Il ritiro di Warren, la sconfitta delle donne

All’inizio erano sei le candidate nella corsa democratica. Con l’uscita di scena della senatrice del Massachusetts tramonta ancora una volta la speranza di eleggere una presidente donna.
scritto da MARCO MICHIELI
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Giovedì, dopo i risultati del Super Martedì, Elizabeth Warren ha annunciato il suo ritiro dalle primarie democratiche. È passato solo un anno da quando uno storico gruppo di donne ha deciso di lanciarsi nell’agone delle primarie democratiche. Non era mai accaduto prima. Anche se le loro storie si sono concluse molto diversamente da quanto le candidate avessero sperato.

All’inizio erano sei le donne in corsa: oltre alla senatrice del Massachusetts, le senatrici del Minnesota Amy Klobuchar, di New York Kirsten Gillibrand e della California Kamala Harris, oltre alla scrittrice Marianne Williamson e a Tulsi Gabbard, congresswoman delle Hawaii. Quest’ultima è l’unica ancora in gara, pur essendo fin dall’inizio delle primarie il fanalino di coda e non avendo ancora ottenuto alcun delegato.

Warren è stata nel 2016 una sorta di candidata “ombra” di Hillary Clinton. La senatrice che avrebbe potuto sconfiggere Donald Trump. Eppure, nonostante un’ottima partenza, dai dibattiti ai sondaggi, alla prova del voto, anche Warren ha dovuto piegarsi.

L’uscita di scena di Warren solleva nuovamente il tema del “genere” nell’accesso alla principali cariche istituzionali. La stessa senatrice ha ricordato nel suo discorso di rinuncia alla corsa per le primarie che :

Il genere in queste elezioni, be’, è domanda trabocchetto per le donne. Se diciamo “sì c’è stato sessimo in questa competizione’, ci rispondono ‘piagnone”. Se dici ‘non c’è stato sessismo’ milioni di donne ti diranno ‘ma su che pianeta vivi?’

Il problema l’ha rilevato anche la donna che ha raggiunto la posizione più alta nel sistema delle istituzioni americane: Nancy Pelosi. Secondo la Speaker della Camera infatti nelle recenti primarie democratiche 

c’è stato qualche elemento di misoginia

Un tema quello del genere che va oltre al tristezza dei supporter di Warren. Come ha messo bene in rilievo la giornalista Rachel Maddow nell’intervista concessa da Warren a qualche ora dal suo ritiro:

Penso che tantissime donne, in tutto il paese, in questo momento, vivano diversamente il suo ritiro dalle primarie, indipendentemente dal fatto che la stessero sostenendo o meno. Per lei abbandonare la corsa è diverso. Hillary Clinton non riuscì a vincere ma conseguì la nomination, mentre tu non arrivi alla nomination, e nemmeno Kamala Harris, e nemmeno Amy Klobuchar, e nemmeno Kirsten Gillibrand. Intendo dire, penso, che parte di quanto sta accadendo oggi è che le donne in tutto il paese pensino “va bene così, onestamente!”. Perché sai, se non sarà nessuno di loro, bisogna essere realisti.

Per chiedersi quindi:

Solo che, non potrà mai essere una donna? Ed ecco in gara solo uomini bianchi, ultrasettantenni, l’uno contro l’altro, in entrambi gli schieramenti, ed è questo su cui possiamo trovarci d’accordo? La sensazione è che la fine della tua campagna riguardi specificamente te, ma sembra anche un po’ una campana a morte in termini di prospettive rispetto a una donna presidente nell’arco della nostra vita.

Con Jim Clyburn discute, in un’assemblea alla SC State University, del suo progetto di cancellare i 42 milioni di dollari di debito accumulato dagli studenti per pagare le tasse universitarie. Clyburn, figura di spicco della comunità nera, esprimerà il giorno dopo il suo endorsement per Joe Biden.

Ora non c’è dubbio che tra le ragioni della sconfitta ci siano anche altre motivazioni. Tuttavia il sessismo ha avuto un ruolo nel portarci a questo punto. Come spesso accade, forse sempre, queste candidate donne sembravano dovessero essere all’altezza di uno standard più elevato, se volevano aspirare alla presidenza, come capacità di essere “presidenziali”, “eleggibili” e perfino “piacevoli”. A parità di curriculum – in alcuni casi più cospicui di quelli dei colleghi uomini – e di idee – progressiste o moderate – il fattore “genere” ha pesato nella scelta delle candidature.

E non è soltanto una questione di linguaggio. È una questione di stereotipi e di pregiudizi, spesso alimentati dai media.

Un esempio l’ha citato la stessa Warren. È il caso di Pete Buttigieg, l’ex sindaco di South-Bend. La senatrice del Massachusetts, infatti, si è chiesta: se Buttigieg fosse stato un ex sindaco donna, con la stessa preparazione e la stessa esperienza politica e professionale, sarebbe arrivato fino alle primarie in South Carolina? La risposta è negativa. E le probabilità sarebbero state ancora minori, aggiungiamo, se si fosse trattato di una donna african-american.

Dopo aver evitato a lungo la questione del genere, Warren negli ultimi tempi aveva cambiato strategia. Perché il fattore “donna” stava diventando un problema per quello che è la principale posta sul tavolo della primarie: l’eleggibilità. Una questione che si pone in questo senso: è possibile trovare un candidato che possa vincere nei Swing States e battere Donald Trump?

Un tema che esiste e che è oggetto di discussione rispetto alla parte programmatica dei candidati alle primarie. Ovvero: per conquistare quegli stati serve una piattaforma progressista o “moderata” (che moderata però non è)? 

Per le candidate donne alle primarie però non si è arrivati nemmeno a porre in questi termini la questione dell’eleggibilità. Prima di valutare se le loro idee potessero essere sufficientemente moderate o progressiste, il fattore “donna” ha giocato un ruolo preliminare, diversamente dagli uomini. Il tema dell’eleggibilità pertanto per Warren, Klobuchar, Harris e le altre è stato: può una donna battere Donald Trump?

Per questa ragione, durante le primarie, dopo aver per lungo tempo evitato il tema del genere, Warren ha attaccato Bernie Sanders. Perché Sanders, secondo Warren, a cui il senatore del Vermont avrebbe fatto una confidenza un anno prima, pensava che “una donna non potesse battere Trump nel 2020”.  

Eppure il tema non dovrebbe nemmeno porsi. Si dovrebbe discutere delle idee e della strategie delle candidate per sconfiggere Donald Trump. Non può essere il fattore genere a determinare il successo di una candidatura. Nel 2018, alle elezioni di Midterm, le donne come elettrici e come candidate hanno consentito ai democratici di riprendere la Camera e di rinominare Pelosi come speaker. Anche in distretti repubblicani dove i margini di Trump nel 2016 erano stati molto elevati. 

Ciò non significa che le donne sappiano vincere meglio degli uomini in quei contesti. Piuttosto che il fattore “maschile” non influenza il risultato del voto. Se funziona per le legislative perché non dovrebbe essere la stessa cosa per le presidenziali?

Il ritiro di Warren, la sconfitta delle donne ultima modifica: 2020-03-07T15:49:53+01:00 da MARCO MICHIELI

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