Il romanzo finale di Ambrogio Lorenzetti spiegato da Chiara Frugoni

In “Paradiso vista Inferno”, come nei suoi precedenti lavori, l’autrice lega magnificamente tra loro storia medievale e storia dell’arte, il cui esito è il riverbero illuminante generato dall’iconografia, che in tal modo diviene la chiave veramente efficace per aprirsi su tutta un’epoca.
scritto da FRANCO MIRACCO
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Il racconto su Ambrogio Lorenzetti, o se si vuole, il viaggio verso Siena per comprendere davvero gli affreschi del Buon Governo e della Tirannide, avendo finalmente saputo vederli, può iniziare a Venezia ai piedi dell’abside di San Giacomo di Rialto, presi dalle cadenze di un latino in uso più o meno attorno all’anno Mille e conservato in un’iscrizione che, dopo essere discesa da una croce, scivola “lungo un nastro di marmo”: una specie di striscia orizzontale per sempre impressa nella pietra a far da Legge in cielo e sulla terra. È in quel punto mitico della storia e della città di Venezia che, probabilmente nel 1877, John Ruskin eccita di molto la propria vanità (spesso insopportabile) di estremista studioso del medioevo veneziano col ritenersi il primo scopritore moderno dell’iscrizione dall’alto ammonitrice sui mercati realtini. Così la traduzione pubblicata nel libro Venezia di Ruskin, edito nel 1901, e che dà voce all’iscrizione:

Sia la tua croce, o Cristo, la vera salvezza di questo luogo. Intorno a questo tempio, sia equa la legge del mercante; i pesi, giusti; i contratti, leali.

Dinanzi a quelle antichissime parole in latino, il teorico del prerinascimento, lo scrittore, il critico d’arte, l’artista dell’acquarello all’inglese nei modi del Grand Tour, in breve Ruskin, s’intigna e si vanta dicendo che alle parole di quel precetto:

nessuno badò più, sin che non capitai io, gironzando, in cerca d’angoli pittoreschi.

A dire il vero, il vate dei Preraffaelliti, che lo ammette, era stato preceduto nella riscoperta di quell’ornamento in lettere latine da Emanuele Antonio Cicogna, storico mai distratto di fronte a iscrizioni e Mariegole (ovvero gli statuti delle Arti veneziane), tra cui quelle dei droghieri, degli orefici e gioiellieri che avevano le loro botteghe a Rialto, al di sotto dell’ammonizione in latino. Un’ammonizione cui ha dato senso e correlazioni storiche decisive e significativamente comparative la storica Chiara Frugoni con alcune sue pubblicazioni, in particolare con L’affare migliore di Enrico e con il recente Paradiso vista Inferno, un libro in progressione perfetta nel Trecento della storia di Siena e nella storia dell’arte più in generale.

L’affare inappagabile di Enrico Scrovegni fu l’aver voluto che fosse Giotto ad affrescare la sua “piccola chiesa” di Padova, da quel momento in poi una determinante “parva ecclesia”. In questo libro sull’aurorale nuova arte a Padova, che è frutto di sistematiche indagini e, pertanto, testo condotto con una infinita profusione di note, apparati illustrativi, fonti, letture, consultazioni di trattati, documenti pubblici e privati, e con altri studi ancora, Frugoni, con fulminea connessione Venezia-Padova-Siena, annota:

Nell’abside di San Giacomo di Rialto, davanti alla quale erano i cambiatori di monete con i loro banchi e la pesa pubblica comunale, un’iscrizione probabilmente della metà del XII secolo corre sotto una croce di marmo bianco, ricordando ai mercanti che in Cristo è la loro salvezza, esortandoli all’onestà.

Nell’unire tra loro vita spirituale e vita mondana, i reggitori della Repubblica di Venezia, dall’alto di quella iscrizione, sentenziano:

Intorno a questa chiesa, i mercanti rispettino l’equa legge,i pesi siano giusti e mai venga negoziato un fraudolento contratto.

Breve il respiro che separa l’iscrizione realtina, come si dirà più avanti, dagli affreschi giotteschi di Padova e dalle allegorie ammonitrici di Siena nel pensiero di Chiara Frugoni:

Lo Scrovegni chissà quante volte avrà letto questo ammonimento e se ne è evidentemente ricordato nella sua rappresentazione di Iusticia che tiene perfettamente pari i piatti della bilancia.

