Il socialismo realizzato del “Ragno Nero”

Trent’anni fa ci diceva addio Lev Jašin, tra i più grandi portieri della storia, l'unico a vincere il pallone d'oro per avere rivoluzionato il modo di giocare in quel ruolo, che dopo di lui non fu più lo stesso.
scritto da ROBERTO BERTONI
Condividi
PDF

Trent’anni fa ci diceva addio Lev Jašin, il patriota russo che ebbe il coraggio di rifiutare un’offerta con assegno in bianco del presidentissimo del Real Madrid, Santiago Bernabéu, non proprio un tipo distante da Franco. Il punto è che per questo figlio di fabbro, dedicatosi per un periodo anche all’hockey prima che il calcio ne reclamasse giustamente la grandezza, la Dinamo Mosca costituiva una ragione di vita e l’Unione Sovietica una patria dalla quale non allontanarsi mai.

Non eravamo ancora in tempo di globalizzazione e contratti milionari; o meglio, c’erano già i divi e anche qualche mercenario, ma diciamo che nella terra del socialismo reale i ragazzi venivano cresciuti con altri valori e abituati a un attaccamento alla maglia e alla nazione oggi impensabili anche a quelle latitudini. 

Lev Jašin, soprannominato il “Ragno Nero”, con il pallone d’oro – unico portiere ad averlo vinto – nel 1963.

Lev Jašin è stato, semplicemente, il portiere più forte del mondo, l’unico a vincere il Pallone d’oro nell’ormai lontano 1963, battendo il nostro Rivera che se lo sarebbe aggiudicato sei anni dopo. È stato capace, in quello stesso anno, di ipnotizzare Mazzola dal dischetto con la sua prestanza atletica. Era in grado di far sembrare piccola la porta a qualunque attaccante e di trascinare l’Urss nell’Olimpo del pallone, nonostante la cattiva stampa di cui i sovietici godevano in Occidente e le scorie della Guerra fredda che si depositavano in ogni ambito della società. 

Diciamo che Jašin ha messo in discussione alcuni capisaldi di Jalta, riuscendo là dove avevano fallito i vertici del Pcus e una parte consistente del Pci, facendoci dimenticare i carri armati di Budapest e di Praga, inducendoci a tifare, almeno per qualche istante, per i “cattivi”, dato che i “buoni” non hanno mai amato granché il calcio, prediligendo sport con i quali, almeno noi italiani, ma direi noi europei, facciamo tuttora fatica a entrare in sintonia. 

Il “Ragno nero”, con la sua forza strabiliante, le sue parate, la sua classe, la sua grinta e il suo essere modernissimo nell’utilizzo dei guanti e dei piedi, in un’epoca in cui anche i migliori portieri erano finiti tra i pali perché, il più delle volte, alla grande agilità corrispondeva una tecnica da destar spavento, potrebbe giocare titolare anche oggi ed essere, ovviamente, fra i protagonisti. 

Lo è stato per almeno un decennio, negli anni in cui impazzava la corsa alla luna e il nostro sosteneva, con straordinaria impudicizia, che “il piacere di parare un rigore è superato soltanto dalle immagini di Jurij Gagarin volando nello spazio”.

Vanto dei sovietici quando esistevano i blocchi, la Cortina di ferro, il Patto di Varsavia, e i comunisti nostrani che volevano “fare come in Russia”, contrapposti al bigottismo di certi cattolici secondo cui, da quelle parti, si ammazzavano i preti e si stupravano le monache, Leone Jašin ha avuto il merito di accorciare le distanze, inducendoci per qualche ora a dubitare delle fiumane di propaganda che ci entravano quotidianamente in casa. Non è bastato per sovvertire i rigidi equilibri politici, non ha messo in discussione Stay behind, l’appartenenza dell’Italia alla NATO e altri capisaldi del nostro vivere civile, in qualche caso potremmo anche dire per fortuna, ma è stata la prima volta che ci ha sfiorato un alito di innovazione, come se la globalizzazione avesse bussato alla nostra porta e noi le avessimo detto, temporaneamente, di sì. 

È riuscito ad abbattere ogni muro erigendo una barriera insormontabile, ci ha fatto dimenticare persino il discorso di Kennedy a Berlino e passare sopra ai VoPos che sparavano ai tedeschi dell’Est disperatamente in fuga verso la mecca del benessere costituita dall’altra metà della città divisa. 

Se ne andò troppo presto, a soli sessant’anni, dopo che nell’82 gli amputarono una gamba per una trombosi, causata dalla sua passione malata per il fumo. Vinto da un cancro allo stomaco, sconfitto da una realtà che ormai non gli apparteneva più. Il Muro era caduto, le Germanie stavano per essere riunificate e il suo mondo di frontiera si era chiuso lì. Leone Jašin, l’incarnazione del socialismo realizzato che tutti noi abbiamo simbolicamente, e inevitabilmente, adottato. 

Grazie al tuo contributo ytali sarà in grado di proseguire le pubblicazioni nel 2020.
Clicca qui per partecipare alla sottoscrizione


Il socialismo realizzato del “Ragno Nero” ultima modifica: 2020-03-26T15:23:55+01:00 da ROBERTO BERTONI

VAI AL PROSSIMO ARTICOLO:

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento