Covid-19. Il Potere

È stato divinizzato, ma sta tra gli uomini, è umano. Ha il compito di gestire il contatto con la realtà, di interpretarla, di renderla organizzabile nella narrazione sociale. Ha lavoro facile nei periodi normali ma entra in fibrillazione quando si presentano situazioni nuove e imprevedibili.
scritto da ALBERTO MADRICARDO
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Quale futuro attende il potere che sta attraversando ora la tempesta della grande emergenza? Se lo chiedono in molti, tirando il collo per sbirciare oltre il presente, al dopo. Si chiede anche Alessandro Campi su Il Messaggero del 26 marzo, se oggi non sia in corso “un esperimento su scala planetaria di disciplinamento sociale”, rispondendosi subito che è difficile credere davvero a uno scenario post-orwelliano in una situazione in cui il potere, in ogni parte del mondo, sta dando una prova ben misera di sé, con la sua affannosa ricerca di stare al passo con gli eventi che lo sopravanzano nell’emergenza del corona virus. 

C’è sempre una tendenza a demonizzare il potere: è confortante per chi la compie, specie nei momenti difficili, poter prendersela con la sua miopia, sordità e inefficienza. Il potere, per come si rappresenta, deve veder lontano, anticipare. Per questo è stato sempre immaginato fisicamente e idealmente sovrastante: sull’acropoli, sul trono al culmine della scalea regale, sul Colle. 

È stato divinizzato, ma sta tra gli uomini, è umano. Ha il compito di gestire il contatto con la realtà, di interpretarla, di renderla organizzabile nella narrazione sociale. Ha lavoro facile nei periodi normali ma entra in fibrillazione quando si presentano situazioni nuove e imprevedibili. 

Secondo Carl Schmitt il sovrano “umano” non è altro che una secolarizzazione del Dio cristiano

Fino a un tempo non tanto lontano poteva tranquillamente coprire le sue incertezze e i suoi errori con la distanza scenografica dai comuni mortali, avvolgendosi nel velo sacrale di mistero davanti al popolo. 

Nel suo distacco, nella sua ostentata indifferenza a tutto ciò che è comune, appariva straordinaria grazia tutto ciò che esso faceva cadere dall’alto sul popolo sottostante. L’alto, il potere, il divino erano accomunati e con-fusi in una sola rappresentazione, insieme religiosa e politica. 

“Tutti i doni vengono dall’alto”, dice il mistico Dionigi l’Areopagita. Tanti secoli dopo Carl Schmitt, nella sua Teologia politica, gli fa eco:

tutti i concetti più pregnanti della moderna dottrina dello Stato sono concetti teologici secolarizzati. 

Per il potere l’eccezione era la norma: il commercio con l’excelsum (inteso letteralmente come l’eccedente, l’elevato) e con il “miraculum” (il prodigio, la meraviglia, ma anche l’inquietante) la sua normalità. Il potere nella sua pienezza è assoluto: comprende in sé i contrari. È di vita o di morte. Roger Caillois ha messo in luce il nesso profondo e misterioso mantenuto nei secoli, tra il sovrano e il boia, sostenendo che esso ha un ruolo fondativo della relazione sociale:

il carnefice costituisce il pendant solidale e antitetico dell’orrore e del vincolo di questa stessa associazione, del sovrano il cui volto maestoso presuppone l’infamia della sua terribile controparte. 

La principale preoccupazione del potere è sempre stata quella di mantenere vivo il senso della propria eccezionalità, aiutato in questo dal popolo stesso, bisognoso di trascendenza e di miracoli. Ma la secolarizzazione, in atto in Occidente da qualche secolo, gli ha tolto il diritto di dare la morte, lasciandogli solo quella sulla vita. Così il potere è oggi legittimato solo a salvaguardare la vita, a operare in quella sfera che appunto prende il nome di biopolitica.

Si è ristretto a biopotere: rispetto a quello tradizionale, è un potere dimezzato. Perdendo la sua assolutezza, si è diradata la sua aura di mistero, si è di molto ridotta la distanza dal popolo, e deve quindi dimostrare davanti allo sguardo sempre più penetrante ed esigente di questo – lui che non riconosceva alcuna superiorità oltre la propria – di essergli utile. 

E allora ecco che, come scrive Alessandro Campi, questo potere ormai senza riparo, vituperato, nei momenti difficili e davanti all’ignoto appare

un potere nudo, confuso e confusionario, e, al dunque, vuoto e relativamente impotente.

Più che anticipare maestosamente il corso degli eventi pare arrancargli dietro, contentandosi del classico ruolo di mosca cocchiera.

A questo potere, pensa Campi, è così difficile – fortunatamente – attribuire l’intento luciferino di approfittare della situazione per accrescere, nella gestione delle emergenze, il suo dominio su masse rese arrendevoli dalla paura. Se questo può procurare un certo sollievo, perché, in base a queste considerazioni può ritenere non del tutto credibile un possibile successo dei sistemi autoritari, d’altra parte tutto ciò gli appare “davvero strano, se non desolante”. 

