Cesare Viviani, tra poesia e psicoanalisi

Il poeta senese e più in generale la poesia italiana utilizzano sempre più un linguaggio di più agevole comprensione se letto in una dimensione di indagine psicoanalitica
scritto da MARIO GAZZERI
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Il tempo. il tempo che si espande e si contrae come lo spazio, il tempo passato e futuro, “memoria e speranza”, il tempo quarta dimensione degli astrofisici. Proiezione di un’illusione maturata dalla necessità di contenimento del nostro “io”, e di ancoraggio della nostra stessa esistenza. Il tempo che fissa nelle parole dei grandi poeti punti fermi del nostro comune sentire. Il tramonto che diventa “l’ora che volge al disio e ai navicanti ’ntenerisce il core” (Dante, Purgatorio, Canto VIII) o la sublime sintesi di memoria, presente, vita e amore di Leopardi:

[…] Oh come grato occorre / nel tempo giovanil, quando ancor lungo / la speme e breve ha la memoria il corso / il rimembrar delle passate cose, / ancor che triste, e che l’affanno duri.
(“Alla Luna”).

Oggi si osserva nella poesia italiana un linguaggio che risulta di più agevole comprensione se letto anche in una dimensione di indagine psicoanalitica. Ultimo esempio, la raccolta Ora tocca all’imperfetto (da poco in libreria per Einaudi) di Cesare Viviani, poeta senese classe 1947 ma da decenni trasferitosi a Milano dove esercita la professione di psicoanalista.

Dicono, è mancato, è scomparso,
ma no, è diventato tempo,
quel tempo che ci circonda,
ci tocca, ci assilla,
ci seduce, ci corteggia ogni giorno,
finché non cediamo

Cesare Viviani

Viviani esplora il passato e il futuro e sembra vivere il tempo come una condanna, quasi pietrificato dall’impossibile ricerca di compromessi con l’inesistente:

È sorprendente, inverosimile
cercare la salvezza nei bambini,
andare da loro a cercare protezione,
o nei reperti archeologici,
chiedendo sia agli uni che agli altri
di liberarci dal tempo

Infanzia e reperti archeologici, due “topoi” della psicoanalisi che sopravvivono in quella dimensione inconscia di ognuno di noi dove, appunto, il tempo e la scansione dei piani temporali, come siamo comunemente portati a considerarli, non esistono.

Mariangela Gualtieri

Ma, sembra suggerire il poeta-psicoanalista, è proprio lì nell’inconscio che occorre indagare per capire che passato e futuro sono dentro ognuno di noi in un eterno presente. Come scrive poi nella sua raccolta Quando non morivo (Einaudi) Mariangela Gualtieri, (la poetessa di Cesena assurta in questi giorni a rinnovata popolarità per la poesia ‘Nove marzo duemilaventi’ ispirata dall’epidemia del Coronavirus)

[…] Siamo questo traslare
cambiare posto e nome.
Siamo un essere qui, perenne navigare
di sostanze da nome a nome… Siamo.

È l’aggettivo “perenne”, opposto e negazione del tempo finito che conosciamo in questa vita terrena, che dà la cifra del problema, dell’incapacità cioè di contenere entro limiti o spazi temporali un assoluto indefinito e indefinibile. Una sorta di paradossale, lirica soluzione sembra fornircela la stessa Gualtieri in altri versi della raccolta citata:

Imbrunire si chiama quel tempo
quando gli alberi diventano neri
la collina speciosa non è più
leggera ma sagoma d’abisso minacciosa.
Allora si è incastrati qui
Nel precipitare d’un cielo che non ride

Il precipitare in un abisso, dunque, nell’ignoto che segue all’imbrunire. Ma siamo sicuri che Gualtieri si riferisca alla morte e all’ignoto? Oppure, più verosimilmente, all’ignoto del tempo come da noi percepito?

Il problema sembra pervadere la poesia italiana di questi anni e l’angoscia che esso può generare risulta chiara nei versi di Chandra Livia Candiani, poetessa milanese di osservanza buddista:

La morte, l’urlo
sono troppo grandi
per stare nel minuto.
Dormo contata
dai secondi
lieta ragioneria
senza rapide
del sentimento,
del tempo.

Chandra Livia Candiani (a sinistra), Valerio Magrelli (al centro), Silvia Bre (a destra)

L’intreccio di suggestioni storiche o culturali con le varie età dell’uomo è invece l’impronta di un poetare dal fraseggio musicale che trova in Valerio Magrelli un interprete sensibile e attento per quanto riguarda il “problema tempo”. Scrive il poeta romano:

L’adolescenza fa cenno da lontano
regno del pomeriggio
tristezza precolombiana.
Cinta dal doppio pasto
l’epoca ardeva muta
verso la cena nubile e infinita.

Come concludere, poi, senza citare Silvia Bre, una delle voci più limpide dell’attuale scena poetica nel nostro paese. Bergamasca, ma trasferitasi ormai da tanti anni a Roma, pluripremiata per i suoi versi (La fine di quest’arte è la sua ultima raccolta) la poetessa è tra l’altro anche traduttrice dell’opera completa di Emily Dickinson.

Anima, come ti fuma il tempo
tutta rapita dentro
una miseria più grande della mia –
a tanto si riduce l’infinito –
tu sapevi distinguere
i significati
ora servi a versare questa verità nel nulla
e io sono il tuo cane che ti insegue.”

Silvia Bre riconduce il tempo alla musica dei privati sentimenti, annullando l’infinito in un attimo d’amore.


In copertina una scena tratta dal film “Io e Annie” (1977) di Woody Allen

Cesare Viviani, tra poesia e psicoanalisi ultima modifica: 2020-03-19T18:32:40+01:00 da MARIO GAZZERI

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