Virus e dinosauri nella mediamorfosi di giornali e giornalisti

Dopo averli dileggiati e aver festeggiato la loro irrilevanza sociale, snocciolando i dati che inequivocabilmente ne documentano il declino, riassunti nell’implacabile istantanea che vede oggi il numero di copie vendute dai quotidiani più o meno equivalente a quelle vendute esattamente un secolo fa, possiamo incolpare i giornalisti di aver influenzato la percezione dell’influenza nefasta?
scritto da MICHELE MEZZA
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Quali sono gli ostacoli all’educazione e informazione del popolo? I giornalisti prezzolati, che ogni giorno inducono in errore il popolo distorcendo i fatti in modo spudorato.

Non è un comunicato dell’organizzazione mondiale della sanità, ma una delle ultime arringhe di Robespierre, il 16 giugno del 1793. Il tribuno del Popolo, messo alle strette non trova di meglio che scagliarsi contro i giornalisti, che pure avevano contribuito non poco alla sua ascesa. Siamo alle solite: se il potere non è confortato dalla realtà si scarica sulla comunicazione, come se questa fosse un virus incontrollabile che obnubila naturalmente le menti.

Quasi sempre siamo nel gorgo di un evento drammatico. Sempre è la paura l’edicola più potente, che fa vendere i giornali e moltiplica l’audience tv. 

Come per la guerra fredda, o per il terrorismo politico degli anni Settanta, o ancora il terrorismo religioso del terzo millennio, anche la pandemia di Coronavirus ha portato in primo piano l’informazione, rendendola imprescindibile dalle nostre vite. Ed esattamente come in tutte le stagioni precedenti, certo con linguaggi e atteggiamenti coerenti al tempo in cui si viveva, la conclusione a cui si perviene è sempre la stessa: i giornalisti deformano la realtà, distorcendone i fatti e amplificandone gli effetti.

Qualcuno ricorderà forse le polemiche sulla richiesta di staccare la spina alle Brigate Rosse, o di non riportare i comunicati e i filmati dell’ISIS, per non fare da cassa di risonanza. Oggi che il virus non è un soggetto multimediale ma un oggetto delle nostre angosce, la lamentela è che l’informazione sia ansiogena.

Scendono in campo gruppi di comunicatori professionali per mettere i propri servigi a disposizione del paese. Come se non fossero loro fra i protagonisti delle più sottili tecniche “impressionistiche” che punteggiano il web.

Possiamo davvero oggi incolpare i superstiti del ceto privilegiato e intrigante di cui si favoleggiava nella prima metà del XX secolo come i depositari della pubblica opinione di aver alterato quantità e qualità delle percezioni sociali della realtà, che oggi è rappresentata dall’esatta dimensione di questo spettro che si aggira fra noi che si chiama coronavirus?

Dopo averli dileggiati e aver festeggiato la loro irrilevanza sociale, snocciolando i dati che inequivocabilmente ne documentano il declino, riassunti nell’implacabile istantanea che vede oggi il numero di copie vendute dai quotidiani più o meno equivalente a quelle vendute esattamente un secolo fa, possiamo incolpare i giornalisti di aver influenzato la percezione dell’influenza nefasta?

Sono i titoli dei giornali o le totalizzanti cronache dei TG a rendere questo fenomeno incombente e inafferrabile?

O piuttosto proprio quest’adeguamento dell’informazione ad un senso comune che la precede e la guida e non ne è guidata, non fa che certificare come forse una delle vittime di questa epidemia sia proprio il giornalismo? 

Forse sarebbe ormai il tempo di prendere atto mestamente, in maniera definitiva, che il ruolo di messaggero dei giornalisti è finito, e che oggi il messaggio è diventato linguaggio e pratica che attraversa indifferentemente tutti gli strati sociali, senza nessuna gerarchia indotta dalla vicinanza alle fonti o ai messaggeri appunto, come era una volta.

La promiscuità che imparentava giornalisti, decisori e faccendieri identificava quella ristretta classe sociale che partecipava alla formazione e alla divulgazione delle notizie e delle opinioni. Un’area sociale che si identificava con un luogo, un vero topos della civiltà, che Habermas, nel descrivere la nascita della sua Sfera pubblica, aveva identificato con i caffè di Parigi e Vienna all’inizio del Novecento, e che per tutto il secolo fu appunto la borghesia delle notizie.

