Covid-19, il paese è tutto il mondo

Da Parigi a Londra, da Mosca a Città del Capo, da New York a Hong Kong. Le testimonianze di chi vive la quarantena in altre parti del mondo. In un’inedita unità di destini.
scritto da MANUELA CATTANEO DELLA VOLTA
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È estremamente invasivo, potente, menefreghista, condizionante, non guarda in faccia nessuno, ed è universale. Il mondo intero, forse per la prima volta da quando esiste il genere umano sulla terra, si deve confrontare con unico solo problema: il Covid-19, una “bestia” tanto più minuscola nel fisico quanto più gigante nell’impatto di contagio.

Come il mondo, tutto, sta convivendo con l’emergenza, il timore, le abitudini, una guerra mondiale, in attesa che l’intruso bussi alla porta o si allontani sconfitto? Ecco allora un coro universale che messo all’angolo riflette, insieme, sul presente e il potenziale futuro, potendo dichiarare ad alta voce: “tutto il mondo è paese”. 

Milano, Italia

Francesca, un marito chef, due figli, un maschio di 22 anni e una femmina di 16.

Dal 9 marzo l’epidemia di Covid-19 ci tiene tutti “blindati” in casa. Aleggia nell’aria una grande preoccupazione per il futuro. Io sono rimasta senza lavoro immediatamente: sono una riflessologa plantare e linfodrenante e naturalmente ho dovuto annullare tutti gli appuntamenti. E di smart working non se ne parla né per me né per mio marito… lui pratica ciclismo e ha montato sul balcone i rulli per allenarsi, e dopo qualche risata iniziale, anch’io e i miei figli saliamo in sella, giusto per scrollare via un po’ di torpore e un po’ di pensieri. Abbiamo ritrovato il piacere di ritrovarci tutti insieme a tavola, questo non succedeva da anni! Anche se non mancano momenti di attriti o litigi… Siamo chiamati ognuno a suo modo a ripensare e gestire il tempo “privato” e “comune”. La situazione è strana, anzi surreale: guardi fuori dalle finestre, passano poche auto e poche persone. Dov’è finito tutto il frastuono del traffico? E poi non sono abituata a sentire il canto degli uccellini! Di sicuro ho potuto constatare col mio naso che l’aria di Milano è molto più pulita ma sono andata a controllare i valori di inquinamento e si sono abbassati moltissimo. Allora mi piacerebbe che questo dato fosse preso in considerazione e inserito nella lista delle molte cose del “dopo”. Mi ha colpito molto l’iniziativa di ritrovarsi tutti alle finestre con in mano una torcia e il grido ‘ce la faremo’: è commovente il senso di vicinanza di tante persone che non conosco.

Parigi, Francia

Lara, 45 enne, editor, abituata a lavorare anche a casa con il computer, convive col compagno e due gatti.

Il negazionismo, l’indifferenza e la superficialità che dominavano in Francia fino a non molti giorni fa riguardo al diffondersi dell’epidemia, hanno finalmente lasciato il posto al silenzio. Non quello dei media, ma quello delle strade e della gente confinata a casa: nessuno ritiene più di essere immune e tutti aspettano il miracolo, osservando il mondo dalla finestra. Solo nelle cités (i quartieri poveri, violenti e sovrappopolati ai margini di Parigi) la vita scorre più o meno come al solito, le persone escono, la polizia non ce la fa a contenere la situazione e gli unici che si proteggono sono gli spacciatori, meglio equipaggiati del personale sanitario. Mentre guardo la primavera esplodere noncurante nel parco sotto casa, non posso che sorridere: il vero virus è l’uomo e da sempre la natura ha la proprie leggi per ristabilire l’equilibro quando viene sovvertito cupidamente da chi non ha coscienza che il pianeta è un santuario. Ritengo che il Covid-19 sia una punizione ma anche un monito. Un saggio disse: ‘La parte più debole è la sorgente dell’azione’. Non si può attraversare quest’esperienza restando gli stessi indifferenti di sempre. Occorre ripartire su nuove basi, agire singolarmente e collettivamente abbandonando ciò a cui siamo abituati. Quel che resta è il coraggio.

Gli Champs Elysées vuoti il 19 marzo

Gerbamont, Francia 

Marie, si definisce insegnante e sognatrice, con un’utopia di una vita romantica e autosufficiente nell’est della Francia.

Ora in ‘prigione’ a Gerbamont. Ho letto un libro meraviglioso con molte storie rurali sui Vosgi durante la guerra (molto più terrificante di quello che stiamo vivendo ora): l’orrore trasformato dalla gente in racconti fantastici. Vivo in una casa di montagna, circondata dalla foresta e da altre cinque case. In una di queste, un adolescente ha costruito una casetta in giardino, per vivere lontano dai genitori fino a quando le cose non miglioreranno e ora sta realizzando pure i mobili. I vicini gridano da un giardino all’altro per darsi informazioni sulla connessione che non sembra funzionare. Sono dovuta andare dal dentista in città: molti camion militari in strada, e aerei militari in cielo perché i malati vengono trasferiti dagli ospedali normali a quelli militari. La città silenziosa, profumava di alberi, cucina e fiori, una primavera del passato, prima del petrolio. I primi giorni di clausura ho provato frustrazione e senso di colpa, non essendo in grado di assistere alcuno né poter insegnare ai più deboli, quei bambini che non hanno Internet e che non hanno nemmeno una casa. Ancora una volta, l’ingiustizia mi rende triste. Ciò che stiamo attraversando ci insegna a rallentare, agire localmente e ridurre il nostro impatto sull’ambiente. Saremo in grado di farlo? Beh, non so rispondere, e nel mio infinitamente piccolo mi chiedo: potrei rinunciare al cioccolato o al caffè?

A Melun, poco fuori Parigi, degli uomini in camice bianco e maschere hanno fatto circolare un video su Snapchat per promuovere la vendita di stupefacenti, nonostante il confinamento.

Vienna, Austria

Marzia e Massimiliano convivono: entrambi architetti, lei lavora in un grande magazzino d’arredamento, lui in uno studio privato.

