Covid-19. Oltre la medicina, la salute

I due termini non sono la stessa cosa. È una questione di visione, ancora prima che di pratiche.
FRANCO AVICOLLI
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Sulla sanità italiana, i numeri sono inclementi e fanno capire l’operato degli ultimi governi per la costruzione della convivenza sociale che si suppone debba essere il compito principale della politica. Malgrado il danno evidente, i numeri non dicono tutto, perché i sette miliardi in meno di finanziamento alla sanità sono cifre generali che non tengono conto dei miliardi nel frattempo confluiti nella sanità privata. E neppure di effetti come la chiusura e il ridimensionamento di molti ospedali pubblici e la sostanziale diminuzione delle prestazioni ospedaliere pubbliche.  

E nulla dicono sugli effetti del servizio ospedaliero intra moenia che introduce criteri sanitari privatistici nel servizio medico pubblico. Se a questo si aggiunge il peso finanziario delle assicurazioni ospedaliere, si ha una misura più adeguata della trasformazione subita dal SSN soprattutto negli ultimi dieci anni.

Malgrado il molto che tutto ciò significa per il SSN, i numeri danno un’immagine quantitativa della situazione e non mostrano che il cambiamento del sistema è qualitativo e concerne l’atteggiamento dello stato verso la salute.

Prima di tutto il sistema non è più nazionale, come evidenziano gli atteggiamenti dei vari presidenti regionali; la stessa offerta locale è differente tra una regione e l’altra e ciò rompe de facto l’uniformità di trattamento per i cittadini, malgrado la costituzione ne riconosca l’uguaglianza. Sulla base dei criteri organizzativi, il sistema attualmente in funzione confonde la salute con la medicina: esse non sono la stessa cosa, ma l’una lo specchio dell’altra e voci che, accomunate, definiscono il grado di civiltà di una comunità sociale che è Italia ed è, nello stesso tempo, Europa.

È il caso di sottolineare che la questione non riguarda il ruolo dei medici e di tutto il personale sanitario che sta dimostrando competenza, dedizione e alto senso del dovere, rischiando anche in proprio. Riguarda il ruolo della medicina troppo condizionata dai giochi delle parti che a loro volta confondono il bene collettivo locale di loro pertinenza con il bene collettivo della comunità nazionale più ampia, riproponendo la confusione tra medicina e salute delle premesse.

Non c’è controprova, ma vale la pena domandarsi se un sistema sanitario nazionale improntato sulla salute dei cittadini e non sulla loro accessibilità alla medicina avrebbe svolto un ruolo preventivo, risparmiando contagi e decisioni drastiche che purtroppo continuano ad alimentare confronti inutili e dannosi.

Con una libera interpretazione di Platone, si può affermare che il bene della medicina nasce sicuramente dall’interesse per la medicina in quanto tale. Ma se questa riesce ad agire positivamente per la salute, ciò dà una misura più chiara ed efficace della medicina che, in questo modo, mostra anche il perché dell’interesse per se stessa, confermando la ragione della propria esistenza e della propria necessaria qualità.  

Tra le molte riflessioni suggerite dall’epidemia, mi piace richiamare l’attenzione sul respiro, l’oggetto dell’attacco del coronavirus. E invitare a soffermarsi sul senso metaforico implicito in un’aggressione che colpisce il respiro in quanto punto debole. La crisi di respiro è come un richiamo sintomatico alla crisi di visione, di ampiezza, di portata, di valore, di fiducia, un segno del limite ristretto di un tempo che privilegia in varie forme il particolare sul generale.

Per tali ragioni è necessario evitare confusione tra la medicina e la salute. La quale include il proprio rapporto con la biologia, il sistema che ha al centro la vita e solo la vita che si produce in un contesto ambientale. E non manca chi vede nei disastri provocati all’ambiente l’origine di migrazioni virologiche, come nel caso del coronavirus.

Su tale base non può sfuggire che l’attenzione alla salute definisce la qualità del vivere assieme. Ed è chiaro che la sua collocazione nel contesto socio-economico qualifica il sistema sanitario come fattore di civiltà e la qualità del sistema politico che lo adotta.

C’è da auspicare che il nuovo che avanza ricominci dalla cura del respiro da dare alle scelte e alle decisioni di indirizzo, perché esse siano tali da collegare generale e particolare, la sofferenza, il bene e la salute nella complessità che comprende la natura dei problemi e delle soluzioni, nella realtà e non nei libri contabili.  

Per concludere questa riflessione, ricorro ancora una volta alla saggezza di Platone e al suo concetto di bene come convergenza di percorsi. La scelta di un bene fra altri è il risultato di confronti e comparazioni, del cammino necessario per arrivarci che oltre alla scelta produce sistemi relazionali, organizzazione. Credo che sia questa la democrazia e anche il volto della civiltà.

Covid-19. Oltre la medicina, la salute ultima modifica: 2020-03-17T10:03:17+01:00 da FRANCO AVICOLLI

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1 commento

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Gianni Sbrogiò 18 Marzo 2020 a 11:53

Restando sul materiale. I soldi che lo stato ha fatto mancare alla sanità pubblica negli ultimi 10 anni sono 37 miliardi di euro e di conseguenza i posti letto sono diminuiti di 70.000 unità. Tra il 2018/2025 è previsto un ammanco di16.000/17.000 medici e infermieri e in particolare in medicina di emergenza, pediatria, anestesia, rianimazione e terapia intensiva. Dall’altra parte lo stato finanzia la sanità privata non solo con investimenti, ma anche attraverso i fondi integrativi, assicurazioni, defiscalizzazione e welfare aziendale. Lo scopo è quello di svuotare la legge nazionale sul servizio sanitario (833/2018) che tutto il mondo ci invidiava perché il sistema vuole creare profitto anche dalla malattia. D’altronde lo sta facendo con tutti gli altri servizi pubblici (acqua, trasporti, istruzione, pensioni ecc.). Ora con la pandemia si scopre che al sistema sanitario manca tutto. Il 10% del personale sanitario è positivo perché non ha lavorato in sicurezza e in questo momento continuano a mancare i dispositivi personali per medici e infermieri e la terapia intensiva corre il serio rischio di collassare. Si continua a lavorare in settori non indispensabili e in condizioni non di sicurezza, mentre agli altri cittadini si obbliga (giustamente) a stare a casa. Ora si trova utile e necessario che lo stato dia soldi direttamente ai cittadini mentre fino ad oggi poteva darli solo alle banche. Passata l’emergenza tornerà tutto come prima o qualcuno si convincerà che tante cose devono essere cambiate?

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