Un’élite metropolitana che progressivamente aumentava con il benessere, ma che rimaneva pur sempre un ceto limitato della società, distinta e distante dall’insieme del popolo, che oggi invece ha invaso quei luoghi e sostituito strumenti e linguaggi di quelle élite con una miriade di pratiche e di relazioni, dirette e intime, largamente incontrollabili con i canoni tradizionali della sfera pubblica.

In questo passaggio, ormai avviato da più di cinquant’anni, dobbiamo constatare la sostituzione dei media con la rete, e delle informazioni con i dati, e dei giornalisti con gli utenti, in una ormai inarrestabile spinta all’identificazione di ogni individuo con le notizie che produce e non con quelle che apprende.

È il tornante che intuì Walter Benjamin fin dal lontano 1937 quando nella seconda edizione del suo saggio L’Opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica (Donzelli editore, Roma 2012) interpreta le rubriche delle lettere dei lettori che si moltiplicavano sui giornali come un inequivocabile segnale in cui

la distinzione fra autore e pubblico è sul punto di perdere il suo carattere fondamentale. Il lettore è ognora sul punto di divenire uno scrittore.

Questa torsione è oggi ormai nel pieno della sua sistematizzazione sociale. Si realizza mediante quel processo che Shoshana Zuboff nel citatissimo tomo Il capitalismo della sorveglianza (Luiss, Roma 2019) definisce l’“Emerging adulthood” , ossia

quel design antropologico che rende ognuno di noi corrispondente al proprio pubblico che attraverso i social determina che ormai non c’è un sé al di fuori di quel che piace agli altri.

Questa realtà che coinvolge non più ristretti gruppi sociali, qualificabili per territori o per anagrafica, ma una buona metà della popolazione terrestre, rende di fatto il sistema dell’informazione una propaggine, affannata e subalterna di questa evoluzione della specie. Non si tratta di questo o quel direttore, di questo o quel regista della comunicazione, con buona pace di coloro che cercano di costruirsi una carriera accreditando un ruolo ormai ai minimi termini, ma di un riflesso condizionato indotto e coltivato da una placenta ormai non più separabile dalla nostra crescita.

Quell’Imitative game, si potrebbe dire, facendo il verso a Turing, che porta da sempre ogni redazione a sintonizzarsi sul punto più alto del clamore prodotto dal concorrente, e che a metà degli anni Ottanta ha ratificato il dominio della TV sulla stampa, dell’audience sulle opinioni, del costo contatto sulla pubblicità, oggi vede consumarsi un’ulteriore, ancora più radicale trasformazione, in cui media e mediatori sono soverchiati e soffocati da un turbine di vanità di massa degli utenti che reclamano spunti per rendere le proprie bacheche, i propri blog o gruppi di chat, irrinunciabili. 

Questa è oggi la dinamica che rende le prime pagine dei giornali o le dirette dei tg sintesi e riproposizione del brusii della rete dove, ancora la Zuboff scrive, domina il Chilling Effect, ossia quel maquillage permanente delle nostre opinioni e affermazioni che ci rende sempre più simile al nostro profilo pubblico, alla nostra home page che vuole calamitare infiniti like.

Non è un destino inesorabile quest’assuefazione. 

Piuttosto è l’ennesimo bivio che si propone nel capitalismo della sorveglianza, appunto. 

Questi processi in cui l’informazione si riproduce per imitazione della rete che diffonde la nostra adesione ai sistemi di profilazione e di medietà digitale, processi che mirano ad una nuova versione della massificazione, attraverso la creazione di categorie medie, in cui ricondurre ogni nostra differenza, sono gestiti da quel potente intreccio fra potenza di calcolo e capacità di profilazione alimentata da un continuo e inesauribile flusso di dati sensibili delle nostre emotività. Un flusso che rende praticabile quel modello sociale ad alveare che i grandi social e soprattutto i grandi data base, come Amazon e Google, stanno architettando. Alveari in cui ognuno di noi è scannerizzato da veri tamponi identificativi dei nostri desideri e soprattutto della dinamica fra incentivo, il nudge, come lo definisce il premio Nobel all’economia Richard Thaler, e formazione della nostra personalità. 