Qui a Vienna la situazione sembra abbastanza sotto controllo ed è una settimana che hanno chiuso tutto – spiega Marzia -. Io avevo iniziato già prima a non usare la metropolitana e ad andare al lavoro a piedi e ad informare colleghi ed amici riguardo alle precauzioni da adottare. Considero gli austriaci un popolo di persone estremamente ottimiste e percepivo che di fronte ai miei aneddoti riguardanti l’Italia, l’atteggiamento dei colleghi era di noncuranza o di leggerezza. Tuttavia, nonostante tale ostentazione di sicurezza, da alcune settimane, nelle farmacie e nei supermercati era difficile, se non impossibile, procurarsi determinati prodotti, tipo mascherine, pasta o carta igienica. Da quando Kurz ha fatto chiudere tutte le attività – 15 marzo, parchi compresi –, tutti qui a Vienna hanno preso da subito seriamente le disposizioni del governo. Io sono uscita per una breve corsa (si può ancora uscire da soli o con il convivente) solo giovedì 19, perché era una giornata di sole strepitosa e non ne potevo più di stare in casa. La cosa mi ha fatto bene, però quando sono rientrata, mi ha colto una sensazione di preoccupazione, come se l’atto in sé mi avesse esposto ad un certo grado di rischio (nonostante qui il numero di contagi sia ancora irrisorio rispetto all’Italia).

Massimiliano invece, non ha alcun problema a stare fermo:

Non ho mai sentito il peso di quello che molte persone definiscono ‘isolamento’ e ‘solitudine’: associo queste situazioni più a concetti come ‘pace’ ed ‘equilibrio’; potrei stare chiuso in casa per un mese, senza per questo risentirne. Insomma sono un ‘tipo da bunker’. Certo, non sono solo, vivo con Marzia, ma l’importanza del rapporto che c’è tra noi va ben al di là della compagnia e della convivenza e ha più a che fare con lo ‘Yin e Yang’, con gli opposti che si completano.

Marzia ricorda un dettaglio ‘speciale’:

Mesi fa ho chiesto a un’amica di procurarmi un libro (“L’uomo in cerca di senso” di Viktor E. Frankl). È perfetto per questa situazione e mi tiene compagnia durante le giornate passate a casa, oltre ad infondermi coraggio e pazienza. Ecco un passo che vorrei condividere: ‘Per chiarire, un essere umano è una cosa finita, e la sua liberta è limitata. Non è libero dalle condizioni, ma è libero di prendere una posizione nei confronti delle condizioni. Come una volta dissi: da professore in due settori, neurologia e psichiatria, sono pienamente consapevole di quanto l’uomo sia soggetto a condizioni biologiche, psicologiche e sociologiche. Ma oltre ad essere un professore, sono un sopravvissuto di quattro campi di concentramento e come tale sono anche testimone dell’inaspettata capacità dell’uomo di sconfiggere e affrontare anche le peggiori condizioni immaginabili.’

Madrid, Spagna

Angel, pensionato.

Sfortunatamente, la dichiarazione dello stato di allerta in Spagna ci ha colti separati da migliaia di chilometri, uno a Madrid e l’altro a Lanzarote, ciascuno solo in una casa. Non lavoro più, quindi posso solo prendermi cura di me stesso, e di coloro che mi sono vicini, restando in contatto con mio marito, i miei amici e la mia famiglia attraverso i social network. E poi l’impegno delle otto di sera: tutti i giorni in terrazza per applaudire e inviare incoraggiamento e ringraziare i dottori, le infermiere, la polizia e altre persone che sono in strada a prendersi cura di noi. E nuovi amici degli altri balconi del quartiere. In Spagna non manca l’umorismo, per fortuna, e riusciamo a dribblare l’eccesso di informazioni. Faccio la spesa per me e anche per qualche vicino, la casa è stata convertita in pista da palestra e cucina gourmet. Sono a casa da due settimane, senza ansia, con il desiderio che tutto finisca presto e bene. Questa pandemia ha fatto luce su sentimenti e relazioni inaspettate. Spero che serva a un cambiamento positivo in molte mentalità e modi di agire.

A Madrid Angel festeggia il compleanno

Lanzarote, Spagna

Alberto Arranz Domínguez, 48 anni, informatico, sposato.

Mio marito Angel era a Madrid e lì è rimasto. Ad oggi, 23 marzo, a Lanzarote sono nove i positivi per Coronavirus. In isolamento da poco più di una settimana in un’isola piccola e in una città ancor più piccola dove gli spostamenti sono minimi. Poche macchine, alcuni passanti solitari che portano a spasso il cane o fanno la spesa. I vicini a portata d’occhio sono lontani: una coppia con due bambini, molto tranquilli; un paio di culturisti, che fortunatamente non riesco a vedere perché sono inguardabili… E dal mio giardino vedo anche una coppia di mezza età in terrazza: due figure statiche che proiettano tranquillità. Sono andato al supermercato vicino un paio di volte e, una volta alla settimana all’ipermercato a 15 km di distanza per comprare frutta, carne e pesce fresco; quella è l’occasione in cui mi sento di nuovo un turista che scopre il paesaggio di Lanzarote. Guido lentamente, osservo tutto e sorrido stupidamente come un bambino che vede il mare per la prima volta. Incredibile come la mia giornata passi con una quantità di videochiamate da familiari e amici, mostrandosi allegri e spensierati in modo da tirarsi su a vicenda. E poi il circuito di palestra casalingo: una panchina, diverse sedie e un paio di bottiglie d’acqua da 5 litri; con poco puoi fare molto. Dentro, però c’è ansia e rabbia, alternativamente. Mi preoccupo per la famiglia, per gli amici più stretti, la loro possibile perdita di lavoro. Oppure passo a stati di rassegnazione e cerco di godermi la tranquillità e il tempo di fare poco o niente. Incredibilmente trovo distrazione nei puzzle. Poi però sento l’altoparlante del camion militare che invita a restare a casa, in diverse lingue: tedesco, francese, spagnolo e mi ritrovo a immaginare i tempi di una guerra che sono stato così fortunato da non vivere. Così mi dico: tutto questo serve a imparare che devi goderti la vita, i bei momenti con le persone che ami, l’appartenenza alla cultura mediterranea. Poi però sento un dolore forte al petto, la mancanza di mio marito.

L’altoparlante del camion militare che invita a restare a casa, a Lanzarote (Isole Canarie)

Londra, Regno Unito

Rachel, 51 anni, è giornalista e poetessa. 

