cui i cinesi vanno giustamente orgogliosi: quello che indubitabilmente è il primo piatto di spaghetti del mondo è stato trovato lì, durante gli scavi a Laja, profondo occidente del paese, tra la fine degli anni Novanta e i primi del 2000. Un groviglio di veri e propri spaghetti ritrovati in un’anfora capovolta probabilmente sommersa durante un’inondazione e conservati benissimo. Il piccolo particolare è che si tratta di un ritrovamento che risale a quattromila anni fa. 

In questa sede non importa alimentare dispute sulla sacralità delle origini, da cui poi in fondo siamo partiti in questo percorso di riflessione e di lettura. Si tratterà magari di spaghetti fatti non con farina di frumento ma con farina di miglio. Si tratterà di forme primitive. Si tratterà, si tratterà…ma sono spaghetti.

Non possiamo così che essere grati a loro. Così come probabilmente dovremmo esserlo agli arabi che ne hanno avviato la scoperta e produzione nel Mediterraneo. E poi, certo, e non è poco, noi ci abbiamo messo il nostro. 

E in questo caso, è giusto che così vadano le cose.

Questo articolo appare sull’ultimo numero della rivista su carta InfinitiMondi, che ringraziamo.

Di che pasta è fatta la nostra Storia ultima modifica: 2020-03-03T20:49:11+01:00 da GIANFRANCO NAPPI

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