Covid-19. Salviamoli, e gli animali ci salveranno

C’è un filo rosso sangue che unisce l’insorgenza di nuove zoonosi al consumo esasperato che la razza umana fa dei corpi degli altri esseri viventi. L’epidemia da coronavirus è lì a ricordarcelo una volta di più. Quel filo può essere e va spezzato.
scritto da MATTEO ANGELI
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C’è un filo rosso sangue che unisce l’insorgenza di nuove zoonosi – le malattie che si propagano dall’animale all’uomo – al consumo esasperato che la razza umana fa dei corpi degli altri esseri viventi. L’epidemia da coronavirus è lì a ricordarcelo una volta di più.
Molto si è detto e si è scritto sull’origine dell’epidemia che sta mettendo in ginocchio il mondo. Secondo le tesi più complottiste – smentite peraltro da vari studi – il virus sarebbe stato creato in laboratorio. Il grosso della comunità scientifica, invece, concorda nell’affermare che il Covid-19 avrebbe un’origine naturale, cioè che sarebbe “saltato” dall’animale all’uomo.

In che modo? È difficile identificare la specie serbatoio: c’è chi punta il dito contro i pipistrelli e chi al contrario sostiene che il colpevole sarebbe il pangolino cinese, formichiere in via d’estinzione a causa delle scaglie della sua corazza, fatte di cheratina, che lo rendono molto ricercato dai bracconieri.

Il nome esatto dell’“untore” conta relativamente poco. Più importante è il contesto in cui il virus si è sviluppato: gli esperti sostengono che il bacino d’origine del nuovo coronavirus è il wet market, il mercato dove si vendono carne e animali vivi, di Huanan, nella città della Cina centrale di Wuhan.

In Cina, i mercati rionali all’aria aperta come quello di Huanan sono una sorta di porta dell’inferno per gli sventurati animali che vi ci si ritrovano. Pezzi di corpi gocciolanti si mescolano a animali ancora vivi, terrorizzati, rinchiusi in gabbie impilate una sopra l’altra, in attesa di essere macellati sul posto o di essere portati via da clienti senza scrupoli.

Wet market di Anhui, Cina, 2016 (Fonte: We Animals)

Perfino gli appetiti più particolari possono essere soddisfatti in queste fiere della crudeltà: oltre a maiali, anatre, capre e conigli, si trovano tartarughe, pipistrelli, cammelli, zibetti, struzzi, serpenti, volpi, cani e una lista infinita di altre specie, tra i quali anche il pangolino o altri animali cosiddetti “non convenzionali”, vittime di bracconaggio e contrabbando, pratiche che prosperano grazie all’assenza di normative e controlli. Basti pensare che è possibile imbattersi anche in pinne di squalo o tranci di tigre.

Questi mercati, molto diffusi in Cina ma anche in altre parti del Sudest Asiatico, come l’Indonesia o la Thailandia, sono delle vere e proprie bombe a orologeria per l’insorgenza di nuove zoonosi dal potenziale pandemico. Animali strappati alla natura o vittime dell’allevamento intensivo – specie che non si sarebbero altrimenti mai incontrate! – trasportati senza alcun riguardo per il loro benessere, chiusi in gabbie impilate una sopra l’altra, oggetto di uno stress terribile e di conseguenza potenzialmente molto malati, ammazzati in maniera estremamente dolorosa: un misto di sangue, saliva, urina e altri fluidi corporei raggiunge venditori e clienti, creando così le condizioni adatte per lo sviluppo di nuove malattie e per la loro trasmissione.

Nel caso specifico del coronavirus – benché le modalità di trasmissione restino ancora incerte – esiste una ricerca dell’Università Campus Bio-Medico di Roma che ritiene che il virus sia passato dagli animali all’uomo nel wet market di Huanan attraverso il sangue di un animale, che avrebbe imbrattato le mani di un commerciante.

Non è la prima volta che si sospetta che l’origine della diffusione di una malattia infettiva sia un animale selvatico venduto in un mercato cinese: diciassette anni fa, la sindrome respiratoria acuta grave (Sars), scoppiò in un mercato di animali vivi dove si vendevano civette delle palme.
Più in generale, negli ultimi anni, l’uomo è stato colpito da a una serie di virus che, partendo dagli animali, hanno compiuto il cosiddetto “salto di specie”. In ordine di tempo, dopo la Sars possiamo ricordare: l’influenza suina, un’epidemia scoppiata nel 2009, causata dal virus H1N1, trasmesso dagli uccelli ai suini e poi mutato, diventando specifico per l’uomo; la Mers, nel 2012, sindrome respiratoria mediorientale da coronavirus, che fece il salto da pipistrelli a cammelli e, poi, all’uomo; l’epidemia di Ebola del 2014, il cui virus responsabile è stato identificato nei pipistrelli della frutta.  

