L’ombra di Obama sulle primarie

Dopo Biden, anche Bernie Sanders, alla ricerca del voto black, sembra riconoscere l’eredità dell’ultimo presidente democratico (che per ora non si schiera). Un’eredità da cui è difficile prendere le distanze.
scritto da MARCO MICHIELI
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Qualche giorno fa la campagna di Sanders ha rilasciato un nuovo video in cui l’ex presidente Obama abbraccia il senatore del Vermont. Mentre scorrono le immagini si sentono le parole di Obama che lodano Sanders, quasi una sorta di endorsement da parte del primo (e unico) presidente africano-americano. 

La pubblicità è stata però fortemente criticata. In effetti si tratta di parole dette da Obama in contesti molto diversi. Alcune delle parole risalgono a un’intervista del 2016 (“Sanders parla di ciò in cui crede, è una persona autentica, di grande passione, senza alcuna paura”). Altre invece appartengono a un discorso fatto dall’ex presidente in occasione della campagna elettorale a sostegno della candidatura di Sanders in senato nel 2006. E il video si conclude con un “feel the Bern” pronunciato da Obama alla convention che ha incoronato Hillary Clinton candidata dem nel 2016: un “buffetto” dell’allora presidente ai sostenitori di Sanders, nel tentativo di mantenere l’unità del partito.

La pubblicità realizzata dalla campagna di Bernie Sanders

In realtà la relazione di Obama con Sanders non è stata poi così tanto buona nel tempo. Di base non c’è stata una relazione tra i due uomini politici. Nel 2008 Sanders non diede il suo sostegno pubblico a Obama, né fece campagna per lui. Inoltre, come racconta The Atlantic, il senatore Sanders nel 2011 assaporò per qualche tempo l’idea di sfidare il presidente uscente nel 2012. Un’idea che mise in allarme la campagna per la rielezione di Obama. Poi Sanders cambiò idea ma la relazione si era complicata.

Il punto più basso tra i due però si raggiunse nel 2013 quando, durante un incontro tra Obama e i senatori democratici per parlare di budget, Sanders affrontò il presidente in modo molto duro. Obama cercava di raggiungere un accordo coi repubblicani, che allora erano la maggioranza alla House. L’accordo però avrebbe comportato alcuni tagli al sociale. Alla critica di Sanders, secondo l’articolo di The Atlantic, Obama avrebbe risposto duramente (“Non ho bisogno di lezioni”):

Agisci come se io fossi il nemico. Sento in giro che vuoi questa rivoluzione ma spiegami come dovrebbe succedere? Guarda la composizione della Camera e del Senato. Come si può governare?

Una relazione tesa e pressoché inesistente. E Obama nel tempo non ha mancato di sottolineare questa distanza. Anche recentemente e senza citare Sanders. Lo scorso novembre Obama ha parlato in pubblico invitando tutti a fare attenzione perché “c’è un paese a cui non interessano le rivoluzioni quanto, piuttosto, che si realizzino le cose”. 

Come ha rilevato però l’analista Joel Payne, che ha lavorato per Hillary Clinton nel 2016 proprio con l’elettorato African-American, il problema di Sanders è che, per quante pubblicità faccia, sono ben documentate le critiche all’ultimo presidente americano. Quindi gli effetti sull’elettorato African-American è ben scarso.

Però la dice lunga sullo status di cui gode l’ex presidente Obama all’interno del partito e dell’elettorato democratico.

La pubblicità realizzata dalla campagna di Mike Bloomberg per richiamarsi all’eredità di Obama

Al di là della manipolazione, che è costata più di qualche critica a Sanders, il messaggio del video è chiaro: Bernie è un “alleato di Obama”. Ma non si tratta soltanto di una strategia messa in atto da Sanders. Anche l’ex sindaco Mike Bloomberg, oggi fuori dalle primarie e sostenitore di Joe Biden, aveva rilasciato un mese fa una pubblicità in cui raccontava della sua relazione con Obama.

Obama rimane a tutti gli effetti la rockstar del partito. E rivendicarne l’eredità è un elemento di forza. Per questa ragione Joe Biden non ha mai smesso di raccontare e di parlare del “suo amico Barack”. Talvolta anche troppo. E i suo competitor nel tempo glielo hanno fatto notare. Biden però ogni volta che può oppone l’ala progressista all’ala degli “Obama-Biden democrats”. Non parla di area moderata ma della variegata coalizione che portò il primo presidente nero alla casa Bianca. Che sia vero oppure no, poco importa.