Di qui si vola verso il frugoniano Paradiso vista Inferno in cui si narra e tutto vi si spiega sul Buon Governo e Tirannide nel Medioevo di Ambrogio Lorenzetti.

Pittore straordinariamente inventivo [scrive Frugon] ma non partì da una totale assenza di confronti. Anzi,aveva un precedente molto impegnativo con cui misurarsi, i Vizi e le Virtù (cardinali e teologali), completati da scritte, dipinti da Giotto sulle due pareti della Cappella Scrovegni a Padova (1305 circa).

In una conferenza nel 1950 Ernst Gombrich dice:

Se si vuole comprendere ciò che vuol dire l’artista, bisogna imparare la lingua della sua epoca e della sua nazione. Imparare le lingue richiede sudore e fatica. Nel caso dell’arte richiede di dimenticare i propri linguaggi e le proprie convenzioni. Ma se alla fine di questa fatica sentirete di esservi avvicinati anche di un solo centimetro a quello che un genio come Rembrandt voleva trasmettere, vedrete che ne sarà valsa la pena.

Altroché se ne è valsa la pena del suo essersi così tanto avvicinata agli affreschi del Buon Governo e della Tirannide, come è stato voluto da Chiara Frugoni:

Mi sono mossa fra strade e botteghe, ho osservato le persone, scrutato gli interni delle case, passeggiato nei campi e lungo le rive dei fiumi, incontrato carovane, famigliole e animali. Scrivere questo libro ha richiesto studi e ricerche, ma il mio è stato il percorso di una visitatrice stupita, perché mi sono trovata di fronte a un’opera mirabile che ha ancora tanto da mostrare e da dire allo spettatore moderno.

La lezione di Gombrich spiega perfettamente il metodo di studio e di ricerca che ogni studioso di storia, e per restare in argomento soprattutto di storia dell’arte, deve saper applicare. Solo dopo aver indagato in ogni direzione e in profondità i vari momenti di un contesto storico segnato da un universo che si arrotola tra ordine e caos, lacerandosi tra la rossa disperazione della guerra e il nero dolore della povertà, tra l’urlo delle vittime di stupri e di “usurieri crudelissimi” e gli odi insanabili di casate strette in torri contro torri, tra le inarrestabili morti da pestilenza e il silenzio di chi si accascia non essendoci più scampo a carestie bibliche, si scoprono le visioni dei mistici e dei santi che già illuminano le piazze della città e i sentieri più oscuri delle foreste, ed ecco che di nuovo sale l‘immaginazione dei poeti e con essa la salvezza promessa dalle leggi e dalle parole dei sapienti, nella speranza che siano giunti i giorni e le stagioni di imprese prodigiose e di incredibili novità apparse nei territori della cultura, dell’arte, degli ideali religiosi, delle forme della politica e del potere, dei sentimenti e della pace fra i gruppi sociali e per la gioia del buon vivere nella bellezza dei luoghi dentro e fuori le mura, per esempio a Siena, ed è così che accadrà di congiungersi con quanto consente la conoscenza di Ambrogio Lorenzetti e del suo capolavoro nel Palazzo Pubblico di Siena al tempo del Governo dei Nove.

Allegoria del Cattivo Governo (1338-1339), Parete di sinistra della Sala dei Nove, Palazzo Pubblico, Siena

Il famosissimo ciclo di affreschi ebbe più di un nome nel corso del tempo, il Buon Governo e il Cattivo Governo, o anche del Mal Governo, ma chi lesse nel modo corretto l’opera fin dal 1425 fu San Bernardino da Siena, giudicandola un’invenzione creata per mostrare le cose “de la pace e de la guerra”. Due anni dopo il Santo, predicando in piazza del Campo, è come se facesse da guida agli affreschi per quei senesi e forestieri che fossero saliti a vederli nel Palazzo Pubblico, che, come nel dipinto di Sano di Pietro, fa da fondale alle impressionanti predicazioni:

Ella è tanto utile cosa questa pace! Ella è tanto dolce cosa pur questa parola pace che dà una dolcezza a le labra! Guarda el suo opposito,a dire guerra! È una cosa ruida tanto, che dà una rustichezza tanto grande, che fa inasprire la bocca. Doh,voi l’avete dipenta di sopra nel vostro Palazzo,che a vedere la Pace dipenta è un’allegrezza. E così è una scurità a vedere dipenta la Guerra dall’altro lato.