Un discorso analogo vale anche per l’origine dell’altra grande epidemia dei nostri tempi, l’Aids, che dal 1981 ha fatto trentacinque milioni di morti. Benché non esista un consenso a riguardo, la teoria più quotata ipotizza che il virus sia il risultato di mutazioni genetiche di un altro agente patogeno, che colpisce alcune specie di scimpanzé africani. Il salto di specie sarebbe avvenuto probabilmente tramite la cacciagione o attraverso riti tribali che implicavano il contatto con il sangue di questi animali.

Sars, influenza suina, Mers, Ebola, Aids, coronavirus: in tutti questi casi ci troviamo di fronte a virus nuovi, contro cui siamo privi di difese immunitarie e non esiste né una cura specifica né un vaccino. Questo è il grande problema del salto di specie.

Listino prezzi con gli animali che potevano essere acquistati presso un venditore del mercato di Huanan. Include cani, pavoni, volpi e serpenti.

Detto ciò, va specificato che è abbastanza raro che un virus animale faccia delle mutazioni tali da permettergli di contagiare l’uomo. Cosa può favorire questa dinamica? I milioni e milioni di contatti che avvengono ogni giorno tra animali selvatici e persone nei mercati asiatici.

Ecco quindi il punto della questione: il commercio di animali selvatici è tra le cause della diffusione di nuove malattie infettive pericolose per la razza umana e, per questo, andrebbe bandito e contrastato. La Cina l’ha fatto, troppo tardi, due mesi dopo lo scoppio dell’epidemia e, a questo proposito, sono in molti a temere che, una volta passata la crisi, Pechino allenti di nuovo le regole in materia di vendita di animali selvatici, tornando al business as usual.

Sarebbe un grave errore. Gli animali selvatici appartengono alla natura e questa è una regola con la quale è meglio non scherzare: secondo un rapporto delle Nazioni Unite del 2016, il sessanta per cento delle malattie infettive che colpiscono l’uomo è il risultato di un’interazione con gli animali, cifra che arriva al 75 per cento quando si parla di malattie infettive emergenti. La maggioranza di queste zoonosi ha origine negli animali selvatici.

Una nuova epidemia – un corona-bis – non sarà una questione di “se” ma di “quando” se l’uomo non cambierà il modo in cui si rapporta con l’ambiente e con gli animali. In questo senso, il commercio degli animali selvatici è solo una parte di un problema ben più vasto. I virus viaggiano con l’uomo e l’organizzazione della società globalizzata crea un terreno fertile per la loro diffusione, a causa della sempre maggiore mobilità delle persone e della crescente urbanizzazione – che ci spinge a vivere in zone densamente abitate.

A questi elementi se ne aggiunge un altro: il consumo crescente che facciamo di carne animale. Si tratta di un’abitudine che da un lato ci porta in contatto con animali d’allevamento, come maiali o galline – che possono agire come vettori di malattie originate in altre specie – e dall’altro è, insieme all’aumento della popolazione mondiale, la causa dell’incremento della deforestazione. La deforestazione è a sua volta responsabile della moltiplicazione delle occasioni di incontro tra animali selvatici, che sono portatori diretti delle malattie in questione, e uomini/animali d’allevamento.

Visto in questo modo, il problema è doppio: la popolazione umana cresce troppo, così come il consumo di proteine animali. Non sono quindi solo gli esotici wet market, i mercati di carne e animali vivi del Sudest Asiatico, a rappresentare una minaccia per la nostra salute. Anche gli allevamenti intensivi sono serbatoi di patogeni che possono contribuire a favorire il salto di specie.

Una capannone di polli da carne, Danimarca, 2017 (Fonte: We Animals)

L’allevamento intensivo indica un modello di produzione che si basa sul confinamento ad alta densità di animali da reddito, al fine di ridurre i costi di produzione e massimizzare i profitti. In Europa non abbiamo categorie univoche per distinguere gli allevamenti intensivi dal resto delle aziende. Negli Stati Uniti invece ci sono le cosidette concentrated animal feeding operations (CAFO), termine che indica le stalle con più di: mille bovini da carne; settecento vacche da latte; duemilacinquecento maiali; centoventicinquemila polli da carne o ottantaduemila galline ovaiole, confinati per più di quarantacinque giorni all’anno in spazi controllati costruiti o ricavati artificialmente. In America esistono più di cinquantamila “mega stalle” di queste dimensioni e almeno altri duecentocinquantamila allevamenti intensivi non abbastanza grandi per essere definiti CAFO.

Secondo Compassion in World Farming, organizzazione internazionale per il benessere degli animali da allevamento, a livello globale gli allevamenti intensivi producono il settanta per cento della carne di pollame, il cinquanta per cento di quella di maiale, il quaranta per cento di quella bovina.

La maggior parte della carne, dei latticini e delle uova consumate oggi, vengono quindi da miliardi di animali infelici: mucche, maiali, galline, oche, capre, pecore e altri animali, obbligati a vivere ammassati gli uni sugli altri in spazi angusti e sporchi e condannati a morire dopo un lungo e penoso viaggio verso i mattatoi.