Condivido sostanzialmente il ragionamento di Campi, ma non la conclusione. Mi pare fuori tempo, ancora dentro quella logica ottocentesca-novecentesca che, con Durkheim e Weber, “scopriva” la secolarizzazione.

Per Michel Foucault la relazione sempre più stretta tra la dimensione della politica e quella della vita biologica caratterizza la società moderna. Il pensatore francese definisce questa connessione come “biopolitica”.

Quello che appare a Campi strano e desolante non è altro che il potere com’è sempre stato, ma che ha potuto per lo più celare fino a che è stato assoluto, perciò ingiudicabile. Fino a che ha potuto alimentare intorno a sé quella mitica aura sacrale nella quale poteva con-fondersi con il trascendente, con il divino. 

Con il dissolversi delle suggestioni mitiche il potere appare finalmente nudo, confuso e confusionario come è sempre stato. Umano. Questa relativizzazione del potere rende giustizia non solo all’umano, ma anche al divino. Per questo essa non solo è giusta, ma anche sacrosanta. 

È vero che i popoli sono stati complici di questo “inganno”, l’hanno non solo subito, ma voluto, addirittura desiderato, come avverte de La Boétie nel suo Discorso sulla servitù volontaria. Ma mentre i popoli si sono ingannati, il potere ha ingannato. Questo fa la differenza. La sua maestà, per quanto stupefacente e spettacolare fosse, non ha mai potuto scrollarsi del tutto di dosso il vago sentore dell’impostura. Lasciamo stare che questo inganno fosse talvolta una “nobile menzogna” – come la chiama Platone – mantenuta per preservare, dandogli una parvenza naturale, l’ordine artificiale dello stato. O un inganno pietoso, volto a rincuorare i forti e a sollevare i deboli. Che ci sia stata – e ci sia – una necessità del potere di mentire non cambia nulla riguardo alla sua colpa: il potere lo sa, perciò è tragico. O almeno lo è stato fino a che è stato assoluto. Dopo, privato della sua assolutezza, cioè del suo potere sui contrari (di decidere la vita e la morte) non ha potuto sfuggire alla secolarizzazione e al destino di Babele. 

Ora in una situazione di relativizzazione avanzata il potere è posto all’improvviso davanti all’evento unico, senza precedenti (almeno nelle sue modalità planetarie) del contagio. La sua reazione sarà di chiusura o di apertura? Avremo una dittatura planetaria o una democrazia più larga, diffusa e consapevole? 

Dipende da noi, da quello che chiediamo e pretendiamo dal potere. Da come lo giudichiamo: se presupponendo che sia qualcosa di divino o di umano. Se ci ricordiamo che il potere è di per sé un controsenso, perché impone compiti divini a esseri che sono e restano comunque umani. Che perciò non è un mantello che un uomo possa mai portare con naturalezza sulle sue spalle. Se non lo giudichiamo per responsabilità divine cui non può assolvere, ma per quelle che nella concretezza delle situazioni certamente ha, potendo fare questo avendo noi la competenza che solo può avere chi ha assunto fino in fondo le proprie, allora sapremo davvero giudicare il potere con maturità, e lasciarci finalmente alle spalle la secolarizzazione. 

Il potere ama rappresentarsi come lungimirante e anticipante (il vizio dell’apparenza non se lo toglie mai del tutto) ma in tempi normali, in realtà, quasi non pensa che a sé, a mantenersi sulla corrente del consenso che lo supporta. Nelle situazioni di lunga normalità si assopisce nell’abitudine. Come capita a tutti, del resto: anche in questo è umano. Ma è costretto a risvegliarsi, come succede oggi, al colpo improvviso dell’ignoto. Adesso deve essere davvero ciò che per lo più solo si atteggia a essere. Deve agire, fare fronte, rischiare, aprire la strada. Senza poter seguire il consenso com’è abituato. 

Per Étienne de La Boétie gli esseri umani sopportano ogni forma di “tirannia”, “che non ha altro potere se non quello che essi stessi gli accordano” e che ha la capacità di “nuocere loro solo finché sono disposti a tollerarlo”. 

Tutti, potere o no, vorremmo distanziare, avere tempo, metabolizzare ciò che accade, ma non ci è concesso. Davanti all’ignoto siamo tutti egualmente impreparati, confusi. Anche i regimi autoritari – anzi soprattutto loro, meno le democrazie, che hanno meno da giustificarsi, perché lo fanno, o dovrebbero farlo, sempre – cercano disperatamente di apparire premurosi, efficienti, utili, in ottemperanza al principio di legittimità di questo tempo che ha sostituito il sacro con l’utile. Nell’ansia con cui cercano di giustificare differenze e gerarchie su cui si reggono, mostrano, loro malgrado, tutta la loro fragilità “umana

Tutti, potere o no, davanti all’ignoto proviamo un brivido. Importante è coglierlo insieme. “Il brivido – dice Goethe nel Faust – è la parte migliore dell’uomo”. Perché è discontinuità, un lampo interno. Risveglia, spinge fuori. 

Covid-19. Il Potere ultima modifica: 2020-03-28T12:51:21+01:00 da ALBERTO MADRICARDO

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