25 marzo, finalmente siamo in lockdown. Il consiglio è arrivato tardi, dopo settimane di prevaricazione. Sappiamo che il nostro Sistema sanitario nazionale è stato decimato dai governi conservatori che si sono succeduti e, grazie al nostro attuale primo ministro, abbiamo perso i nostri più stretti alleati, l’Europa. Ma siamo un popolo resiliente, coraggioso e generoso e abbiamo personale sanitario formato da eroi ed eroine e questo è ciò su cui voglio concentrarmi in questo momento. Lockdown: resta a casa, una passeggiata al giorno, esci solo per fare la spesa. Penso: be’ un sacco di possibilità: prima non uscivo per settimane intere, avendo delle scadenze urgenti e contando su Michael che prima o poi arrivava con cibo e amore. Con il nuovo provvedimento dicono che le coppie devono unirsi sotto lo stesso tetto o rimanere completamente separate. Quindi ci guardiamo col nostro terzo occhio attraversando il Tamigi, tutto il nostro mondo si è improvvisamente modellato come l’airone che insegue le secche, in un punto interrogativo fragile e transitorio. Se non fosse stato il virus sarebbe stato qualcos’altro: fino a quando non apprendiamo che siamo tutti collegati, ogni particella, ogni paese, ogni corpo. Che ciò che accade a mia sorella dall’altra parte del mondo, al calabrone in una lontana siepe, sia un mio problema tanto quanto accade nel mio appartamento… il nostro pianeta continuerà a ricordarmelo, a ricordarcelo. Nel bene o nel male ai ricchi come ai poveri, finché saremo in vita.

Il Tamigi deserto

Cambridge, Regno Unito

Alessandro, 53 anni, è da dodici a Cambridge, e con Brexit ha preso la cittadinanza britannica.

Attenzione, britannica e non inglese o scozzese o gallese o nordirlandese che è il modo di definire la propria ‘nazionalità delle persone nate qui anche se sul passaporto tutti abbiamo scritto ‘nazionalità britannica’. Durante la Seconda guerra mondiale Winston Churchill aveva ideato il motto ‘keep calm and carry on’: questa è la cifra di che caratterizza tutti, anche noi novelli sudditi, di sua maestà la regina. O almeno questo ci piace pensarlo perché ieri, dopo una settimana che non andavo a fare la spesa sono stato al supermercato e la convinzione che tutto questo ‘tranquilli si va avanti normalmente’ sia cosi radicato nelle persone si è un po’ incrinata. Gli scaffali della carta igienica e della pasta di ben due grandi supermercati erano completamente vuoti. Sono rimasto sorpreso dalla mancanza di pasta: ma come? Uno degli argomenti vincenti della campagna che ha portato il Regno Unito fuori dalla Comunità europea era che finalmente nessuno gli avrebbe mai tolto la colazione inglese, e durante un’emergenza nazionale gli scaffali del porridge erano pieni mentre quelli della pasta completamente vuoti? È difficile fare delle riflessioni mentre si vive in questa emergenza: certo che dopo anni di discredito di alcuni ruoli e professioni – penso ai medici – e anche a campagne antiscientifiche – vedi no-vax, terrapiattisti – ora abbiamo solo la scienza che ci può aiutare a capire dove siamo, sperando di uscirne. Per tutto il resto adesso, ancora non ci voglio pensare. 

Mannheim, Germania

Elena, 24 anni, studentessa universitaria.

I miei amici tedeschi e internazionali hanno sottovalutato i rischi di questa pandemia, come all’inizio ha fatto l’Italia. Curiosamente, mentre parlavo con i miei insegnanti, il capo, i compagni di lavoro e gli amici era come un continuo déjà vu: le loro reazioni ingenue mi hanno ricordato i miei genitori e i miei amici a casa a Milano. Anche se sapevo che questo sarebbe stato serio, era difficile dire loro di smettere di recitare in modo così freddo e iniziare a reagire e affrontare la realtà. Anche qui c’è stato l’assalto agli acquisti. Alcuni amici hanno iniziato a convivere con i loro partner, anche se si frequentavano da poche settimane: il virus non fa perdere tempo. Sono un’ottimista per natura e non mi agito facilmente, ma per la prima volta nella mia vita non ho alcun potere sul mio futuro: e nel guardarmi indietro mi sento orgogliosa e benedetta per tutte le cose che ho fatto nella mia vita. Credo sia la prima volta in cui mi rendo conto di quanto ho camminato per arrivare dove sono ora. Il virus può essere il punto di svolta: alla maggior parte delle persone piace pensare che la società uscirà da questo più forte e più coeso, e può darsi che sia vero a livello macro. Credo però che l’impatto su di me sarà diverso: sarò più disincantata e mi concentrerò molto di più sulla famiglia e gli amici intimi. Il meglio che posso prendere da tutto questo è capire in che modo voglio vivere e chi voglio avere nella mia vita non appena questo finisce.

Salonicco, Grecia

Elena, 46 anni, sposata, mamma di quattro bambini di 8, 10, 12, e 15 anni. Di mestiere architetto, con la sorella gestisce anche un’attività di locazione di nove appartamenti, insegna storia dell’architettura in un’università privata e disegno in un istituto tecnico.

In Grecia tutto è partito proprio dalla mia città, Salonicco. Il 24 febbraio una donna è rientrata dalla settimana della moda di Milano; è stata diagnosticata positiva lunedì e il figlio mercoledì. Il ragazzo aveva frequentato le lezioni di ceramica nella scuola dove va anche mia figlia più piccola: inutile raccontare il panico che ne è conseguito. Il 2 marzo, martedì grasso, il governo ha deciso di annullare tutte le manifestazioni pubbliche tra cui anche quelle di Patrasso e Xanthi, le più popolari. Le scuole hanno proseguito le lezioni per un’altra settimana e l’11 marzo hanno chiuso i battenti. All’epoca ancora nessun decesso e una ventina di contagiati in tutta la città. Sabato 14 marzo hanno chiuso bar e ristoranti, e il 18 tutti i negozi, salvo supermercati e farmacie. Noi siamo in casa dall’11 marzo grazie ai consigli dei miei amici italiani. Siamo arrivati al 22 marzo con venti morti e settecento diagnosticati positivi e dal lunedì è stato inserito il modulo di autocertificazione, anche perché tante persone ‘sfollavano’ nelle case estive, o dai genitori in campagna, a si distraevano andando a passeggiare sul lungo mare… troppi furbi… Ci tengo a sottolineare una semplice verità, che non ha a che fare con le posizioni politiche: siamo molto fortunati, davvero tanto, che al governo ci sia Kiriakos Mitsotakis e non Alexis Tsipras – che aveva come ministro della sanità Pavlos Polakis, un dottore, ma una persona inaffidabile e prepotente -. Mitsotakis ha deciso da subito di ascoltare gli esperti, e di scegliere Sotirios Tsiodras, che ogni giorno entra nelle nostre vite e gestisce la situazione con competenza. Mi sento in buone mani. Ovviamente la mia giornata ha subito un ribaltone: non ho lavoro per ovvi motivi, cerco solo di aiutare gli studenti via internet. I bambini non hanno un orario e devo assisterli per il computer per fare i compiti, e ognuno vuole il suo computer. L’e-commerce è entrato nella nostra vita, per ogni cosa, persino per i giochi da tavola che abbiamo riscoperto e giochiamo anche a canasta! Intanto abbiamo avuto i nostri momenti di paura: mia figlia minore ha avuto la febbre a trentanove che non scendeva, un weekend spaventoso… Mio padre, di 83 anni, deve invece sottoporsi a radiazioni quotidianamente e recarsi allo stesso ospedale di riferimento per il virus: certo, entra da una porta laterale e fra una settimana terminerà, ma la preoccupazione resta. In casa siamo diventati stra-meticolosi nella pulizia: ogni cosa che entra passa attraverso l’antisettico. Prima, essendo in sei, avevamo una collaboratrice domestica: adesso sono io che devo cucinare per sei persone che hanno sempre fame, ogni santo momento della giornata. Pulire e fare la lavatrice è la mia giornata tipica! Per il resto vivo nell’incertezza, e mi fa impazzire. Mi chiedo persistentemente: per quanto tempo ancora dovrò stare a casa? Finirà per l’estate una volta per tutte o tornerà ad ottobre? Se mi ammalo io? O i miei vicini? O se qualcuno che conosco cederà? Avrò ancora un lavoro alla fine? Come sarà il dopo? Potrò viaggiare ancora e se sì come? Potrò fare una passeggiata con la stessa spensieratezza di prima? In Grecia stavamo rivedendo qualche spiraglio dopo dieci anni di crisi economica, e ora? L’unica risposta che mi do per ora è: pazienza. Inoltre per ora abbiamo almeno incominciato a riflettere sul nostra sistema sanitario. Quando tutto ciò passerà si troverà il modo di rafforzarlo, per forza.