Ma qual era l’obiettivo politico del Governo dei Nove quando affidarono ad Ambrogio l’incarico di affrescare tra il 1338 e il 1339 “l’intero ambiente, lungo circa quattordici metri e largo otto” della Sala della Pace? Scrive Frugoni:

Ai Nove stava a cuore mostrare ai cittadini che l’unica conduzione buona e possibile era la loro e prospettare visivamente e in modo assai icastico cosa sarebbe successo se tale conduzione fosse venuta a mancare. Vollero che fosse dipinto un Paradiso vista Inferno: Siena solare, prospera, armoniosa, negli Effetti del Buon Governo in città e in campagna; Siena e la campagna devastata e distrutta se in balia della Tirannide.

E da dove veniva il potere dei Nove che governarono dalla seconda metà del Duecento al 1355, quando a seguito di più rivolte, di molta corruzione, di enormi difficoltà economiche e sociali, furono cacciati e sostituiti dal Governo dei Dodici? I noveschi in nome e per conto di leggi e statuti, alla cui stesura contribuirono “uomini saggi dotati di cultura e di esperienza, all’altezza per la loro moralità”, vollero riconoscersi in un ambizioso ma difficilissimo compromesso politico basato sul buon senso e sul rigore nel far rispettare regole condivise, civili comportamenti, armonizzazione tra i poteri pubblici e privati, nella voluta delimitazione dei privilegi a garanzia dei sempre fragili rapporti tra la classe di mezzo (mercanti, commercianti, notai…) e una parte di quella aristocrazia che deteneva vasti possedimenti terrieri, ricche miniere, ingenti risorse finanziarie, banche ben strutturate in grado di porsi al centro di preziosi rapporti internazionali. Ragioni politiche necessariamente mosse da nient’altro che non fosse in funzione della giustizia, con aspirazioni ideali dal forte senso civico per stabili e sicuri equilibri sociali. Intenzioni e valori dei Nove che potremmo definire “progressisti” per l’epoca, se si ha presente l’inverosimile, crescente successo, affermatosi per più decenni, col favorire le migliori opportunità ai tanti protagonisti della cultura e delle arti. E questo per una rifondazione di Siena portata avanti consentendo prestigiose nuove architetture, stabilendo nuove progettazioni e trasformazioni urbane ad utilità dei mercati, dei commerci, della sicurezza, della gioiosa animazione delle feste, rimanendo in attesa dei racconti dei viaggiatori non appena questi fossero giunti entro le mura, credendo alla fortuna da stringere addosso a chi sta per mettersi in viaggio verso lontane città e campagne, e desidera tenersi negli occhi la memoria della nuova bellezza di Siena.

Fin qui le buone intenzioni dei Nove alle quali dette un sensazionale contributo il pittore che Vasari definì gentiluomo e filosofo, considerato che

non solo praticò sempre con letterati e virtuosi uomini,ma fu ancora con suo molto onore e utile adoperato nei maneggi della sua repubblica.

Nemmeno due righe, più che sufficienti però a Vasari per chiarire lo speciale rapporto tra quella committenza e quel pittore.Un rapporto non eludibile da parte dello storico e su cui Chiara Frugoni dice:

Ambrogio Lorenzetti seppe tradurre visivamente i concetti del complicato discorso politico, giuridico e religioso, presupposto legittimante del regime dei Nove. Creò, quasi senza l’aiuto della tradizione iconografica, una serie di personaggi, ciascuno dei quali gratifica e contribuisce alla svolgersi di una perorazione utopistica.