Oggi sui giornali e nei tg scorrono le informazioni che si adattano, secondo il pressapochismo che un media di massa può adottare, alla medietà del pubblico secondo quanto i calcoli di ogni singola nostra personalità affiora dalla rete.

Su questa capacità di leggere e sintonizzare la testata si stanno organizzando i grandi gruppi editoriali, dal New York Times al Washington Post e Wall Street Journal, ai giganti europei come il Guardian, Le Monde, El País.

La redazione del NYT riunita per ascoltare l’annuncio del conferimento del Premio Pulitzer, 2009
La redazione del WP riunita per ascoltare l’annuncio del conferimento del Premio Pulitzer, 2018

In una ricerca che l’Ordine dei giornalisti sta conducendo insieme al Dipartimento di Scienze sociali della Federico II, sta diventando chiaro come queste testate europee, ma già anche le principali italiane, stanno interpretando questa gara con la rete. Quote consistenti del bilancio dei gruppi editoriali sono ormai destinate a costruire propri tool digitali, con algoritmi, sistemi editoriali intelligenti, e data base autonomi e proprietari. Da qui si ricavano i dati degli utenti, per i quali la diffusione del giornale è puro pretesto. I titoli, i testi, le scelte editoriali, le stesse fotografie che appaiono in pagina, sono la conseguenza di test e di analisi utente che nelle ore precedenti sono state condotte sui siti web della redazione.

Il 64 per cento delle 45 principali testate del mondo – sono sempre i dati della ricerca dell’Ordine dei Giornalisti – sta costruendo redazioni automatiche con software che misurano e modellizzano le platee di riferimento di ogni testata, calcolando i percorsi ottimali per ogni singola notizia postata in rete per fargli raggiungere il maggior numero possibile di utenti. Poche società a livello mondiale controllano questo mercato, vendendo gli stessi tool di algoritmi a tutte le società editoriali che standardizzano le procedure di pubblicazione di ogni post sui rispettivi social in modo da raggiungere in pochi minuti ambiti di decine di migliaia di contatti.

Questi tool sono strutturati sulla base di un addestramento dell’algoritmo che s’impadronisce dello stile semantico della testata e delle caratteristiche dei relativi lettori in modo da arrivare ad elaborare formati, linguaggi, stili narrativi aggettivazioni e persino costruzione grammaticali che permettono la massima identificazione di ogni singolo utente con ogni contenuto. Lungo questa pratica, in poco tempo, non più di qualche settimana l’algoritmi diviene talmente esperto da poter comporre autonomamente i testi, sviluppandoli sulla base di una singola fonte.

Da almeno due anni sono in attività questi agenti editoriali automatici, il che significa che ormai larga parte degli stessi siti web di testate come il Wall Street Journal o El País ma anche la Repubblica e Il Sole 24 Ore fino allo stesso Manifesto sono elaborati sulla base di queste bussole di intelligenza artificiali.

Per questo non possiamo più lamentarci come Robespierre: mai come ora i giornalisti fanno quello che vogliamo noi. 

Il terrore di essere cancellati li sta portando a diventare come i loro avversari.

E proprio come i loro avversari, dove regna la legge che il vincitore prende tutto e compra tutti, anche nell’editoria si sta ripristinando il monopolio di pochi grandi gruppi che si stanno impossessando del mercato editoriale composto da software e piattaforme, e dunque da grandi capitali che devono essere investiti in know how digitale e non in giornalisti.

La redazione del NYT in un’immagine del 1942

Una testimonianza di questa mediamorfosi ci viene da un testimonial del mondo digitale come Ben Smith, già direttore della sezione giornalistica di Buzzfeed che oggi, dopo aver vissuto una stagione d’ebbrezza in cui ci si chiedeva quando sarebbe stata messa in vendita l’ultima copia del New York Times e proprio Buzzfeed offriva una consulenza al proprietario del quotidiano della grande mela Sulzberger, oggi si trova a fare il commentatore alle dipendenze di Sulzberger. Con tono disincantato, ricordando gli anni ruggenti del 2012 /2014, quando proprio le netzine, le testate tutto digitale impazzavano imponendo stili e linguaggi alle redazioni tradizionali, ci mette in guardia dal pericolo di tornare indietro.

