USA. Per i dem il futuro è rosa

Anche se è ormai certo che il candidato democratico alla presidenza sarà un uomo, le sorti del partito dipendono sempre più dalle donne
scritto da MATTEO ANGELI
Condividi
PDF

Il prossimo presidente degli Stati Uniti sarà sicuramente un uomo ma, per la prima volta nella storia del paese, il suo vice potrebbe essere una donna. Il frontrunner delle primarie democratiche, Joe Biden, l’ha detto chiaramente qualche giorno fa: la sua spalla, il suo running mate, sarà senza dubbio una donna. Un annuncio che ha costretto anche il suo sfidante, Bernie Sanders, a sbilanciarsi in questa direzione.

Dopo il ritiro di tutte le ottime candidate in corsa nelle primarie democratiche, con Biden e Sanders a contendersi la nomination, la proposta di concedere la vice-presidenza a una donna può suonare per alcuni come un premio di consolazione, per altri come un importante passo verso il posto più ambito, quello di comandante in capo.

Sta di fatto che l’annuncio di Biden – inusuale, perché di solito si comincia a parlare di candidati alla vicepresidenza in estate, quando la convention si avvicina – è la risposta, quasi obbligata, al dato che più di tutti rischia di influenzare lo scenario politico americano, oggi e negli anni a venire: le donne americane votano sempre di più per il Partito democratico. 

Alexandria Ocasio-Cortez, eletta nel 2018 come rappresentante del quattordicesimo distretto dello stato di New York, è uno dei volti più noti delle centoventisette donne che siedono nel Congresso americano

Che l’elettorato femminile preferisca i democratici ai repubblicani, non è certo una novità. Il voto in America ha cominciato a essere segnato da un divario di genere, il cosiddetto gender gap, a partire dagli anni Ottanta, ai tempi della presidenza di Ronald Reagan. Con lui il Partito repubblicano si spostò a destra su una serie di questioni care alle donne: si oppose all’Equal Rights Amendment – la proposta di emendamento costituzionale, naufragata nel 1982, che prevedeva la non discriminazione a causa del sesso, abbracciò posizioni antiabortiste e iniziò a corteggiare i cristiani conservatori, preoccupati delle conseguenze del lavoro femminile sulla tenuta delle famiglie “tradizionali”.

Fu così che nel 1980 Reagan vinse le elezioni, ma, per quanto riguarda il voto rosa, perse di otto punti percentuali. Negli anni a seguire, lo scontro politico divenne sempre più ideologico, con i conservatori schiarati con i repubblicani e i liberal – i progressisti – con i democratici. Questo ebbe ovvie conseguenze anche per quanto riguarda il divario di genere, dato che, statisticamente, gli uomini americani hanno posizioni più conservatrici delle donne su una serie di tematiche, dalla spesa pubblica all’omosessualità, fino alla politica estera.

Dagli anni Ottanta a oggi, il sostegno delle donne al Partito democratico non ha fatto che aumentare. Le ragioni sono molteplici: le donne sono più a rischio povertà degli uomini e, in questo senso, più portate ad apprezzare gli sforzi dei democratici per espandere il welfare; lavorano di più nel settore pubblico (soprattutto nel campo dell’educazione e della sanità), che i repubblicani vogliono tradizionalmente restringere; inoltre, in media le donne americane hanno un’istruzione più elevata rispetto agli uomini e vivono maggiormente nelle zone metropolitane: due aspetti anch’essi correlati con il voto a favore del Partito democratico.

Con l’arrivo di Trump alla Casa Bianca il divario è diventato voragine. Molti hanno visto nella vittoria del tycoon, noto per le sue frasi sessiste e le molteplici accuse di molestie, il trionfo della mascolinità tossica. Per questo, già un giorno dopo il suo insediamento, il 21 gennaio 2017, è stata inaugurata la Women’s March – la marcia delle donne – una manifestazione di dissenso contro la conclamata misoginia del presidente e le sue politiche, che, da allora, una volta all’anno riempie le piazze delle principali città statunitensi.

L’opposizione nelle piazze si è tradotta in opposizione nelle urne. Già in occasione del voto del 2016, Clinton precedeva Trump di tredici punti percentuali (54 per cento contro 41 per cento) nelle preferenze dell’elettorato femminile.

Una differenza che è esplosa in occasione delle elezioni di Midtem del 2018, quando le donne hanno di gran lunga preferito i candidati democratici a quelli repubblicani, con questi ultimi che hanno accumulato diciannove punti percentuali di ritardo, quaranta per cento contro 59 per cento.