Allegoria degli Effetti del Buon Governo in Città (1338-1339), Parete di destra della Sala dei Nove, Palazzo Pubblico, Siena

Almeno due le considerazioni da rilevare, la prima in cui ci si avverte di un regime novesco dal “complicato discorso politico”, la seconda di un Ambrogio che inventa immagini “senza l’aiuto della tradizione iconografica”. D’altra parte non poteva che essere assai complicato il percorso politico dei Nove durante la loro considerevole permanenza al governo di Siena, a più riprese accusati di non essere riusciti a impedire pesanti speculazioni finanziarie e proprietarie o i più abietti tradimenti e voltafaccia o macchinanti favoritismi e contagiose forme di corruzione. Mali da inquadrare nelle perenni contraddizioni di una società in cui si scontravano tra loro, di generazione in generazione, i protagonisti di una crescente prosperità e chi invece continuava ad aspirare, nonostante discordie insanabili, smanianti congiure, sanguinosi tentativi di rivolte, al miglioramento delle proprie condizioni economiche e sociali.

Frattanto Siena veniva sospinta in avanti dal vento propizio di un favore epocale, seppure nel timore che l’infuriare di violenze e di incertezze determinasse sfiducia nella città e nel contado in tema di Sicurezza e di Giustizia, un fattore questo più che propizio al possibile, temutissimo instaurarsi della Tirannide. Tanto è vero che non mancarono tra gli stessi sostenitori dei Nove quelli inclini a dubbi, a crisi di coscienza, a fughe dell’impegno. Tra questi Bindo Bonichi, poeta e membro dei Nove governatori e difenditori del Comune e del Popolo di Siena, che sentì di dover esprimere con spietata autocritica la propria delusione:

La turba stolta la virtù disprezza / e credon nei fiorini aver riposo / cercano l’amaro e fuggon la dolcezza.

Dunque da una parte l’amaro, dall’altra la dolcezza, la virtù contro la stoltizia, e non arretra Bonichi dalle sue sconfortanti contrapposizioni:

Falsa è la gente, e nemica del vero, parla ciascun come più gli s’acconcia, mostrati il bianco e poi ti porge il nero, profferati la libbra e datti l’oncia, fatti parer, se può, la quercia pero.

Di qui la condanna della consorteria novesca cui accenna in più passaggi Chiara Frugoni:

Secondo Bindo Bonichi, morto nel 1338, eletto tra i Nove nel 1309 e poi ancora nel 1318, proprio i Nove si erano trasformati in tiranni, non come singole persone ma come un gruppo che aveva instaurato una signoria di fatto.

Allegoria degli Effetti del Buon Governo in Campagna (1338-1339), Parete di destra della Sala dei Nove, Palazzo Pubblico, Siena

Siena come Paradiso da difendere ad ogni costo, anche con le forche, di certo per il rimatore senese Ruggieri Apugliese. Fu Salvatore Morpurgo, eccellente filologo e direttore delle maggiori biblioteche italiane, compresa la Marciana, il cui nome e i cui studi ritroviamo nelle pagine di Paradiso vista Inferno, a pubblicare nel 1894 Le arti di Ruggeri Apugliese. Un giullare colto e ghibellino l’Apugliese, che, forse entro la prima metà del Duecento, con passionale trasporto urla:

Chi ha Siena morta ei perduto ha il Paradiso! Quegli che l’ha piegata e torta sie trainato e appeso! Ne le forche disteso lo vedess’io ancora.

In questa imprecazione lo scenario montato e rismontato della società senese nella prima metà del Trecento, trattandosi di un complesso aggregato urbano spesso difficilmente componibile nelle sue diverse parti secondo quelle istanze di concordia, di giustizia e di dolcezza che tanto mancavano a Bindo Bonichi. Nel contempo restava fortemente avvertita, riconosciuta, addirittura condivisa per un certo numero di anni, l’esigenza di non perdere il Paradiso Siena. E se l’Inferno della Tirannide con i suoi démoni andava allontanato dalle mura della città, questo non lo si sarebbe ottenuto senza il contrasto alle insorgenze più incontenibili, senza il controllo e la sottomissione di oligarchie mosse più dalla cupidigia che dalla fedeltà al Comune, senza la repressione di congiure e disordini sobillati dalla negatività interna e dalla forza d’urto di ribelli e nemici del mondo di fuori, senza che da ultimo sbiadisse del tutto ogni timore per catastrofi e minacce, nella Fede e con la Speranza che i Nove avrebbero saputo affrontarle e sconfiggerle.