Il New York Times [scrive Smith] domina talmente l’industria che ha assorbito molte delle persone che un tempo lo minacciavano [come molti dei migliori giornalisti di Gawker, Recode, Quartz e Politico].

In questo scenario, scrive Smith, cambierà anche il tema della sua rubrica che non seguirà più, come faceva il suo fondatore David Carr, le trasformazioni di un’industria nascente ma si concentrerà sul consolidamento di un sistema dove i ricchi diventano più ricchi e dove l’unico vincitore porta a casa tutto.

Secondo Smith, il New York Times si trova chiaramente in questa posizione, e il distacco rispetto alle altre pubblicazioni s’allarga sempre di più. Al momento ha 4,7 milioni di abbonati complessivi (al cartaceo e al digitale), 3,8 pagano anche per alcuni prodotti in più come le app per fare i cruciverba e quella con le ricette di cucina (un abbonamento digitale costa due euro al mese per il primo anno e otto dal secondo in poi). Il numero di abbonamenti digitali supera la somma degli abbonamenti del Wall Street Journal, del Washington Post e delle 250 pubblicazioni del gruppo Gannett, che comprende USA Today e molta stampa locale.

Ma il New York Times che oggi giganteggia non è lo stesso giornale che dettava legge negli anni Settanta e Ottanta, ormai ha cambiato pelle, come le altre grandi testate americane e europee: gli analisti degli item digitali, dei temi che ora per ora sono inseguiti in rete, soverchiano i caporedattori delle singole sezioni del giornale, gli informatici organizzano i flussi dei contenuti, programmando l’incontro fra ogni singolo lettore con la specifica notizia di cui ha bisogno e, soprattutto, spremendo strizzando da ognuno dati biologici ed emotivi per produrre valore. Qui incontriamo il vero focus di tutta la questione: la sostituzione della capacità di formare opinione pubblica con la potenza di determinare il cosiddetto surplus comportamentale come la Zuboff definisce l’interferenza che i grandi monopolisti della sorveglianza esercitano su ognuno di noi. Il giornale non è più un agorà di informazioni e commenti per produrre un’opinione ma un sistema di misurazione di ogni nostro sussulto emotivo per calcolare la somma finale che risulta dalla combinazione delle singole emozioni in una comunità.

In Italia questa tendenza è agli albori anche se vi sono già pronte tutte le opzioni: le redazioni s’informatizzano senza attrito, ossia senza nessuna resistenza negoziale da parte della componente professionale artigiana e il mercato degli automatismi è già attivato. Quell’omologazione che oggi nel caso del coronavirus leggiamo come corsa becera al clamore in realtà è un’attuazione dei sistemi di calcolo della domanda informativa che dalle redazioni web sta risalendo fino ai desk centrali delle testate.

Sarebbe interessante provare a comparare i titoli che su ogni notizia troviamo sui siti delle redazioni tradizionali rispetto ai blog o siti netzine: assolutamente identici. 

Aggettivi urlati, tersi ammiccanti, soggetti non rivelati se non al secondo click. Il giorno dopo gran parte di questi titoli li ritroviamo, adeguati al media inerte, sulle prime pagine delle edizioni cartacea.

Ma diventare come i propri avversari funziona? La scelta del New York Times può essere una ricetta vincente per l’intero mondo del giornalismo oppure rischia di essere una sorta di soluzione staliniana, del tipo il socialismo in un solo paese, il successo in una sola testata?

Il New York Times impiega 1.700 giornalisti, un numero enorme se paragonato al totale dei giornalisti assunti a livello nazionale, che s’aggira tra le ventimila e le 38mila persone. In proporzione si calcola che solo sette / otto testate a livello globale potrebbero reggere il confronto, un paio americane, quattro o cinque asiatiche e un altro paio in America Latina. Attorno il deserto.

La redazione di USAToday

Molti temono, come Jim VandeHei, fondatore del sito di news Axios, che il gigantismo della testata sarà una minaccia mortale:

diventerà sempre più grande, che le nicchie diventeranno sempre più nicchie e che non sopravvivrà nient’altro.

