Lentezza e percezione, rileggendo Pietro Ingrao poeta

I limiti della politica e la ricerca di altri linguaggi secondo un politico atipico.
scritto da ALDO GARZIA

Tempo di coronavirus, tempo di meditazioni, tempo dilatato che può diventare poetico. In questi giorni forzatamente casalinghi ho riletto le poesie di Pietro Ingrao: Il dubbio dei vincitori (1986), L’alta febbre del fare (1994), Variazioni serali (2000). Sono antologie nelle quali l’autore ricerca nuovi linguaggi e nuove frontiere anche per la politica.

Nel primo volume Ingrao fa i conti con utopia, sconfitta, vittoria e dubbio (“Pensammo la torre / scavammo nella polvere”, scrive lapidariamente a proposito del comunismo). Nel secondo, le domande riguardano il “fare” come inevitabile condanna e limite dell’agire. Le poesie di Variazioni serali sono invece l’elogio all’esitare, della lentezza e interrogazione sui presunti “incapaci”: i relegati ai margini dell’organizzazione sociale. 

Il dubbio diventa così una bussola inedita per chi ha fatto politica tutta la vita ed è diventato pure presidente della Camera dei deputati. Facile quindi per gli avversari di un tempo definire Ingrao “sognatore” e “utopista”. “Poeta”, questo sì. E non gli dispiaceva. Di sicuro Ingrao “politico” era poco ancorato alle leggi della realpolitik e dei suoi attori. In quell’accusa di “sognatore” c’era un nocciolo di verità. Per lui, la politica è sempre stata innanzitutto tensione e progetto, oltre che comunicazione con gli altri. Nel tempo del politico come amministrazione dell’esistente brucia l’assenza di approcci che non pensino a un’alternativa dell’organizzazione sociale.

Se c’è un filo che lega questa ideale trilogia poetica di Ingrao, va ricercato nella sottolineatura delle differenze esistenti tra individuo e individuo, oltre che nei sentimenti e nelle emozioni di ciascuno alla ricerca di senso. È un approdo che fa riflettere molto, perché Ingrao apparteneva a chi – in nome di “masse” e movimenti collettivi – ha spesso dimenticato nella costrizione del fare che ogni azione è fatta di individui diversi gli uni dagli altri per storie, sensibilità e percorsi. Ingrao nelle ultime dichiarazioni della sua vita centenaria era solito usare un’immagine efficace:

Mi piacerebbe sostare in un bar con la curiosità di vedere la gente che passa e chiedere: tu chi sei? da dove vieni? che aspirazioni hai?

La politica – ecco l’ammonimento della sua ricerca poetica – dà un nome alle cose e ai movimenti ma nel momento in cui lo fa “taglia”, “limita”, “cristallizza” ed esprime parzialità. La politica, di conseguenza, esaurisce solo un obbligo del vivere collettivo, non la sua totalità che è fatta pure di ombre, psiche, ozi e contemplazioni (uno degli ultimi saggi di Ingrao riguarda proprio la “contemplazione”). Con la poesia, Ingrao si difendeva da un’idea totalizzante della stessa politica che aveva subito per molti decenni. Se non ci fossero stati il fascismo e la guerra, forse sarebbe diventato uno sceneggiatore o uno scrittore.

Per Ingrao, il “poetico” è perciò riconquista di contraddittorietà con i segni semantici delle parole. La poesia aiuta a oltrepassare i limiti della politica: favorisce ambiguità e incompiuto. Le parole che usano i poeti racchiudono questo mistero. Con questo fine le usa pure Ingrao nel suo poetare perché la poesia è linguaggio complesso, allusivo, ellittico. Per questo, risponde al bisogno di sguardo parziale.

Ingrao poeta, come Ingrao politico, suggeriva l’urgenza della reinvenzione del linguaggio e delle sue connessioni. In alcune occasioni, aveva ricordato il proprio interesse per la videomusic come montaggio di forme e ritmi diversi della comunicazione. Per un vecchio appassionato di cinema come lui, la metafora sottolineava la necessità di una innovativa reinvenzione del vivere contemporaneo. Non c’era metafora migliore.

Benvenuta, quindi, la poesia di Ingrao che ricorda ai vincitori: Siete parte: / solo un angolo della luce, / con la vostra vittoria / evocate / l’inesplorata pagina / che chiede sillaba.

Pietro Ingrao amava Sperlonga (nella foto scattata domenica da Francisca Gutiérrez Milesi @francy_0207), non lontana da Lenola, il suo paese in provincia di Latina. Amante del mare, buon nuotatore, d’estate vi veniva con l’amata Laura e la numerosa famiglia, quando non era ancora la meta turistica che sarebbe diventata. L’ombrellone era sempre alla Grotta dei delfini [il secondo stabilimento a destra nella foto], il capanno-trattoria gestito da Giulio, bagnino tosto e comunista, buon cuoco, felice di cucinare i suoi piatti di pesce per il compagno onorevole che sapeva apprezzarli.


Grazie al tuo contributo ytali sarà in grado di proseguire le pubblicazioni nel 2020.
Clicca qui per partecipare alla sottoscrizione


Lentezza e percezione, rileggendo Pietro Ingrao poeta ultima modifica: 2020-04-06T17:05:50+02:00 da ALDO GARZIA

VAI AL PROSSIMO ARTICOLO:

Lascia un commento