America Latina. Il domino del coronavirus

Tra manifestazioni politiche, protocolli sanitari non seguiti dalle stesse autorità e tesi complottistiche, il virus si diffonde progressivamente, dal Messico al Cono Sud.
scritto da CLAUDIO MADRICARDO

In presenza della proclamazione della pandemia da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che sta succedendo in America Latina? Partiamo innanzitutto dai dati. Il Covid-19 ha fatto la sua comparsa in Brasile lo scorso 26 febbraio, due giorni dopo in Messico, quindi si è manifestato in Argentina dove è deceduto il primo contagiato e il numero dei morti sta a due. 

Poi, inarrestabile, ha continuato a propagarsi in Bolivia, Colombia, Costa Rica, Cuba, Cile, Ecuador, Honduras, Panama, Perú, Repubblica Dominicana, Paraguay. Per ultimo si è fatto vivo in Venezuela, Uruguay e Guatemala. Al momento, sembra risparmiare El Salvador e Nicaragua.

Parliamo dei paesi al momento risparmiati. Se il presidente salvadoregno Nayid Bukele ha chiuso le frontiere decretando l’allarme rosso in tutta la nazione, in Nicaragua la vice presidente Rosario Murillo ha chiamato quartieri e comunità ad unirsi in una grande manifestazione di piazza oggi pomeriggio a Managua, il cui nome volutamente riecheggia un romanzo di Gabriel García Márquez: “Amor en tiempos del Covid-19”. 

La notizia non deve stupire, sia per il noto amore di Rosario Murillo per la poesia e la letteratura, sia perché fa seguito a quanto dichiarato pochi giorni fa da Sonia Castro, ex ministra della salute, secondo la quale il governo non ha in animo di imporre alcun tipo di quarantena. E dalla stessa Murillo, che ha assicurato che non ci saranno restrizioni migratorie, alcuna allerta o misura precauzionale. 

Rosario Murillo ha convocato una grande manifestazione a sostegno del marito Daniel Ortega

Si spiega così la convocazione di una manifestazione che, più che essere contro il coronavirus e può favorire la sua diffusione, nasce a sostegno di Daniel Ortega, il cui approccio poco trasparente e autoreferenziale nel trattare le cose di governo si conferma anche in occasione dell’epidemia. 

Nulla è dato sapere di cosa stia facendo il governo per affrontare l’emergenza che potrebbe mettere in ginocchio il paese anche per il suo inefficiente sistema sanitario. Quel poco che si sa, lo si deve a un documento pubblicato dal coraggioso quotidiano online El Confidencial, oggetto di interessate e pressanti attenzioni da parte del regime di Managua, che rivela come il governo preveda nei prossimi mesi 32.500 contagi e 813 morti. Non certo poco per una nazione che conta poco più di sei milioni di abitanti. 

In una partita che vede governo e opposizione battagliare in vista delle presidenziali del 2021, la convocazione della manifestazione è sembrata uno scherzo di pessimo gusto che sottende una totale irresponsabilità da parte delle autorità governative, il cui operato, quindi, finisce col rappresentare una minaccia alla salute pubblica.

Se da parte governativa non si muove dito, alcune scuole private hanno deciso di sospendere le lezioni, e sono molti a mettere in dubbio perfino che le fonti ufficiali forniscano dati veritieri sulla situazione. 

In Argentina dove si è verificato il primo decesso di un uomo che nel recente passato aveva viaggiato in Europa, il presidente Alberto Fernández obbliga alla quarantena tutti coloro che si siano recati in un paese dove si sono verificati casi di contagio. Trovandosi ad operare in una situazione in cui il sistema sanitario nazionale non è stato di certo tra i temi prediletti del suo predecessore neoliberista Mauricio Macri. Imputato dai peronisti di aver smantellato le difese approntate dai governi che lo avevano preceduto per la lotta al flagello del dengue. 

In Bolivia si sono registrati dieci casi tra Santa Cruz, la capitale economica del paese, e Oruro che ha dichiarato la quarantena municipale. Tutti dovuti a persone che hanno contratto il virus in Europa: due in Italia e uno a Madrid. Ciò ha spinto il governo a decretare l’emergenza nazionale, sospendere i voli con il vecchio continente e cancellare eventi pubblici.

