La mutazione della polizia locale nelle città dei sindaci sceriffi

Ai vigili è richiesto di condurre le verifiche in modalità quasi antisommossa per non tradire il gusto estetico dell’elettorato, però con un’attenzione al contenimento del numero di illeciti rilevati.
scritto da YTALI
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Una decina di giorni fa ha iniziato a diffondersi l’ultima fatica letteraria di Antonio Manzini, L’amore ai tempi del Covid-19, un breve racconto nel quale il suo Rocco Schiavone deve far luce su una vicenda di morte che tocca di sfuggita – quasi fosse una tangente – il coronavirus. Schiavone, però, è un vicequestore e può concedersi gli agi delle indagini importanti, meglio delicate: che destino tocca in sorte, invece, alle forze di polizia che forze di polizia non sono, vale a dire le polizie locali? E che cosa accade nel Comune di Venezia, tra un susseguirsi di decreti nazionali e un indirizzo quantomeno confuso dell’amministrazione cittadina?

In un centro storico abitato soltanto da un esiguo numero di residenti (leggi un deserto) e in una terraferma silenziosa il margine di azione politica per un’amministrazione e una polizia locale interventista è minimo e si sostanzia in posti di blocco, in verifiche sui mezzi di trasporto pubblico, tram in primis, in prossimità dei principali imbarcaderi e, solo di rado, presso le attività commerciali o industriali in odore di violare i restringimenti imposti dai decreti nazionali. Il fine di questi interventi ufficiale è quello di contribuire, magari costituendone la pars magna, ai controlli di polizia in città per il rispetto dei decreti nazionali, mentre la speranza ufficiosa è quella di ottenere l’agognata visibilità che consente ai registi, la parte politica e agli sceneggiatori, i dirigenti dell’amministrazione, di rappresentare questo romanzo popolare destinato ai pochi cittadini ancora in circolazione, ai molti elettori e a tutti quelli che rimangono in casa nel rispetto delle regole, ma che vanno raggiunti attraverso la striscia quotidiana del primo cittadino, i filmati autoprodotti dei reparti operativi della polizia locale, fino a pervenire ad alcuni vertici insuperabili, come i due contributi audiovisivi alla cittadinanza del “crociato” riservista Renato Boraso, a suo dire su commissione dello stesso sindaco. 

Insomma, se l’atto costitutivo di questa amministrazione e dei suoi più fedeli sostenitori va ricercato nell’approccio aggressivo contro qualsivoglia forma di illegalità diffusa, se la polizia locale di Venezia e gli atti normativi dell’amministrazione comunale – accade in molte altre città – si sono attribuiti il compito storico di colmare le lacune normative in materia di sicurezza cui il codice penale e le altre forme di normazione nazionale non sanno rispondere (basti pensare al famigerato Regolamento di Polizia Urbana), è evidente che la finalità non sarà più rappresentata dal “sorvegliare” sulla salute pubblica in qualità di rappresentanti della comunità locale, ma di “punire”, nel modo più duro, eclatante e rapido, da tempista reparto operativo e non da lento apparato nazionale e che ogni rallentamento e distrazione rispetto a questa prassi costituisce un indebolimento del consenso o delle regole di ingaggio. 

La definizione di un modus operandi non è stato né lineare, né rapida a Venezia, dal momento che elaborare una strategia di azione e comunicazione rispetto a questa emergenza, ha significato disattendere le aspettative degli elettori “interventisti”, determinare uno stato di confusione e rischio per tutti i dipendenti comunali, come nel caso della tardiva introduzione dello smart working e nella scelta di riduzione dei servizi essenziali a partire dalla polizia locale, per non parlare delle risposte inadeguate al mondo dell’imprenditoria che esibiscono l’inefficacia strutturale del “filogovernativo” Brugnaro, dal momento che ora non basta limitarsi a chiedere a gran voce risorse per i danni dell’aqua granda, ma occorre far ripartire le attività economiche, con strategia e prospettiva, attraverso una scelta di campo su questioni annose, come quella relativa alla vocazione verso la monocultura turistica del comune, approdata anche in terraferma. 

Le amministrazioni comunali “forti” hanno sempre affondato le loro radici sull’assunto secondo il quale un sindaco efficiente, affiancato da un entourage di formazione manageriale sia in grado di dar forma a una comunità autoreferenziale che riesce ad andar oltre le istituzioni che le sono sovraordinate ma, ora più che mai, tale postulato rivela la sua debolezza, tanto per gli enti locali, quanto – in qualche modo – per le regioni, come dimostrano gli strali lanciati al governo quotidianamente dal presidente delle Regione, Luca Zaia, nella sua personale striscia quotidiana che non poteva mancare in questo florilegio. 

Nel caso dei comuni rampanti gli esiti vistosi meritano qualche considerazione. Agli operatori delle polizie locali viene richiesto di condurre le verifiche in modalità quasi antisommossa per non tradire il gusto estetico dell’elettorato, però con un’attenzione al contenimento del numero di illeciti rilevati perché – si sa – i sanzionati votano e la scelta del premier Conte di aver tramutato in violazioni di carattere amministrativo, una sorta di “pseudo depenalizzione occulta” la violazione all’art. 650 del codice penale, ha sgravato molte Procure nervose come quella di Genova, per permettere alle polizie locali di ritornare in gioco come tutori dei pendant amministrativi delle norme penali, così come era accaduto con gli ordini di allontanamento urbano, i noti daspo urbani, tanto amati in laguna. 

In siffatto contesto non si può tralasciare il ruolo silenzioso, ma gravido di significati, di molti prefetti italiani che ben si guardano dall’intervenire in tanto spinosa materia e tra i quali occorre menzionare il veneziano Vittorio Zappalorto, noto per l’alto livello di approfondimento delle dinamiche veneziane, in qualità di Commissario del comune alcuni anni or sono. 

Conta il numero dei controlli di sicurezza, contano le statistiche e appare opportuno condurli sempre con moderazione, chiedendo al personale in servizio più una competenza da statista che applica il cherry picking per concorrere al raggiungimento dei desiderata dall’amministrazione, anziché quella di indomito combattente del crimine. Forse proprio questa è la sostanza della parola “visibilità”, cui ben poche amministrazioni venete si sono sottratte, basti pensare agli omaggi ai lavoratori della sanità a Verona diretti dal sindaco Sboarina con tanto di inno, tricolore e sirene della polizia locale spiegate. E, visto che siamo in primavera, che il florilegio mediatico continui!

A Venezia le grandi basse (maree) si sono sempre concentrate nei mesi di febbraio e marzo: quest’anno proseguiranno ben oltre, hanno lasciato emergere problematiche drammatiche contingenti, ma anche tematiche cruciali che molti avevano deciso di lasciar giacere, come relitti, nel fondo dei rii. Chissà se il Mose servirà a qualcosa… 

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La mutazione della polizia locale nelle città dei sindaci sceriffi ultima modifica: 2020-04-02T20:23:10+02:00 da YTALI

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