A ciò si aggiunge il fatto che tra l’elettorato maschile, i candidati repubblicani hanno prevalso di quattro punti percentuali (51 per cento contro 47 per cento), per un divario di genere di ben ventitré punti percentuali.  

Le donne s’identificano quindi sempre di più con il Partito democratico, indipendentemente dalla loro età, istruzione o appartenenza etnica.

Il dato più importante è il cambiamento nelle preferenze di voto delle donne che vivono nelle aree suburbane, nelle periferie delle città, e nelle aree rurali. Secondo una ricerca dell’Università di Chicago, nel gennaio del 2019 il voto femminile suburbano, che nel 2016 era praticamente diviso a metà tra repubblicani e democratici, in soli due anni si è spostato di sette punti percentuali a favore dei democratici.

Un dato confermato da un sondaggio NBC-Wall Street Journal del gennaio 2020, il quale indica che le donne che vivono nei sobborghi americani si riconoscono per il 47 per cento nel Partito democratico, contro solo il 34 per cento che vota repubblicano.

La democratica Eileen Filler-Corn è dall’8 gennaio di quest’anno la prima donna a occupare il posto di speaker della Camera in Virginia. Non era mai successo prima.

Il sodalizio tra democratici ed elettorato femminile ha portato negli ultimi anni all’elezione di numerose donne, a livello nazionale e federale. Dal 2018, quando i democratici hanno ripreso controllo del Congresso – per la prima volta nella storia senza ottenere una maggioranza tra l’elettorato maschile – delle centoventisette donne che siedono nell’organo legislativo (centodue nella Camera dei rappresentanti e venticinque in Senato), solo ventuno di esse (tredici nella Camera dei rappresentanti e otto al Senato) sono affiliate al partito repubblicano. Le restanti centosei (ottantanove alla Camera dei rappresentanti e diciassette al Senato) sono democratiche!

Inoltre, a livello nazionale, negli ultimi due anni la presenza delle donne negli organi legislativi è considerevolmente aumentata, passando dal 25,4 per cento al 28,9 per cento. Quattro stati governati dai democratici sono emblematici di questo trend.

Nel 2019, il Nevada è diventato il primo stato con un parlamento a maggioranza femminile, mentre in Colorado, la parità di genere è quasi raggiunta, con il parlamento che è composto al 47 per cento da donne. La Virginia, stato tradizionalmente repubblicano fino al midollo ma ora in mano ai democratici, ha eletto quest’anno la sua prima speaker della Camera, Eileen Filler-Corn, mentre il Kansas, stato principalmente rurale, ha dal 2019 una governatrice donna, Laura Kelly.

I democratici puntano sulle donne e le donne puntano sui democratici: questa dinamica promette di condizionare positivamente e in maniera duratura le chance elettorali del partito dell’asinello per almeno due motivi. In primo luogo, le donne costituiscono più della metà dell’elettorato americano: un cambiamento, anche ridotto, nelle loro preferenze può avere conseguenze importanti sugli equilibri politici, molto di più dei vantaggi in termini percentuali che i democratici stanno consolidando tra le varie minoranze.

Secondo e, forse, ancora più importate: le donne americane oggi votano più degli uomini. Ad esempio, nel 2018, anno record in termini di donne elette al Congresso, la percentuale di partecipazione al voto delle donne è stata del 3,2 per cento più alta di quella degli uomini.

In questo momento il gender gap favorisce chiaramente i democratici e, proprio per questo, Trump ha un disperato bisogno di recuperare punti tra le donne. Per farlo, il presidente in carica punta sull’andamento finora positivo dell’economia, sottolineando quelli che considera come successi del suo mandato: il basso livello di disoccupazione femminile, l’introduzione del congedo parentale retribuito per gli impiegati federali – una misura sponsorizzata dalla figlia Ivanka -, e l’aumento del credito di imposta per i figli a carico.

La speaker della Camera dei rappresentanti Nancy Pelosi è diventata il simbolo della battaglia politica contro l’amministrazione Trump

Troppo poco, perché i sondaggi mostrano che il presidente non sta facendo progressi con questo importantissimo segmento dell’elettorato. Secondo un’ampia indagine realizzata da Fox News, perfino l’elettorato femminile bianco, che sostenne Trump nel 2016, preferirebbe ora puntare sul candidato democratico, chiunque egli sia. Questo dato, combinato al forte sostegno di cui godono i dem tra le donne di colore e appartenenti ad altre minoranze, potrebbe essere decisivo in occasione del voto di novembre.