È sempre difficile decidere (ammesso che si tratti di un metodo corretto) se questo piuttosto che quel pittore appartenga o meno ad una corrente progressiva nella storia dell’arte, ma di sicuro osservando il ciclo degli affreschi del Buon Governo e della Tirannide nel concetto “estremamente elaborato dal Lorenzetti”, scrive Chiara Frugoni, c’è il richiamo ai

valori civici, etici, condivisi dai cittadini che convergono a costituire il Comune/Ben Comune, valori che il governo dei Nove, nell’ideologia da loro proclamata, non fa che mettere in pratica.

Siamo quindi posti di fronte ad un solido, innovativo “manifesto politico”, che per più e diverse ragioni ci appare sorprendente. E lo è non appena si sa dove e cosa ha “visto”Ambrogio prima di esporre il suo concetto/messaggero di contenuti ispiratori di immagini incaricate di far intendere immediatamente la differenza insanabile tra il bene e il male. Dove è avvenuta “l’azione reciproca” tra condizionante e condizionato nel saper trasmettere messaggi visivi assolutamente inconsueti nella pittura fino ad allora?

La risposta di Chiara Frugoni:

Nella Cappella Scrovegni di Padova, Giotto aveva suggerito nell’architettura e nel colore degli sfondi una contrapposizione Paradiso-Inferno, muovendosi in un’ottica ancora tutta ecclesiastica (…). E qui sta la grande differenza col Lorenzetti: entrando nella Sala della Pace… si prova addirittura meraviglia per la libertà inusuale con cui Ambrogio ha trattato temi laici ricorrendo in maniera massiccia agli schemi figurativi propri dei temi religiosi.

Ne discende che:

La prima e più importante scelta che l’affresco suggerisce è fra una situazione politica (ossia civile, seconda natura) e una situazione impolitica e incivile (cioè contro natura).

Si è detto più sopra che Lorenzetti creò “senza l’aiuto della tradizione iconografica”, a iniziare dalle allegorie della Pace o della Concordia oppure della Securitas e della Dialectica, ma lo poté fare, come insegna Frugoni, perché Ambrogio disponeva di una sapienza iconografica impressionante. Per esempio, nel suo lucido riferirsi a immagini provenienti dall’Antico. Comunque tutto il grande ciclo di affreschi è un racconto visivo senza precedenti e che si svolge con un ritmo narrativo dotato, in ogni suo dettaglio e nell’insieme, di una forza iconica che farà da levatrice per avventure figurative mirabili, di là da venire in Italia e in certi ambienti, sia raffinatamente cortesi che realisticamente “popolari” , del nord Europa.

Allegoria del Buon Governo (1338-1339), Parete di fondo della Sala dei Nove, Palazzo Pubblico, Siena

Per concludere, c’è del Medioevo nel capolavoro di Ambrogio, ma c’è molto di futuro in questo romanzo universale che, nel salire sulle spalle del proprio Tempo, vede lontano e lo fa con una eloquenza semantica ed espressiva in viva relazione con il nostro presente. Con il suo instancabile indagare per comprendere, la storica Chiara Frugoni lega magnificamente tra loro storia medievale e storia dell’arte, il cui esito è il riverbero illuminante generato dall’iconografia, che in tal modo diviene la chiave veramente efficace per aprirsi su tutta un’epoca: di qui la spiegazione e la comprensione delle opere dell’arte. Resta ancora qualcosa da aggiungere, se non ci si allontana con lo sguardo da tutti gli Effetti del Buon Governo in campagna, lì dove inizia o finisce il viaggio nei pressi delle mura senesi o dinanzi all’infinita bellezza di un’immortale civiltà agraria e paesaggistica. E lo si può fare con una poesia di Mario Luzi, che tanto amò Simone Martini, il maestro cui, non casualmente, ha riservato il secondo capitolo del suo libro Chiara Frugoni.

Questa terra grigia lisciata dal vento
nei suoi dossi, nella sua galoppata verso il mare
nella sua ressa d’armento sotto i gioghi
e i contrafforti dell’interno, vista
nel capogiro degli spalti, fila luce,
fila anni luce misteriosi ,
fila un solo destino in molte guise.

Il romanzo finale di Ambrogio Lorenzetti spiegato da Chiara Frugoni ultima modifica: 2020-03-05T16:30:26+01:00 da FRANCO MIRACCO

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