Animali rinchiusi in capannoni in cemento, spesso illuminati artificialmente; costretti a respirare l’ammoniaca proveniente dalle proprie deiezioni; sfamati in modo da tale da ingerire il più cibo possibile, per crescere velocemente e produrre grandi quantità di carne o latte. Queste condizioni estreme rendono meno efficiente il loro sistema immunitario. Ceppi virulenti possono così emergere e prosperare, nonostante il lavoro dei servizi veterinari per evitare queste situazioni.  

Per far sopravvivere il bestiame in queste condizioni, si può essere tentati di cedere all’abuso di medicinali, nonostante le regole in materia siano sempre più stringenti. Sommiamo tutti questi fattori ed ecco un contesto ideale per permettere ai virus di allenarsi, evolvere e arrivare, mutazione dopo mutazione, al salto di specie dall’animale all’uomo.

In Cina l’allevamento intensivo dei maiali è realizzato in enormi capannoni a più piani, i cosiddetti “hotel per maiali”, che possono contenere più di mille suini per piano.

Un esempio recente? La pandemia causata dal virus H1N1, la cosiddetta “influenza suina”. Si tratta di una malattia respiratoria dei maiali, normalmente non veicolabile all’uomo. A partire dal marzo 2009, il virus è però mutato: è diventato trasmissibile da uomo a uomo, estendendosi in breve tempo a più di ottanta paesi e facendo, in un anno, più di centocinquantamila morti a livello mondiale.

L’allevamento industriale minaccia la salute pubblica non solo direttamente, contribuendo alla formazione di nuovi virus, ma anche indirettamente, perché è una delle principali cause della deforestazione. La connessione tra deforestazione e sviluppo di nuove zoonosi è particolarmente evidente soprattutto quando l’eliminazione delle aree boschive riguarda la foresta tropicale, dove c’è una fauna selvatica più ricca e, conseguentemente, anche più patogeni.

È il caso del virus Nipah, comparso in Malesia nel 1998. Qui si è assistito, da un lato, all’intensificarsi degli allevamenti intensivi di maiali ai confini della foresta e, dall’altro, a un disboscamento che è andato a intaccare i territori in cui vivevano i pipistrelli del genere Pteropus, portatori del virus. In Malesia, i pipistrelli hanno trasmesso il virus ai suini e questi lo hanno trasmesso all’uomo. Il tasso di mortalità del Nipah è del settanta per cento. Le complicazioni vanno dalla crisi respiratoria all’encefalite. Fortunatamente, il Nipah per ora non può essere trasmesso da uomo a uomo. Il contagio è quindi sempre dovuto a un contatto diretto o indiretto con i pipistrelli.  

Torniamo al coronavirus. Questa emergenza ci impone di ripensare il nostro modello di sviluppo e alimentazione. Il consumo della carne è esploso. Basti pensare che, mentre negli ultimi cinquant’anni il numero di persone che vivono sul nostro pianeta è raddoppiato, la quantità di carne che è mangiamo è triplicata! Secondo dati del Forum mondiale dell’economia, per soddisfare l’appetito di sette miliardi di persone sono ammazzati ogni anno cinquanta miliardi di polli, 1,5 miliardi di maiali, mezzo miliardo di pecore, quattrocentomila capre e trecentomila bovini. Il numero totale di pollame (diciannove miliardi), mucche (1,5 miliardi), pecore (un miliardo) e maiali (un miliardo) è in ogni momento tre volte superiore al numero di persone che vivono sul pianeta.

Allevamento industriale di maiali, Italia, 2015 (Fonte: We Animals)

Tuttavia, quando scoppia un’emergenza sanitaria ci dimentichiamo sempre del legame che esiste tra allevamento intensivo e la nascita di nuovi patogeni. Andiamo nel panico, cerchiamo una cura, troviamo un nuovo vaccino. Torniamo a vivere come prima, senza intervenire sulle cause profonde.

Prevenire lo sviluppo di una nuova pandemia vuol dire anche ridurre in maniera drastica i consumi di carne. In questo senso, gli allevamenti intensivi rappresentano una minaccia sanitaria al pari dei mercati cinesi di animali vivi e, per questo, andrebbero contrastati con la stessa determinazione.

La compassione di per sé dovrebbe spingerci a farla finita con queste pratiche. L’allevamento industriale risponde a una logica analoga a quella dell’Olocausto: gli animali sono ridotti a unità di produzione a cui sono negati i diritti elementari. Queste povere bestie sono le fondamenta insanguinate di un sistema che si basa sull’oppressione. E l’oppressione non è altro che l’altra faccia del profitto, vero motore di un sistema che cerca di allevare sempre più animali, riducendo tempo, spazio e costi.

Sì, oggi la natura si ribella alla violenza che le viene fatta. La terra brucia, piange e trema. Per salvarsi l’uomo deve fare un passo indietro, anche rispetto al fatto di allevare, catturare, uccidere e mangiare gli animali. Un passo indietro, per fare spazio a ciò che lo circonda. È una questione di autoconservazione, ancor prima che di compassione.

L’alternativa è un salto nel vuoto.

Covid-19. Salviamoli, e gli animali ci salveranno ultima modifica: 2020-03-29T13:08:42+02:00 da MATTEO ANGELI

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