La pandemia diventa per molti l’occasione per riscoprire i giochi di tavolo

Mosca, Russia

Marco Aurelio, 23 anni, studia regia e cinematografia. 

In fondo, la crisi che viviamo ora non ha cambiato le cose. Sono abbastanza fortunato da non essere tra quelli al fronte di questa lotta, e di non essere tra quelli che questa crisi sta rischiando di gettare in un baratro economico. Quindi ho sentito di dover continuare a far fruttare il tempo e lo spazio che queste altre persone con i loro sforzi mi stavano concedendo. A Mosca le persone erano confuse. Non sapevano che aspettarsi. I provvedimenti dello stato erano seri, ma il tempismo tradiva l’improvvisazione, e questo portava ad agire senza bussola. Personalmente, ero deciso a non lasciare che un mondo imbizzarrito mi impedisse di fare quelle cose che era in mio potere di fare. Ma non ci sono riuscito: avevo il visto che scadeva e la mattina presto sono andato al ministero degli affari interni; non mi hanno concesso un nuovo visto e sono direttamente andato all’aeroporto per tornare in Italia. L’ansia, come tutti i nostri ospiti, a volte è utile. Il coraggio è più interessante, è una candela che anima tutto. Ovviamente, si può spegnere in un soffio se non si fa attenzione, ma poco male perché si può riaccendere. Sullo sfondo di tutti i problemi, questa crisi ci sta aiutando a pensare, a scoprire i nostri mezzi e a scoprire quanto intimamente siamo collegati l’uno con l’altro, e questo, nonostante tutto, è entusiasmante. 

Città del Capo, Sud Africa

Betty, 60 anni, artista, vive sola.

Città del Capo, venerdì 27 marzo 2020. È il primo giorno del nostro blocco, dopo la dichiarazione dal presidente. Vivo in una stanza in affitto in un quartiere sotto Table Mountain, molto tranquillo, attorniato da giardini. Questa mattina sento il canto degli uccellini e il ronzio di un drone. Mi sento fortunata ad essere in questo posto, la mia realtà è quella privilegiata di una piccola percentuale della popolazione. In questo momento il regolamento stabilisce di restare nel proprio luogo di residenza, uscire solo per medicine e cibo o servizi indispensabili. Vietata la vendita di alcol. Penso alle aree della città densamente popolate, dove non c’è acqua corrente. Ieri ho ricevuto un sms che diceva che il mio gruppo sanguigno è necessario e quindi oggi posso uscire per andare a donare il sangue. A parte ciò, speriamo di avere abbastanza lavoro, libri, scorte di cibo, umorismo e buona volontà per sopravvivere nelle prossime tre settimane, ma sospetto che il blocco verrà semplicemente reiterato al termine dei ventuno giorni. Le prospettive di infezione sono impressionanti e scioccanti, anche qui dove sono ancora solo previsioni, con i primi due decessi di Covid-19 annunciati oggi e il numero di infezioni confermate che ha raggiunto oltre mille. I giorni scorsi sono stati particolarmente complicati: alcune persone si sono fatte prendere dal panico e hanno assaltato i negozi di alimentari. Per esempio la mia padrona di casa, che ha una sartoria, ha fatto scorta di decine di scatole di sardine e pacchi di carta igienica, a dire il vero anche per i suoi dipendenti. Chi si chiede dove andrà a finire l’economia del paese, e chi si preoccupa di non poter fare jogging quotidianamente. Ieri, giovedì, ho assistito incredula alla fila infinita del negozio ‘Cash and Carry’ di Voortrekker Road e alla ‘Herbal Clinic’ e intanto i sentieri di montagna erano ancora pieni di gente come fosse domenica pomeriggio, quasi a prendere l’ultima ora d’aria prima della reclusione, godendo della natura che non si arresta davanti a nulla anzi, si riafferma, straordinariamente pacifica. Per me è fondamentale in un momento di incertezza, sentirmi centrata, avere una routine, aiutare gli altri ove possibile, meditare. Mi sono sempre considerata una che sa stare bene con se stessa e mi ritrovo a contattare gli amici, vicini e lontani, con più insistenza, sento tutto più definito ora che mi sembra più impalpabile. E sento che gentilezza e partecipazione sono parte di questo nuovo percorso, senza dimenticare di ridere. Non mi va di mettere un’etichetta emotiva a questa esperienza, però mi sento di dire che può essere una opportunità di riflessione per l’umanità e la scienza piuttosto che affidarsi a medicine o religioni false, per quanto utili possano sembrare. Ed è certo che l’ambiente ne gioverà e per noi tutti è un promemoria dell’interconnessione della vita sulla terra.

Khartoum, Sudan

Giulia, 28 anni.

29 marzo: qui in Sudan fino ad oggi sono stati rivelati sei casi di Covid-19 ma le misure restrittive sono state avviate molto presto, seguendo l’esempio europeo. Nonostante ciò, la densità di popolazione e la povertà del paese non permettono di aderire ai regolamenti come si dovrebbe. La signora che vende il tè nella mia strada, e che vive al di sotto della soglia di povertà, non può permettersi di sottostare al coprifuoco. Così, può scegliere se tentare di corrompere i poliziotti oppure accettare l’arresto. In ogni caso, se accetta di restare a casa, sa di non poter più nutrire i suoi figli e se stessa.

