Gianco. Un lessico familiare

Cent’anni fa nasceva Gianfranco Folena, insigne linguista, filologo, accademico. La sua figura, la sua vita fuori del comune rievocate dal figlio Pietro.
scritto da PIETRO FOLENA
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Venerdì 9 aprile 1920 nasceva a Savigliano, in provincia di Cuneo, Gianfranco Folena. Nasceva solo per caso piemontese. Il padre, Umberto Folena, toscanissimo – così come la madre, Nora Alberti, una ragazza molto bella –, capitano medico militare del Regio Esercito, era di stanza nella cittadina piemontese. Antica piazzaforte militare, Savigliano nel secolo precedente era diventata un importante nodo ferroviario, che ne aveva favorito lo sviluppo industriale e la vocazione militare.

Umberto scriveva già nel 1919 da Savigliano a Nora, fidanzata, chissà, aspettandola. Si limita a firmare la cartolina. Non era uomo di molte parole.

Gianco

Umberto veniva da una famiglia militare. Il padre, Capitano dei Carabinieri, aveva partecipato alla lotta contro il banditismo – e forse contro i lavoratori riuniti nelle loro prime associazioni – in Sicilia, Calabria e Campania.

Nora Alberti. Anzi, Alberti Bianchi Monzoni, come la famiglia della madre voleva farsi chiamare. Raccontavano delle radici antiche di quell’Alberti, un cognome così importante che conduceva fino a Leon Battista, grandissimo umanista che ha segnato tutto il Rinascimento, e alla sua famiglia. Bianchi Monzoni era una famiglia pisana molto conosciuta. Emilio Bianchi, avvocato e giurista, era stato per quattro legislature deputato del Regno. Era morto ancora giovane, nel 1904. Di lui si raccontava che fosse talmente patito del pianoforte, da portarsi appresso una tastiera di cartone nei lunghi viaggi per esercitarsi, con le dita e con l’immaginazione, da Pisa a Roma per le sedute parlamentari.

L’Italia, quando nasce Gianfranco, viveva anni molto difficili, dopo la Grande Guerra. Ribolliva nella pancia della società italiana – segnata da ingiustizie sociali enormi, con uno Stato nazionale giovane e debole, attraversata da reduci e da sbandati del recente conflitto – un umore scuro, che presto avrebbe fatto da cemento del consenso popolare a Benito Mussolini, spazzando via i fragili partiti democratici. Umore scuro, di cui recentemente Antonio Scurati ha dato una straordinaria rappresentazione. Fuori dai confini nazionali si era spenta da poco l’eco della rivoluzione bolscevica e della lunga guerra civile russa, e il mondo intero sembrava sbandato, tutte le vecchie certezze liberali, precedenti il conflitto mondiale, erano venute meno. Sbocciavano nuove correnti culturali e artistiche – dalla metafisica al futurismo – che annunciavano grandi turbolenze, interiori e esterne.

Ma a casa Folena-Alberti, in Toscana, si soffriva per ragioni più intime.

Era durata poco la felicità per la nascita di Gianfranco, testimoniata da questa foto, in cui si intravvede una certa rigidità militare del Capitano Medico, temperata dalle grandi mani protettive, e l’infinita dolcezza della neo-mamma Nora. Gianfranco è colto dall’obiettivo finché compie uno dei gesti più liberi dell’irriverenza infantile.

Spesso alle grandi crisi globali corrispondono piccole – per dimensione, non certo per intensità – crisi intime e familiari. Nora, che nel 1922 aveva dato alla luce Alberto, morì di setticemia qualche settimana dopo. Umberto è distrutto dal dolore. Gli scrive una lettera accorata di consolazione l’Arcivescovo di Pisa.

Gianfranco, quando fa la prima comunione, nel 1929, avrà un suo santino. Sul retro di una riproduzione sommaria del Cenacolo leonardesco, comparirà la sua missione spirituale – immagino scritta dalla nonna –, “gloria”, per la sua “mammina santa”.

I due piccoli maschi – Gianfranco e Alberto – si trovano così senza madre, e con un padre che, per ragioni di servizio e di lavoro, doveva ubbidire agli ordini della gerarchia. La nonna Giuseppina, madre di Nora, diventa per Gianfranco il simbolo della vita, e si creerà negli anni un legame intensissimo, testimoniato da una fitta corrispondenza.

Solo nelle lettere e nelle cartoline alla nonna si firmerà sempre Gianco. Solo per lei era Gianco.

Gianfranco passa lunghi periodi con la famiglia della nonna, lontano dal fratello, che stava con altri zii, e della zia Costanza. La figlia di Costanza, Malù – scomparsa due anni fa – diventa una sorta di sorella. Gianfranco cresce in una grande solitudine, in un mondo dominato dalla nonna, e dalle donne, col padre spesso lontano, dimostrando capacità intellettuali fuori dal comune. Viene spinto dalla zia Costanza, che insegna al liceo a Grosseto, agli studi classici. La separazione dal fratello, verso il quale ha un istinto protettivo, come si percepisce dalla sua corrispondenza, è un dolore nel dolore. Si ritroveranno a vivere nella stessa città, molti decenni dopo, quando Alberto, che aveva compiuto studi nel settore, dopo aver pensato di ripercorrere le orme paterne, diventerà dirigente di una casa farmaceutica, e Gianfranco approderà invece nell’Ateneo patavino.

Ma è in tutta la sua crescita l’assenza della madre, combinata alla lontananza del padre, a determinare in modo indelebile la sua dedizione intellettuale, e più avanti a dare corpo ed anima al sogno di avere quella famiglia che lui non aveva conosciuto.

Colgo un momento in cui sono solo in casa – scrive da Cucigliana nel settembre del 1934, quando aveva quattordici anni – per scriverti due righe tutte piene di nostalgia e di rimpianto di te, cara nonna, che un decennio fa mi raccogliesti privo della persona più cara e più buona.

in quest’ultimo passaggio c’è tutto il tormento di un bambino diventato troppo presto grande, desideroso di concludere il liceo e di studiare all’Università. Lo studio diventa la ragione di vita, la missione laica di Gianfranco.

È nota e pubblicata la sua biografia intellettuale, e anche in questi giorni del centenario nuove testimonianze sono state rese da allievi, colleghi, studiosi. Mi piace qui ricordare l’amicizia profonda, negli anni del liceo, con Geno Pampaloni; e ancora il suo ingresso alla Scuola Normale, dove conoscerà Alessandro Natta, che era di due anni più grande. Quando Natta diventerà segretario del PCI – e io segretario della FGCI – si riannoderà un amichevole rapporto epistolare tra di loro.

Ma i rumori, prima, e i drammatici eventi della guerra, poi, impediscono a quelle generazioni di compiere un normale corso di studi, di costruire un proprio progetto di vita. Tutto cambia in pochi mesi. Ad Arezzo Gianfranco frequenta la Scuola Allievi Ufficiali di Fanteria, e non manca di scrivere con frequenza alla nonna. Nell’autunno del ’41 si trova, sottotenente, con la 3° Compagnia accompagnamento e anticarro del 62° Battaglione Complementi della fanteria, a Palma di Montechiaro, in Sicilia.

Da lì il passaggio in Africa, quando si muoveva la disastrosa offensiva del generale Rommel a El Alamein. La disfatta, la cattura da parte degli inglesi,
la breve permanenza in Egitto, il trasferimento in India. Tutto in pochi mesi. Già nel gennaio del 1943 si trova in India, prima al nord, in un campo nell’Uttarakhand, e l’ultimo periodo vicino a Bombay. Scrive a Geno Pampaloni, (“data la mancanza di libri e la sete ardente di lettura, ti prego di aiutarmi consigliando ai miei acquisti e invii…”) chiedendogli di consigliare alla nonna i libri da spedirgli. Dall’Italia gli arrivano libri, così come ad altri compagni di prigionia, con cui si crea un legame speciale, da Ludovico Quaroni a Umberto Serafini. La chiamerà l’università della prigionia. Qui s’accentua, in condizioni obbligate, la sua missione culturale. Per tre anni, fino alla primavera del 1946, ha l’opportunità di leggere e studiare i più svariati argomenti, e di confrontarsi con giovani con altre pulsioni intellettuali e vocazioni specialistiche. Ma in una dimensione di grande solitudine (“per lo più sto solo, se soli ci si può chiamare in una baracca di quaranta persone con uno spazio appena per il letto e per il tavolinetto”, scrive al padre).

La morte della madre e le privazioni negli affetti, e poi la lunga prigionia -così com’è stato per altri intellettuali rinchiusi in carcere – sono state le levatrici di questa personalità eccezionale.

Le sue lettere dalla prigionia meriteranno un esame approfondito. Sono venuto in possesso di alcune di esse solo in tempi recenti.

La prova fisica della prigionia è comunque molto dura, così come quella morale. Giungono le notizie della fine della guerra, ma ancora all’inizio del 1946 non sa quando potrà rientrare. La nonna scrive angosciata.

Finalmente nell’aprile del 1946, poco dopo il suo ventiseiesimo compleanno, s’imbarca. Durante il viaggio gli giunge notizia della tragica morte del padre, investito in bicicletta da un carro armato americano. Il 23 aprile, sbarcato a Napoli, telegrafa alla nonna “saputo povero babbo”, e poi “coraggio” rivolto a lei.

La zia Costanza e la cugina Malù lo accolgono a Firenze. Rimangono sorprese dalla sua magrezza spettrale, e dalle sofferenze che aveva scolpite in viso. Si fa persino fatica riconoscerlo. Gianfranco si aggira per la città, per osservare, impietrito, le distruzioni della guerra.

Camminando in via Por Santa Maria, vicino al Ponte Vecchio, nella tarda primavera del ’46.