Secondo Janice Min, ex direttrice di Us Weekly, il contenuto sempre più ricco e in grado di coprire ogni argomento del New York Times è una minaccia per tutte le altre pubblicazioni online. Più o meno quello che è successo nella Silicon Valley dopo l’ebbrezza delle start up da garage e il dominio di poche cattedrali gotiche su tutti.

Ma c’è un altro vero rischio che riguarda i giornalisti. Si tratta di una sorta di disaccoppiamento, come direbbero gli economisti, fra la fortuna della testata e il futuro della professione. Giornali e giornalisti non condividono più lo stesso destino. La macchina giornale, come la banca, sta diventando un centro servizi multimediale automatica, che eroga specifiche prestazioni personalizzate.

Se proviamo ad analizzare i profili dei nuovi assunti nelle poche redazioni che si sono ingrandite, come appunto il New York Times, il Washington Post di Bezoff, il Wall Street Journal di Murdoch, o ancora Le Monde o il Guardian, vediamo che le componenti marketing e informatica sono largamente dominanti, meglio se combinate fra loro.

Grazie a questi operatori ibridi di sistemi di comunicazione il New York Times si sta espandendo, diversificando la sua offerta in altri settori come quello audio e dei servizi multimediali. Ha un podcast con un certo seguito che esce nei giorni feriali, The Daily, ed è in trattative per comprare Serial Productions, la casa di produzione fondata sulla scia del successo di Serial, uno dei podcast più popolari degli ultimi anni. I podcast di Serial Productions sono stati scaricati più di trecento milioni di volte; il prezzo di vendita iniziale della società era di 75 milioni di dollari (67 milioni di euro). Acquisendo il New York Times punta a offrire una piattaforma di podcast a pagamento da cui trarre altri guadagni, che si andrebbero ad aggiungere a quelli di altri contenuti speciali come le già citate app per i cruciverba o per le ricette.

Lo stesso accade al Washington Post, con l’editoria scolastica e i navigatori tipo Tom Tom o il Wall Street Journal con servizi di consulenza finanziaria personalizzati.

L’unica chance che s’intravvede per mantenere una connessione tra apparati editoriali e struttura redazionale riguarda proprio la creazione di nuovi profili professionali, dove appunto le funzioni di marketing e di informatica sia componenti dell’imprenditorialità dei giornalisti, sia in una logica circolare, nella stessa redazione, sia nella logica di singoli percorsi autonomi. 

Il giornalista oggi si trova insediato in una posizione in cui potrebbe, maneggiando saperi ed esperienze, riprogrammare la fase di automatizzazione proprio intervenendo negli stadi di addestramento degli algoritmi e, soprattutto, nelle fasi di upgrading, quando i sistemi di learning machine implementano le cognizioni che gli vengono dall’elaborazione dei dati. 

Il libro bianco europeo sull’intelligenza artificiale e sulla gestione dei big data offre più di un aggancio ad una strategia di ricollocazione delle professioni artigiane al centro della scena, proprio in virtù dei vincoli che la nuova strategia europea fissa sugli algoritmi che devono essere sempre, trasparenti, condivisi e negoziabili. Chi se non le funzioni artigiane, come i giornalisti nell’informazione o i medici nella sanità e avvocati e giudici nella giustizia, possono assicurare queste caratteristiche che coincidono proprio con l’affidabilità, la sicurezza e l’efficienza dei sistemi automatici?

Da questo punto di vista la richiesta di un giornalismo più meditato, più aderente alle reali necessità comunitarie, come s’avverte nei momenti d’emergenza, quale l’attuale, ci potrebbe aiutare non tanto a salvaguardare una categoria, ma a dare proprio a quella spinta alla disintermediazione, che porta i cittadini a pretendere di essere protagonisti e direttamente autori della propria informazione a contare su ulteriori garanzie e competenze per far sì che il risveglio dei dinosauri non arresti la corsa dei lettori a sedersi accanto agli autori come profetizza Benjamin.

Virus e dinosauri nella mediamorfosi di giornali e giornalisti ultima modifica: 2020-03-07T20:30:54+01:00 da MICHELE MEZZA

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