In più di qualche dibattito democratico, Biden è stato anche il solo a difendere l’operato della presidenza Obama in politica interna (distanziandosene però sui temi dell’immigrazione). E di questa connessione con Obama Biden ne ha beneficiato con gli elettori african-american. Come ha detto a The Hill Clemmie Harris, professore di storia americana e di studi africani all’Utica College:

Sebbene Biden non sia stato durante la sua vasta carriera politica uno storico sostenitore delle questioni che interessano gli africano-americani, è molto conosciuto dagli elettori neri del Sud. Biden trae beneficio infatti della sua relazione con Obama e come suo vicepresidente. E Obama rimane il politico democratico più popolare e probabilmente il presidente più popolare nell’era moderna della storia politica americana.

Il richiamo costante di Biden a Obama tuttavia non gli ha portato l’endorsement dell’ex presidente, che non vuole immischiarsi nelle primarie, prima che il risultato non sia chiaro. Se Obama non interviene, tuttavia il suo ex staff si sta stringendo attorno alla candidatura di Biden.

Una delle pubblicità realizzate dalla campagna di Joe Biden

Ad esempio David Plouffe, la mente dietro la vittoria di Obama nel 2008, che si è schierato con Biden poco dopo le primarie in South Carolina. Così pure Denis McDonough, ex chief of staff di Obama, che in un editoriale su St. Paul Pioneer Press, ha scritto:

Il carattere di Biden è la dimostrazione non soltanto delle ragioni per cui il presidente si fidava di lui nell’affidargli incarichi difficili ma anche la ragione per la quale sarebbe un ottimo presidente

E poi ancora Chuck Hagel, ex segretario alla difesa di Obama:

Joe Biden non è solo un buon amico, ma è un uomo che ho ammirato per moltissimi anni. Non conosco una persona più esperta e più decente in politica.

E poi Samantha Power e Susan Rice, la prima ambasciatrice di Obama alle Nazioni Unite e la seconda sua consigliera per la sicurezza nazionale.

Un sostegno che molti hanno visto come un appoggio indiretto alla campagna dell’ex vice presidente.

Il problema di fondo è però la gestione dell’eredità di Obama, di gran lunga la figura politica degli ultimi decenni più popolare. Sanders e Biden in realtà rappresentano gli estremi di uno specchio che vede ad un’estremità la critica – non aperta – delle politiche obamiane e dall’altra il richiamo – non totale – al primo presidente African-American. Su questo spettro si sono disposti tutti i candidati alle primarie. 

Una divisione che riguarda le politiche, in particolare la sanità e l’immigrazione. E la strategia elettorale: chi rappresenta meglio la variegata coalizione che Obama aveva creato nel 2008? Poco importa se nel frattempo sono passati dodici anni e il contesto politico sia molto diverso.

Queste divisioni sono apparse in maniera netta nel dibattito di novembre organizzato da MSNBC e The Washington Post. Il tema della sanità e dell’eredità di Obama è stato richiamato dagli stessi giornalisti nelle domande a Sanders, Biden e Warren. Alcuni dei competitor di allora, il sindaco di New York Bill de Blasio e la senatrice di New York Kirsten Gillibrand, avevano addirittura attaccato la riforma della sanità di Obama. Una serata brutta per i democratici. Tanto che l’ex ministro della giustizia di Obama, Eric Holder, era intervenuto per ricordare di

fare attenzione ad attaccare l’eredità di Obama. Costruite su di essa. Espandetela. Ma non ci guadagnate nulla – voi e il partito – attaccando un presidente democratico popolare e di grande successo

Joaquin Castro e Cory Booker avevano criticato le politiche per l’immigrazione di Obama

Anche sulle politiche migratorie la critica a Obama è velatamente diretta o indiretta. L’area progressista del partito è sempre stata molto critica delle scelte dell’amministrazione democratica in quest’area. Alcuni candidati – Julián Castro e Cory Booker – nei dibattiti avevano espresso delle perplessità su quelle politiche. I due si sono esibiti in esercizi funambolici per attaccare Joe Biden ed evitare di criticare Obama. E funambolico è stato pure Biden che all’epoca arrivò a “rinnegare” il proprio appoggio alle politiche di deportazione, “realizzate e volute dal presidente”. 

Un’eredità pesante quella di Obama, dalla quale anche i più critici fanno fatica ad allontanarsi. E che dice qualcosa, tuttavia, sullo stato dei partecipanti alle primarie, usciti e in gara. Mancano in effetti leadership, carisma e visione chiare e inequivocabili che consentano di andare oltre Obama.

L’ombra di Obama sulle primarie ultima modifica: 2020-03-08T14:44:05+01:00 da MARCO MICHIELI

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