Khartoum, la venditrice di té

Calcutta, India

Supriya, 66 anni, vive col marito, entrambi professori universitari in pensione.

Il nostro stato è bloccato da domenica scorsa, il 22 marzo, e ieri – 24 marzo – il primo ministro ha annunciato un blocco generale per l’intero paese, per le prossime tre settimane: abbiamo abbastanza cibo in casa e le forniture e le medicine essenziali continueranno a essere disponibili. Ma mi preoccupo per i lavoratori che lavorano per i salari quotidiani, i migranti bloccati nelle stazioni ferroviarie e gli abitanti delle baraccopoli che vivono in condizioni sovraffollate e anguste e che fanno della strada anche la propria abitazione. Nonostante l’apparente auto-segregazione delle classi medie e alte, Calcutta è una città dei poveri. I poveri saranno i più colpiti dal coronavirus se si diffonde, eppure sono loro che sono meno in grado di permettersi il lusso del “distanziamento sociale”. Mi sento grata per quelle persone che stanno facendo tutto il possibile per osservare il blocco, indossano maschere, prendono precauzioni e aiutano gli altri – in particolare medici, operatori sanitari, venditori di ortaggi, farmacisti e così via. Mi sento fiduciosa, non depressa né ansiosa e penso che ci sia una grande forza negli esseri umani ordinari. Ciò è particolarmente gradito dopo l’odio e la violenza comune di dicembre e gennaio, incitati dal nostro governo fascista, guidato dal Partito Bharatiya Janata (BJP), che cercherà di utilizzare anche l’attuale crisi a fini politici. Nella sfera personale, sono stati annullati non meno di cinque impegni accademici, con viaggi nazionali e internazionali previsti per marzo-aprile: questo mi ha fatto capire quanto fosse stressante la mia vita: la cancellazione è arrivata come un invito al riposo e alla tranquillità. Ieri il nostro giardiniere è venuto a lavorare, anche se non avrebbe dovuto: l’ho rimproverato e gli ho detto di andare a casa. In realtà voleva chiedermi un prestito e ho potuto donargli qualcosa per le necessità più urgenti. È un giovane negligente e smemorato, ma si è proposto di andare a fare la spesa per noi: mi ha commosso e gli ho chiesto di acquistare una medicina per mio marito, che non era disponibile, ma è tornato indietro per informarmi. Molta gente sostiene la tesi che il pianeta sta guarendo se stesso (come il nord industrializzato che consiglia al sud di rimanere sottosviluppato e povero per fermare il cambiamento climatico). Ma la verità è che le epidemie sono terribili e, vivendo in un paese come l’India, comprendiamo che la guarigione ha un costo: l’epidemia di influenza del 1918-19 ha provocato dodici milioni e mezzo di vittime, il 4 per cento della popolazione, in India. Fu importata in India dai milioni di soldati – dimenticati – che avevano combattuto nell’esercito indiano britannico nella Prima guerra mondiale, una guerra europea. Quindi, mentre i benestanti – come me – possono sentirsi bene con meno viaggi aerei, più tempo per leggere e pensare, e così via, non dovremmo ignorare i terribili effetti sull’economia e imparare a valutare – e premiare – i lavoratori agricoli e quelli che si trovano in ‘servizi essenziali’ che ci tengono in vita in questo momento. Non sono così certa che lo ricorderemo una volta che la minaccia sarà passata. 

La strada deserta sotto casa di Supriya a Calcutta, India

Florida, Stati Uniti

Lee, 85 anni.

Vivere da solo durante una quarantena e la consapevolezza che alla mia età devo lasciare il pianeta terra ha portato un nuovo ritmo alla mia vita. Sono pronto a morire, ma non ho fretta. Al mattino, dopo essermi svegliato, oltre a fare il letto, mi provo la temperatura; e prima di andare a dormire mi lavo i denti con pignoleria. A parte ciò per le altre sedici ore del mio quotidiano faccio quello che voglio quando voglio; mi muovo nel mio spazio con grazia quasi balistica lavando i vestiti, cucinando, pulendo, camminando sulla spiaggia e facendo un po’ di contabilità, tutto senza programma. L’onnipotenza del Covid ha reso uno starnuto o un colpo di tosse un evento. Siamo in troppi paesi ad essere guidati da leader egomaniaci che stupidamente erano più interessati alla propria popolarità che alla preparazione di una difesa. Il mondo ha bisogno di giovani leader femminili: la Finlandia ha cinque ministri donne sotto i trentacinque anni e il primo ministro è straordinariamente preparata e probabilmente sarà il prossimo presidente finlandese. Mentre noi abbiamo dei vecchi pazzi che fanno pipì nei pantaloni mentre parlano ai raduni; forse questa crisi incoraggerà le masse a comprendere in che realtà viviamo. Nel 2008 il governo federale ha salvato le banche e l’industria. Otto anni dopo, Trump ha affermato che il governo federale non aveva il diritto di porre tali restrizioni alle imprese finanziarie, indipendenti, e bloccate da preoccupazioni di stupidi scienziati preoccupati per il futuro ambientale. Il 2017 è cominciato così: ora, tre anni dopo, queste società finanziarie indipendenti implorano l’aiuto del governo federale – che è finanziato dai singoli cittadini che riuniscono solo l’uno per cento del benessere economico del paese – e gli amministratori delegati di queste società ricevono un salario annuo intorno agli undici milioni di dollari. Sostengo che prima che queste società vengano salvate si dovrebbe abbassare gli stipendi degli amministratori delegati a trecento mila dollari l’anno: sono già ultramilionari non vedo perché abbiamo bisogno di accumulare ancora di più.

Lee e la sua “maschera” per andare a fare la spesa

Bangkok, Tailandia e New York City, Stati Uniti

Luisa, 71 anni, artista

Abito e lavoro a New York da molti anni. Dagli anni Novanta mio marito e io passiamo i mesi invernali nel Sud Est asiatico. Quindi quest’anno a gennaio mi sono trovata a Bangkok, dove, nel nostro residence, in occasione del nuovo anno lunare, passavano le vacanze numerose famiglie cinesi. Si cominciava a sentire di Wuhan già allora, ma non si dava molta importanza al virus, nonostante la Tailandia sia la meta preferita del turismo cinese nel periodo invernale. A febbraio si è cominciato a trovare ovunque il gel per disinfettare le mani e al ristorante prima di entrare ci controllavano la temperatura per poi farci entrare solo dopo esserci lavati le mani. Abbiamo anche dovuto rinnovare il visto e ci siamo recati in un ufficio fuori città: affollatissimo di cinesi, con mascherina e non, ma comunque schiacciati come sardine, a cui non è stato permesso di tornare a casa… E la loro vacanza di una settimana si è protratta in un fermo forzato di oltre un mese. A fine febbraio sono andata all’isola di Ko Samui, a un’ora di volo da Bangkok, per uno stage di meditazione. Eravamo in ventidue, l’isola era piena di turisti, tutto estremamente rilassato. Sono entrata in una bolla, incurante di ciò che c’era al di fuori. Il sei marzo, rientrata nella capitale, tutti portavano mascherine, la paura era ormai diffusa, anche se non apertamente espressa: essendo il paese in mano a una dittatura militare, le notizie e i numeri del contagio non erano attendibili. Abbiamo cominciato a pensare a rientrare prima del previsto mentre le compagnie aeree cancellavano i voli uno dopo l’altro. Il 17 marzo, il ritorno a NY… uno shock. Intanto, in aeroporto JFK alcun controllo, poi ovviamente prendiamo un taxi invece della metropolitana e il tassista, senza mascherina, quando gli chiediamo spiegazioni, fa una risata condiscendente e aggiunge un ‘figurarsi se la uso…’. Troviamo una città cambiata: ovunque incertezza, paura e confusione ma anche leggerezza e incoscienza; nessuna chiara guida e indicazioni di comportamento fino a quando, all’ultimo, chiusura totale e improvvisamente una città vuota e silenziosa. Essendo noi appena rientrati e dati i nostri settant’anni (categoria a rischio), ci siamo volontariamente messi in quarantena… figlio e nipoti vengono a trovarci stando in giardino e noi sulla soglia di casa: giochiamo alla fantascienza, facendo finta che ci sia un muro trasparente che ci divide, poi però chiedono al papà: ‘Ma quando finisce?’ e lui risponde paziente che più lunga è questa sosta più ‘possibilità abbiamo di giocare ancora con i nonni in futuro’. Insomma, ogni tanto c’è una nuvola nera di apprensione, ansia e incertezza a cui non sempre riesco a sottrarmi, nonostante massicce dosi di meditazione, yoga, chi-gong alternate a alcol, gel e disinfettanti. Ho attrezzato un angolo di lavoro in camera da letto, così non devo uscire neppure per recarmi in studio dove sarei autorizzata ad andare, ma cerco di evitare qualunque momento d’ansia. Ed è difficile anche non pensare alla situazione privilegiata in cui mi trovo quando medici, infermieri e vari lavoratori rischiano letteralmente ogni momento la vita…. ma sarà sempre peggio e non si vede la fine. Mio marito in compenso è una roccia, non lo scuote nulla: questa è semplicemente una ragione in più per starsene a casa davanti al computer a lavorare, come faceva prima, ma ora è giustificato. Per amore di convivenza ogni tanto si presta a seguire le lezioni con me di meditazione e chi-gong e fare le scale su e giù per tenersi in esercizio. È il suo modo per dimostrarmi affetto e io l’accetto grata. Un pensiero positivo e una speranza: dopo le grandi crisi, la vita sempre riprende con entusiasmo e porta inevitabilmente grandi cambiamenti, inclusa, spero, la definitiva sparizione politica di Trump.

Una boutique a Bangkok

New York City, Stati Uniti

Federico, sessant’anni, dirigente in una banca d’affari.

Vivo in una piccola casa a Manhattan. Ad oggi, 23 marzo, la città si è svuotata di turisti e della maggioranza dei commuters. Chi poteva andarsene è andato. Chi è rimasto ha preso provviste, si è barricato in casa e aspetta, lavorando, leggendo e guardando ossessivamente la televisione. Le scuole sono chiuse ma i ragazzi in teoria almeno seguono lezioni online. La metropolitana va, anche se quasi vuota. Gli uffici come pure i bar, ristoranti e i negozi ‘non essenziali’ sono chiusi per ordine del governatore Cuomo. I negozi non hanno disinfettanti, e scarseggiano altre cose (ad esempio carta igienica, paracetemolo, alcol), ma per il resto c’è tutto. Ci si mette i guanti, a volte la mascherina, e ci si passa al largo in silenzio quando ci si incontra per strada, fa pensare alla Milano della peste del Manzoni. La gente chiusa in casa, spesso in piccoli appartamenti di pochi metri quadri nei grattacieli di Manhattan. Stupisce il silenzio. La primavera è scoppiata all’improvviso ma è quasi sprecata, visto che quasi tutti rimangono a casa. Non ci sono (per ora) restrizioni specifiche per uscire o per andare nei negozi né controlli di polizia. Ci si sente legati al resto del mondo. Si cerca di parlare con amici via FaceTime, si organizzano virtual dinner dates e virtual happy hour al computer. Aspettiamo l’arrivo dell’ondata più alta del virus prevista per i prossimi sette-dieci giorni. Mi fa pensare di essere a Berlino nel 1945 aspettando l’arrivo dei russi e degli alleati conquistatori.

La foto che i nipoti hanno inviato a Luisa per farle vedere il pane che avevano preparato col padre

Hong Kong, Cina

Yuki, 23 anni, studentessa universitaria.

Prima del lockdown sono partita da Milano e sono tornata a casa. Qui tutti indossano la maschera per la strada. Anche qui siamo bloccati in casa, ma almeno sono a casa mia e in compagnia del mio cane. Tutti studiamo o lavoriamo online, qualcuno ha già subito il licenziamento. Certo stiamo imparando l’importanza dell’igiene, ma sappiamo anche che le informazioni sui dati non sono attendibili. Fingo di fare una vita normale per quanto possibile, ma vivo in uno stato d’ansia perenne.

Shanghai, Cina

Anne, 38 anni, insegnante di yoga.

Shanghai, dove vivo, viene considerata una metropoli internazionale, basata sulla creatività e l’ingegno. Ma io la vedo più una città semplice e tradizionale. A causa della pandemia sono convinta che si approfondiranno maggiormente temi quali la salute olistica, ci sarà una maggior connessione con il mondo intero, che si tratti di natura o esseri umani, qualunque cosa che respiri. Non è piacevole non sapere come ti puoi muovere ed essere in perenne attesa di notizie rassicuranti. Tuttavia, può essere gratificante e utile riuscire ad uscire dalla propria zona comfort e accettare il cambiamento. Il tempo passa, la vita è breve, lo capiamo in questi momenti, e allora ogni istante diventa importante. È una lezione, né buona né cattiva, è un processo che dobbiamo seguire. È una guerra che non ha nulla a che vedere con il vincere o perdere, ha piuttosto l’obiettivo di finirla. L’indifferenza è la sola cosa che considero di nessun aiuto: ognuno di noi dovrebbe poter fare quanto è in suo potere e con i propri mezzi per aiutare il prossimo e salvare la maggior parte di vite possibile. Guarire non vuol dire che il danno non c’è mai stato, ma che il danno non controlla più la nostra vita.

Seoul, Corea del Sud

Minyoung, 24 anni, studentessa universitaria.

In Corea il picco è arrivato in fretta. Da un giorno con trecento casi, poi cinquecento, poi ottocento… oggi. Vengono dichiarati cento casi al giorno. All’inizio era impossibile trovare una mascherina. Ma grazie a donazioni da parte di mecenati e fondazioni il governo ha fornito la popolazione con celerità. C’è la regola di due maschere a settimana per persona. Inoltre i nuovi casi dicono arrivino dall’estero quindi i controlli agli aeroporti sono severissimi ed efficienti. Sono necessari tre-quattro minuti per eseguire il test corona e i risultati sono pubblicati dopo otto ore. Il governo controlla con le telecamere il paese: quasi ogni trecento metri c’è un minimarket con telecamera, inoltre può ottenere informazioni con il dettaglio delle carte di credito, e dai cellulari Gps. Tutti abbiamo una app e i residenti della zona con casi positivi ricevono la notifica del governo tramite telefonino. Si può dunque vedere ogni percorso di ogni individuo: ora, luogo, quale autobus…tutto. Inoltre c’è un’altra app per la quarantena: se ci si mette in auto-quarantena, si deve installare l’app in modo da consentire al dipendente pubblico il controllo; così se quel particolare GPS si allontana da casa, non sfuggirà né al funzionario e di conseguenza neppure alla polizia. I ristoranti, i bar, i negozi sono aperti. E c’è tutto in abbondanza. Io spesso vado al caffè vicino a studiare, non troppo lontano per non prendere i mezzi pubblici. Uso la mascherina sempre e dovunque, tranne che per mangiare e dormire. Gli unici a non indossarla sono i miei amici europei. Mi sento protetta e non vivo per nulla in ansia anche se ammetto che la situazione è evidentemente preoccupante per quanto riguarda il razzismo e la recessione economica (siamo collegati commercialmente alla Cina): i miei amici coreani sono tornati da Europa, Australia o America, o perché licenziati o perché espulsi dai dormitori universitari e qui la gente li tratta come degli appestati.

Palawan, Filippine 

Walter, 52 anni.

15 marzo. A dire tutta la verità non so nemmeno io bene perché ho deciso di trasferirmi qui. Di sicuro so che se avessi potuto scegliere dove andare, non avrei mai scelto le Filippine; ma si sa, la vita ti porta dove vuole lei, non dove vuoi tu. Mi sono semplicemente aggregato ad un progetto di un amico, circa tre anni fa. Accettai perché il posto mi piacque e l’idea sembrava interessante, ma anche, ammetto, perché ero a corto di soluzioni. Grazie alle capacità dei miei soci (io sono solo un pigia-tasti) il progetto decollò e le cose stavano andando persino meglio di quanto ci saremmo aspettati. Fino a gennaio 2020. Dopo l’arrivo del nuovo virus, è stata una concatenazione di eventi tra il drammatico e il comico. Tra notizie discordanti, fake news, allarmismi e incerte rassicurazioni, era un’altalena emotiva di ora in ora. Quando fu più o meno chiara la gravità della situazione fu interessante vedere le diverse reazioni tra di noi. Il più catastrofista (JG), con atteggiamento apocalittico, già immaginava una situazione estrema (con tanto di armi per difendersi dalle masse popolari alla ricerca di cibo) e consigliava una chiusura totale con fuga su un’isola deserta; mentre all’opposto esatto si posizionava NG che esibiva una leggerezza di spirito, considerando le notizie eccessivamente allarmistiche e profetizzando una breve durata tipo bolla di sapone. Da parte mia cercavo di trovare una via di mezzo tra le due posizioni. Non avevo e continuo a non avere paura per me (considero la mia vita già sufficientemente vissuta e non ho particolare interesse nel futuro, per cui accoglierei senza particolari drammi l’eventualità della morte), semmai sono preoccupato per la mia famiglia e i miei amici, bloccati in un’Italia pesantemente colpita dal flagello, senza poter fare nulla per aiutarli. Peraltro la situazione qui è alquanto surreale…la prima azione di Duterte – presidente delle Filippine – è stata di chiudere Manila, poi quando ha visto che il contagio si stava diffondendo un po’ ovunque nel paese, ha deciso di chiudere tutto lo stato di Luzon (circa cinquanta milioni di persone). Luzon comprende anche Palawan, l’isola dove siamo noi. Subito è cominciato un fuggi fuggi generale di tutti i turisti, con un gran caos di voli cancellati, poi confermati ma con partenze in aeroporti diversi, poi cancellati nuovamente… Circa i quattro quinti delle prenotazioni che avevamo per il nostro albergo sono state cancellate dai clienti. Al ristorante siamo passati dall’avere tutto pieno quasi tutte le sere, a pochi tavoli tristemente occupati da turisti che tentavano la fuga e si spostavano da una città all’altra alla ricerca di un volo per tornare a casa. Forse una delle cose che più mi hanno segnato di questo periodo, era l’essere guardato e considerato come un untore per il solo fatto di essere italiano… è decisamente sgradevole essere discriminati, ma è un esperienza che farei provare a tutti, per capire cosa significhi stare da quella parte. Infine a marzo è arrivato l’ordine della quarantena estrema: tutti i voli domestici cancellati, nessuno entra, nessuno esce dall’isola; fermati tutti i mezzi di trasporto da una città all’altra all’interno dell’isola, se non per motivi davvero urgenti e per il trasporto di beni di prima necessità; nessuno esce da casa se non ha il pass (viene fornito un solo pass nominale per ogni nucleo familiare) e si può uscire solo per comprare cibo e/o medicinali; dopo le otto di sera c’è il coprifuoco totale, nessuno esce per nessun motivo. Sembra di essere in guerra. Poi ti affacci dalla finestra e il solito mare tropicale, con le palme e le barchette di legno, ti guarda come sempre, come prima, come se niente stesse succedendo… è strano essere in guerra in un paradiso tropicale. Ed è quantomeno bizzarro avere tutte queste misure così restrittive (tra l’altro in un’isola lunga 400 km con zero contagi) e poi vedi le persone in giro senza mascherina e che non hanno idea di cosa sia la distanza di sicurezza; salvo poi chiederti – perché sei italiano -: ‘ma tu hai il virus?’.
15 marzo: siamo in quarantena solo da pochi giorni, ma già ci chiediamo come riusciremo a sopportarci a vicenda; ci imponiamo regole buffe tipo ‘vietato arrabbiarsi’; organizziamo tornei di carte e serate cinema (in streaming, ovviamente – anche se, proprio perché tutti sono a casa annoiati a guardare serie tv, la rete è intasata e la connessione è lentissima, per cui ci metti 3 ore a vedere un film di un’ora e mezza, con tutta la frustrazione che ne consegue, e vorresti spaccare tutto, ma poi ti ricordi della regola nunmero uno “vietato arrabbiarsi”). Facciamo riunioni giornaliere per organizzare il razionamento del cibo, la scorta di carburante, il consumo della luce (il ristorante e l’albergo sono chiusi, per cui non abbiamo introiti di nessun genere, e non sappiamo per quanto durerà questa situazione, e i soldi prima o poi finiranno – abbiamo dei soldi in banca, ma la banca più vicina è a Puerto Princesa, che è irraggiungibile come fosse in Sudafrica). Dovremo imparare a vivere e a convivere in modo diverso da come abbiamo fatto finora: non è pensabile perdurare in questa forzata quarantena, l’economia mondiale crollerebbe. Così come non possiamo tornare a vivere come prima. Dovremo imparare a convivere con questo virus (e con quelli che verranno). Dovremo trovare un punto di equilibrio tra una condizione di minimo pericolo di contagio e la necessità di tornare a lavorare per sostenere l’economia mondiale. Onestamente credo che su un medio/lungo raggio di tempo, queste epidemie saranno più di beneficio che non di distruzione. Già adesso, dopo solo un paio di mesi, il pianeta sta lentamente tornando a respirare. Qui nel nostro piccolo (e già viviamo in mezzo alla natura vera) si vedono chiari segni della natura che riprende i suoi spazi e i suoi ritmi. Forse impareremo a vivere un po’ più in armonia con la natura. E credo anche, o almeno mi piace crederlo, che questa clausura forzata porterà le persone, spero molte, a ripensare alla propria vita e riconsiderare cosa sia davvero importante e cosa no. 

Melbourne, Australia 

Carlotta, 24 anni, studentessa universitaria.

Usciamo da casa solo per reali necessità, come in tutto il resto del mondo. Questo è stato l’impatto con la realtà di ciò che stava avvenendo e il più difficile da accettare. Mi sono adattata con difficoltà per poi registrare la gratificazione personale di esserci riuscita. Certo, ho capito in fretta quanto la mia precedente libertà fosse data per scontata. Mi fa riflettere, e cercare il modo come ognuno di noi possa dare il suo contributo, responsabilmente: le nostre scelte, individuali, possono apportare un cambiamento sostanzialmente più positivo di quanto pensassi una volta.

Auckland, Nuova Zelanda 

Sergio, 62 anni.

Vivo a Auckland da oltre venticinque anni e mi trovo molto bene. Ho tre figlie meravigliose, tutte indipendenti e piene di voglia di fare. Da giovedì 26 marzo l’intero paese è in lockdown totale. Questo significa che, a parte i servizi indispensabili (supermercati, centri medici e farmacie, stazioni di servizio), tutto il resto è chiuso. I casi di Covid-19 finora accertati sono solo circa quattrocento di cui solo uno in terapia intensiva e nessun decesso. La mia prima reazione di fronte a queste misure straordinarie non è stata positiva. Molte epidemie sono avvenute nel passato e molte peggiori di questa in termini di mortalità. Sta di fatto che la popolazione mondiale ha raggiunto il punto di saturazione e prima o poi qualcosa di veramente catastrofico accadrà. Prendiamo questo nuovo virus come una prova per addestrarci al peggio, sempre che il continuo gridare ‘al lupo!’ non crei poi l’effetto opposto! Due piccoli esempi: questa mattina (29 marzo) sono uscito per andare al supermercato a fare un po’ di spesa: la coda per entrare era di almeno un’ora. La mia pazienza non è mai stata esemplare, cosicché, innervosito, me ne sono tornato a casa a borse vuote. Una volta a casa mi sono seduto al computer per fare qualche conto. Con mia grande sorpresa il governo ha depositato sul mio conto corrente 7000 dollari come contributo per le prossime dodici settimane. Questo a due giorni dall’inizio del lockdown! Il nervosismo è svanito. E mi sento fortunato a vivere in Nuova Zelanda.

Conclusione

Tutto il mondo è paese, a parole: e se ci mettessimo anche dei fatti concreti? Prendo a prestito la riflessione di Yuval Noah Harari, storico israeliano:

Dobbiamo condividere le informazioni a livello internazionale… quello che un medico italiano scopre la mattina a Milano può salvare vite a Teheran la sera. Se il governo del Regno Unito è indeciso tra diverse misure, può chiedere consiglio ai coreani che hanno già avuto lo stesso dilemma un mese prima. Ma perché questo succeda, serve uno spirito di collaborazione e di fiducia globale. I paesi dovrebbero essere disposti a condividere apertamente le informazioni e a chiedere umilmente consigli e dovrebbero essere in grado di fidarsi dei dati e dei suggerimenti che ricevono. Serve anche uno sforzo globale per la distribuzione di materiale sanitario… invece che ogni paese accumuli tutto il materiale che riesce ad avere, uno sforzo globale coordinato potrebbe accelerare enormemente la produzione… La collaborazione internazionale è vitale anche sul fronte economico. Vista la natura globale dell’economia e delle catene logistiche, se ogni stato fa per conto proprio senza curarsi minimamente degli altri, il risultato sarà il caos e un ulteriore aggravamento della crisi. Serve un piano d’azione globale e subito.

Yuval Harari sembra faccia un appello per il futuro del paese Utopia, ma forse il virus, questo o un altro, aprirà gli occhi a quelle persone che hanno il potere di cambiare gli eventi. Nell’attesa, un gesto simbolico, di speranza, si potrebbe attuare presto, appena terminata l’emergenza: produrre e adottare la bandiera universale. C’è quella disegnata da Oskar Pernfeldt, designer svedese, per il suo progetto di laurea di qualche anno fa: anelli collegati che compongono un fiore, simbolo della vita sulla terra, posato sulla superficie blu dell’acqua, a rappresentare l’universo. Tutti insieme appassionatamente. 

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Covid-19, il paese è tutto il mondo ultima modifica: 2020-03-31T21:42:51+02:00 da MANUELA CATTANEO DELLA VOLTA

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