Essendo il paese impegnato in una campagna elettorale per il rinnovo di presidente e assemblea legislativa, se la situazione dovesse peggiorare, non è escluso che qualche decisione si dovrà prendere in merito alla possibilità di andare al voto nella data prefissata. 

Nel Brasile di Jair Bolsonaro, che nega di esser risultato positivo ma che sarà sottoposto a nuovo test nelle prossime ore, sono al momento settantasette i casi confermati. Tra cui anche quello del capo della comunicazione presidenziale Fabio Wajngarten, fotografato recentemente assieme a Donald Trump nella residenza di Mar-a-Lago. 

Fabio Wajngarten (a destra) con Donald Trump e Mike Pence, pochi giorni prima di scoprire di essere positivo al coronavirus

La lista continua con i tredici casi della Colombia in emergenza sanitaria e con i ventitré del Costa Rica.

E i quarantatré del Cile che ha imposto la quarantena di due settimane ai viaggiatori provenienti da Europa e Cina, e dove non mancano di girare tesi fantasiose secondo le quali il virus sarebbe un complotto della destra per impedire la grandi manifestazioni popolari a favore del cambio costituzionale su cui il paese andrà al voto referendario il prossimo 26 aprile.

Al di là dell’inconsistenza di tali tesi, rimane da rilevare che la lettura complottistica dell’epidemia rischia di far sottovalutare il rischio reale che la popolazione cilena corre, qualora il Covid-19, al momento tenuto a freno dalle alte temperature dell’estate australe, dovesse scoppiare in modo virulento come sta accadendo in Italia. In una nazione il cui sistema sanitario è del tutto in mano al privato e quindi a pagamento. 

Chiudono la lunga panoramica i venti contagi dell’Ecuador, i due dell’Honduras, i quindici del Messico, il cui presidente ancora ieri non si è sottratto all’abbraccio dei suoi sostenitori ignorando i protocolli di sicurezza approvati dal suo stesso governo. Nonostante la massiccia campagna informativa attualmente in corso, ciò non ha ancora comportato restrizioni alla partecipazione ad eventi pubblici. 

A Panama, il neo presidente Cortizo ha inviato ai suoi concittadini un invito alla calma dopo la proclamazione dello stato di emergenza nazionale ed aver registrato ventisette casi e un decesso. Sei contagi in Paraguay, ventotto in Perù, al momento cinque nella Repubblica Domenicana.

E due nel Venezuela di Maduro, che giorni fa ha definito il coronavirus un complotto dell’Impero per indebolire la Cina, e ha sospeso per un mese i collegamenti con l’Europa. Quattro in Uruguay e uno in Guatemala. Ma tutti abbiamo in questi giorni imparato come i numeri siano in questo caso più che mai ballerini e soggetti a repentini cambiamenti.

Se questo ragionamento vale per contagi e decessi, per i casi registrati fino ad ora, ai quali la stampa locale comincia a dedicare sempre più spazio, pare comprovato che siamo in presenza di contagi originati da cittadini provenienti da altri paesi in cui è in corso l’epidemia.

In genere dall’Europa e spesso dalla stessa Italia. 

A tre turisti italiani si devono i quattro casi di Cuba, dove la direttrice giuridica del ministero del lavoro e sicurezza sociale Yudelvis Álvarez Fonseca ha fatto sapere che ai lavoratori in quarantena sarà corrisposto tra il cinquanta e il sessanta per cento del salario fino al ritorno al lavoro.

Pur nella difficilissima situazione economica in cui l’isola vive, non certo una bella prova da parte del governo cubano, che toglie il sostegno ai suoi lavoratori proprio nel momento in cui sono più deboli. Che dire? “Patria o muerte!!”.

In copertina, il presidente venezuelano Nicolás Maduro

America Latina. Il domino del coronavirus ultima modifica: 2020-03-14T19:58:52+01:00 da CLAUDIO MADRICARDO

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