Non va infatti dimenticato che nel 2016 Trump vinse perdendo il voto popolare (Clinton ottenne quasi tre milioni di voti in più di lui) e, soprattutto, conquistò tre stati – Wisconsin, Pennsylvania e Michigan – con margini molto ridotti. In teoria, quindi, basta poco per spostare gli equilibri a favore del candidato democratico.

Dichiarando già ora di volere una donna nel suo ticket, Biden mostra piena consapevolezza di una dinamica che di questi tempi è stata spesso sottovalutata: le donne sono una forza trainante della politica americana e continueranno ad esserlo nel futuro.

Anche se eleggere una donna al posto di Trump avrebbe certo avuto un altro impatto, l’eventuale elezione di una vicepresidente rappresenterebbe comunque un traguardo storico. Finora, solo due donne ci hanno provato, peraltro senza successo: la repubblicana Sarah Palin, spalla di John McCain nel 2008, e la democratica Geraldine Ferraro, running mate di Walter Mondale nel 1984.

Inoltre, la prima vicepresidente donna sarebbe, probabilmente, la crepa decisiva in quel soffitto di cristallo che ha finora preservato lo scranno più alto per il genere maschile, se non altro perché tra qualche anno la vicepresidente in questione si troverebbe in una posizione forte – più di ogni altra donna nella storia americana – per vincere la corsa alla presidenza. Biden ha già settantasette anni: se diventasse presidente, tra quattro anni potrebbe scegliere di non correre per un secondo mandato.

Molti nel Partito democratico sostengono che la spalla di Biden non dovrebbe essere semplicemente una donna, ma una donna africano americana, essenzialmente per due motivi. Da un lato, una vice nera permetterebbe di galvanizzare l’elettorato africano americano, che ha svolto un ruolo decisivo nel risollevare la candidatura di Biden nel momento in cui Sanders era il frontrunner.

Dall’altro lato, il supporto al Partito Democratico della comunità africano americana va ben oltre la candidatura di Biden: basti pensate che, negli ultimi tre anni, i democratici sono riusciti a indicare un loro senatore in Alabama e un governatore in Louisiana, due stati profondamente repubblicani, grazie al sostegno decisivo delle donne africano americane.

Infine, secondo il leader dei democratici in Senato, Chuck Schumer, mettere una donna nera al fianco di Biden sarebbe una scelta particolarmente azzeccata, perché consentirebbe di rimettere insieme le varie anime del partito, dopo delle elezioni primarie particolarmente divisive.

Il toto-nomi è già cominciato. Si parla molto di Kamala Harris, senatrice della California che ha partecipato quest’anno alle primarie, ritirandosi però prima del voto in Iowa, e Stacey Abrams, già candidata nel 2018 al posto di governatrice della Georgia. L’outsider potrebbe essere l’ex senatrice – statale – dell’Ohio Nina Turner, la grande sorpresa Michelle Obama.

Il 2 marzo la senatrice del Minnesota Amy Klobuchar si ritira dalle primarie democratiche e dà il suo endorsement a Joe Biden

Se alla fine Biden facesse un’altra scelta, puntando su una candidata non africano americana, ritornerebbe in gioco il nome di Amy Klobuchar, senatrice del Minnesota che, ritirandosi dalle primarie e dando il suo endorsement a Biden alla vigilia del Super Tuesday ha contribuito in modo importante al “Joementum”, neologismo coniato per descrivere il momentum, lo slancio elettorale a favore di Joe Biden, che gli ha consentito di imporsi come frontrunner dopo il super martedì.

Elizabeth Warren, invece, la donna che più di tutte ha fatto sentire la sua voce durante le primarie democratiche, sembra avere poche chance a causa delle sue convinzioni “troppo” liberal. Biden ha infatti più volte ribadito che il suo running mate dovrà essere qualcuno che la pensa come lui sulle questioni chiave, con il quale poter

magari non concordare sulla tattica, ma essere sempre d’accordo sulla strategia.

In ogni caso, di solito i candidati alla presidenza annunciano il nome del loro vice solo qualche giorno o settimana prima delle convention, che si tengono in estate e con le quali il partito proclama ufficialmente la loro candidatura.

Di qui all’estate c’è ancora molta strada da fare: nonostante Biden abbia quasi in tasca la nomination, l’emergenza virale globale getta un’ombra minacciosa sull’intero processo elettorale.

Ogni discorso sul nome del candidato democratico alla vicepresidenza è quindi prematuro. A meno che Biden non scelga di rompere una consolidata tradizione. 

USA. Per i dem il futuro è rosa ultima modifica: 2020-03-18T16:57:50+01:00 da MATTEO ANGELI

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento