Stati Uniti, il virus svuota-carceri

Mentre centinaia di detenuti sono già in quarantena, gli istituti penitenziari cercano di isolarsi dai contatti esterni e di mettere al sicuro i soggetti più deboli
scritto da MATTEO ANGELI

Se uno si ammala, si ammalano tutti, perché in carcere non c’è posto dove ripararsi. Suona così, come una condanna senza appello, uno dei grandi enigmi che attanagliano le autorità pubbliche di fronte alla crisi da coronavirus: come proteggere la popolazione carceraria dall’avanzata dell’epidemia, là dove lo spazio a disposizione è molto ridotto ed è praticamente impossibile mettere in atto pratiche di distanziamento sociale?

Negli Stati Uniti, dove centinaia di detenuti sono già in quarantena e, in molti stati, le visite di famigliari e avvocati sospese, le amministrazioni degli istituti penitenziari hanno scelto, per far fronte al panico, di liberare alcuni detenuti e di confinarli ai domiciliari. Solo nella scorsa settimana, il New Jersey, ad esempio, ne ha liberati a centinaia. L’obiettivo è di ridurre l’affollamento nelle prigioni e contenere così la diffusione del virus tra i 2,3 milioni di persone che stanno scontando una pena in America, ma anche tra il personale penitenziario e sanitario.

La maggior parte dei carcerati vive infatti in spazi angusti, simili a dormitori. Se uno si ammala, gli altri non possono scappare: è come una condanna a morte per i soggetti più deboli.

Non è solo un problema di spazio. Le autorità sanitarie e i direttori degli istituti penitenziari mettono l’accento anche sulle condizioni igieniche, che lascerebbero a desiderare nella maggior parte dei casi e che farebbero delle prigioni americane l’habitat perfetto per la propagazione del virus.

In questo contesto, c’è chi chiede al presidente Donald Trump di concedere la grazia a quei detenuti che sono gravemente malati e ad altri soggetti potenzialmente a rischio, come le persone anziane e quelle con problemi di salute.

Quest’appello è stato attivamente sostenuto da un gruppo bipartisan di quattordici senatori – tra i quali figurano quattro ex candidati alle primarie democratiche (Elizabeth Warren, Amy Klobuchar, Cory Booker e Kamala Harris), che ha inviato una lettera al Dipartimento della giustizia, chiedendo di rilasciare gli anziani (più di sessant’anni), i malati terminali e i detenuti “poco pericolosi”, commutandone la pena in un arresto ai domiciliari.

Una richiesta che, a dire la verità, le associazioni che lottano per una riforma del diritto penale avevano avanzato già a partire da fine 2018, quando Trump aveva firmato una legge che estende i casi in cui si possono applicare gli arresti domiciliari.

Con 2,3 milioni di persone detenute nelle carceri (la maggior parte negli istituti statali), l’America è la nazione con più carcerati pro capite al mondo

Finora, il Dipartimento di giustizia non aveva ceduto a queste pressioni, ma ora la situazione di estrema eccezionalità rende urgente e inderogabile il rilascio dei detenuti più a rischio.

A questo proposito, domenica, in conferenza stampa, Trump ha rivelato di stare riflettendo alla possibilità di adottare un ordine esecutivo che permetterebbe ai detenuti anziani e non violenti di uscire dalle carceri federali. Solo quelli “totalmente non violenti”, ha tenuto a rimarcare il presidente.

Ma intanto il panico dilaga, colpevole anche la notizia di un contagio illustre come quello di Harvey Weinstein. Il produttore cinematografico, condannato a ventitré anni di prigione per aggressione sessuale, sta scontando la sua pena nel Walden Correctional Center di Alden, una cittadina appena fuori Buffalo, nello stato di New York.

Domenica, Weinstein, che ha sessantotto anni, e un altro prigioniero dell’istituto penitenziario sono risultati positivi al Covid-19 e sono stati messi in quarantena, così come alcuni membri del personale carcerario.

Intanto, i legali di un altro detenuto famoso, l’attore e comico Bill Cosby, ottantadue anni, anche lui in carcere per violenza sessuale, ne chiedono l’immediato rilascio e la messa agli arresti domiciliari, perché preoccupati per il suo stato di salute. Fanno notare che un dipendente del carcere della Pennsylvania in cui è detenuto Cosby sarebbe stato trovato positivo al virus e già questo, di per sé, rappresenterebbe una gravissima minaccia per la salute del loro cliente.

Se per i detenuti più anziani e malati gli istituti penitenziari aprono le loro porte, per il resto della popolazione carceraria il messaggio è l’opposto: è il momento di chiudere le prigioni, isolarle dai contatti esterni per evitare l’ingresso del temuto virus. Basta visite (avvocati e famiglia), meno trasferimenti di carcerati da un prigione all’altra e rigidi controlli sanitari per i nuovi arrivati.

Meno libertà, meno diritti. Per chi è già prigioniero il confinamento ha un sapore particolarmente amaro.

Stati Uniti, il virus svuota-carceri ultima modifica: 2020-03-26T09:40:32+01:00 da MATTEO ANGELI

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