Don Nandino. Con la forza del sorriso

Parroco a Marghera, è un punto di riferimento per la comunità veneziana e per il cattolicesimo progressista e associazioni nazionali.
scritto da LISA GERUSA
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Don Nandino Capovilla rappresenta un punto di riferimento per la comunità veneziana e per il cattolicesimo progressista e associazioni nazionali. Nasce a Venezia nel 1962, nipote di quel monsignore, poi cardinale, Loris Capovilla, arcivescovo di Chieti, già segretario di papa Giovanni XXIII e si discosta – da subito – dalla figura tradizionale del sacerdote, soprattutto del parroco, per l’attenzione alle questioni di politica internazionale, prima tra tutte quella palestinese, con i suoi frequenti viaggi in Palestina (una sua idea? Quella di andare a cogliere le arance a Gaza) e successivamente l’impegno costante verso i fenomeni di emarginazione, specie quelli connessi ai movimenti geopolitici. Dai senza dimora per i quali aveva chiesto di mettere a disposizione i telefonini dismessi, agli immigrati e alle giovani donne vittime di tratta, per ospitare le quali è riuscito anche ad acquistare un appartamento con l’aiuto e la generosità dei suoi parrocchiani e dei suoi amici. Don Nandino Capovilla, tuttavia, si è sempre preso cura anche della parrocchia dall’isola di Murano al Lido di Venezia per approdare a Marghera nel famigerato quartiere CITA. Tutti i luoghi nei quali ha svolto il ruolo di parroco, inteso come pastore di comunità eterogenee, così come quando ha sostenuto l’associazionismo cattolico e non, a cominciare dall’impegno costante con Pax Christi e con i Beati Costruttori di Pace. Un uomo, insomma, sempre in viaggio e ai confini, dalla Palestina a Lampedusa.

Nel 1964 Herbert Marcuse studiava, mettendolo a nudo, lo stato di democratica non-libertà nel quale vive l’uomo “a una dimensione” nell’epoca post-industriale. Un bel passo all’indietro se si pensa che persino le ieratiche maestà medievali di Simone Martini tentavano di avvicinarsi alla terza dimensione o profondità per il tramite di uno sfondo azzurro anziché dorato.

È possibile, nella temperie attuale, condurre una ricerca in direzione dell’analisi, della profondità o della terza dimensione, nel tentativo di far emergere la realtà?

E, soprattutto: l’universo della Chiesa cattolica oggi può rappresentare un luogo fecondo per tale ricerca?

Don Nandino Capovilla potrebbe incarnare, per alcuni tratti, il ruolo del ricercatore cui abbiamo appena fatto riferimento, con la consapevolezza che una delle sue caratteristiche è quella di camminare su un crinale estremo, senza permettere appieno a sé stesso e a chi lo conosce di comprenderne la sua esatta collocazione geografica.

La sua ricerca della terza dimensione parte dai confini o meglio dai margini, ma non s’esaurisce con le figure borderline di senza tetto, immigrati o altri soggetti socialmente fragili. Al contrario, queste prospettive periferiche diventano l’ambito privilegiato del suo intervento sociale, volto a scalfire le facciate monolitiche del contemporaneo e mettere in discussione la democratica non-libertà della quale si faceva riferimento all’inizio. Ma, soprattutto, costituiscono la sua metodologia di partecipazione alla vita sociale e religiosa.

Aldilà dei selfie oramai celeberrimi, ho sempre avuto chiara la percezione che per avere a che fare con Nandino e con tutte le istanze delle quali si fa portavoce significa diventare dei funamboli piuttosto che degli scalatori o degli speleologi, ossia mettersi in una condizione precaria, e iniziare a trasformarla – per scelta ideologica o per intraprendenza – in una situazione confortevole.

E questo è il tratto comune a tutti i suoi progetti, dalle case per le donne vittime di tratta, alla proposta del riciclo dei cellulari per i senza tetto, alla partecipazione al comitato anti G8, destreggiandosi tra I Beati Costruttori di Pace, Mani Tese e Pax Christi. Fino a organizzare cerimonie e riti battesimali (ne ricordo uno in particolare) per famiglie con componenti cristiane e laiche che lasciano spazio a tutte le sensibilità, esprimendosi con interventi, letture e commenti, fino a concludere il rito battesimale in questione ricordando ai parrocchiani di mettersi al lavoro per scrivere i “desiderata” da far accludere a un qualche documento (ora non lo ricordo) da far pervenire a papa Francesco I.

E proprio questa polivocità, tuttavia, è quella che gli impedisce di essere un ribelle, perché non riesce a escludere ciò che non gli piace, non riesce a fare pulizia a priori e, soprattutto, non comprende una cristianità capace di escludere.

Don Nandino alla Festa della Famiglia, Parrocchia San Bartolomeo, Fossó

È evidente che le radici cattoliche di questo atteggiamento affondano nel terreno ricchissimo della Chiesa cattolica del Centro e Sud America, a partire da monsignor Romero, e incuriosisce scorgere gli esiti ai quali essa approda in un’Europa troppo stanca, anzi sdraiata su un tappeto di privilegi da garantire, che si fa custode di un’ortodossia tanto pedissequa quanto distratta. E, pare, che i portavoce degli esiti più interessanti della teologia americana della seconda metà del XX secolo siano visibili proprio in quelle persone che intervengono – come Nandino – sugli elementi strutturali e acquisiti dei processi economici e sociali – come la povertà e l’immigrazione – per metterli in discussione, insomma, in coloro i quali allentano i gangli del meccanicismo. L’energia che è servita e occorre nel Centro e nel Sud America per far includere il quarto stato nella società, in Europa si concentra in quelle che Deleuze chiama “le pieghe”, gli antri.

Quest’ultimo tratto rappresenta uno degli aspetti più interessanti della Chiesa contemporanea, sotto il profilo politico in primis. Nel senso che stanno diventando inderogabili alcune questioni rimaste per molto tempo in filigrana rispetto a problemi di natura dottrinaria e teologica, tanto da irrompere ora nel dibattito pubblico come tematiche autonome.

Tutto questo, senza dubbio, avvicina e rende assai più simpatico e moderno il protagonista di questo ritratto: un’analisi veloce e puntuale, però, non ci deve far dimenticare il fatto che la scelta del crinale estremo conceda anche una piccola rendita di posizione in termini di comodità, vale a dire permette di non rimanere segregato dentro un abito troppo stretto (ricordo che il nostro indossa con parsimonia l’abito talare) e, di conseguenza, un’elasticità tale da sembrare uno sfuggente calcolo. Ma, come sempre, questi dubbi vengono sciolti dal testimone indiscutibile per eccellenza, il tempo.

Questo breve racconto sarebbe incompleto, se omettesse di far riferimento alla battaglia di Nandino contro la tristezza e l’austerità in favore della felicità, il suo canone didattico, il secondo contributo di natura metodologica dal quale non può prescindere per dialettizzare col mondo e per attingere al suo personale bacino di entusiasmo pressoché inesauribile. 

Felicità e sorriso: un altro filone sotterraneo della Chiesa cattolica del Novecento, progressivamente sdoganata nel secondo millennio o, forse, un po’ prima. 

Era il 1993 quando Salvatore Grigoli riporta di essere stato ricevuto con un sorriso da don Pino Puglisi il quale aveva perfettamente compreso di avere di fronte a sé il suo assassino. 

Se si volesse periodizzare attraverso gli atti giudiziari di un omicidio, questa sarebbe una splendida data per rendere autorevole la convinzione secondo la quale un sorriso non sia il mero indice di superficialità. 

Don Nandino. Con la forza del sorriso ultima modifica: 2020-03-19T18:02:25+01:00 da LISA GERUSA

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