Con fatica, e assorbendo questi nuovi dolori familiari e collettivi, Gianfranco riprende subito la sua strada. La formazione giovanile e l’università della prigionia gli permettono rapidamente di concludere gli studi coi suoi grandi maestri, a partire da Bruno Migliorini. Nel dicembre di quello stesso terribile anno è già laureato. Qualche tempo dopo può telegrafare alla nonna con orgoglio per il suo nuovo incarico, dopo Grosseto, in un liceo di Lucca. Presto rientra a Firenze, comandato alla Crusca, dove compie in alcuni anni fondamentali ricerche e studi preziosi, e qui comincia una storia intellettuale più nota.

Ma c’è un avvenimento casuale che cambia rapidamente il corso della sua vita e che è destinato a influenzare profondamente la sua ricerca intellettuale. In un viaggio in treno incontra una bella e giovane ragazza francese, che tornava da Assisi e dai luoghi francescani. Chiacchierano, simpatizzano, si crea qualche scintilla. Ma il treno arriva a Santa Maria Novella, e Gianfranco non ha la sfacciataggine di chiedere dove la ragazza alloggerà. Sa solo che è in una pensione lungo l’Arno. Si salutano. Gianfranco va a casa. Si rincresce. Decide di cercarla, e passa in tutti gli alberghi e le pensioni lungo il fiume. Finalmente la trova. È un amore travolgente.

Lizbeth è una figura complessa. Con una vocazione artistica – prima disegnatrice e pittrice e poi poetessa – molto forte, una cultura morale e spirituale attraversata da tutto l’esistenzialismo francese, una donna che ha perso il padre giovanissima e che ha dovuto accudire cinque fratelli più piccoli finché la madre insegnava. Aveva ambizioni culturali molto forti. Ma per l’amore seguirebbe Gianfranco in capo al mondo. Presto avviene la presentazione alla famiglia francese, conquistata da questo toscano. Presto il matrimonio, a Parigi.

Questo nuovo legame francese, oltre al sentimento, diventa un potente legame intellettuale. La casa della nonna francese, a Chateauneuf-sur-Loire, diventa non solo il luogo di vacanza, ma di studi, e con gli anni, di presenza di tutti i colleghi, gli amici, gli allievi. Si forma una sorta di cenacolo italo-francese, animato da Lizbeth – con la sua fatica di organizzatrice e di madre – e da Gianfranco, che ha il suo palcoscenico dove è ammirato, riverito, amato. C’è una sorta di restituzione degli affetti, dopo le grandi privazioni dell’infanzia, dell’adolescenza e della giovinezza.

Sono nati i figli, tra il ’52 e il ’57, e la scelta di occuparsi della famiglia diventa per Lizbeth obbligata. Questa foto è stata fatta a Padova, poco dopo l’incarico dato a Gianfranco e poco prima della mia nascita, nel ’57.

Nel cenacolo francese, che presto verrà preceduto, a luglio, dai convegni del Circolo filologico linguistico a Bressanone, per anni sarà presente Marino Berengo, legato da un’amicizia profonda con Gianfranco. Verrà anche, per un paio d’anni, Rosario Villari, scomparso di recente. Ma sarà il luogo più alto dei folenotteri, come scherzosamente si autodefinivano, e cioè di coloro che si sentivano parte di una scuola, di un gruppo, di una comunità.

È arrivato il ’68 e Gianfranco, pur non propenso a estremismi, solidarizza con gli studenti. L’Unità dà conto dell’appello a favore dei giovani firmato da molti professori, in risposta alle iniziative reazionarie in atto nelle Università. “Siamo con gli studenti”, s’intitola.

Si respirava una forte aria progressista, a casa Folena. I discorsi di Giovanni XXIII, alla radio, venivano ascoltati con grande emozione. Nel novembre 1966 Gianfranco e Lizbeth si rassegnano e comprano la televisione, per guardare le immagini dell’alluvione, la nuova devastazione di Firenze, dopo quella della guerra. Arriva la contestazione, anche in casa, le occupazioni, le simpatie extraparlamentari dei miei fratelli, la mia adesione, dopo il golpe di Pinochet in Cile, alla FGCI. Gianfranco e Lizbeth erano socialisti, con una forte componente umanistica e cristiana. Per lei questa divenne una militanza, in Com Nuovi Tempi e nei Cristiani per il Socialismo. A Gianfranco proposero invece nel 1976 la candidatura alle politiche nel Psi, ma non accettò. La sua missione, la sua dimensione, rimaneva quella intellettuale. Certo: ora era attraversata da questa chiassosa modernità, dalle contestazioni, dai nuovi linguaggi, dalla pubblicità. Ambiti a cui guardava con curiosità, passione, rigore di ricerca.

Da simpatizzante socialista mio padre non aderì mai al nuovo corso craxiano. Diffidava della nuova leadership e, piano piano, lui di famiglia così lontana dalla tradizione comunista e socialista, fu uno di quegli intellettuali conquistati dal sobrio fascino di Enrico Berlinguer, e dal rigore di quel mondo.

Ricordando nel 1972 un grande intellettuale scomparso qualche anno prima, Manlio Dazzi, comunista, scorgeva in quella figura non già il dogmatico al servizio del partito, ma l’uomo che “sapeva che il simile si conosce non con il simile ma col diverso”. Parlava di sé, in qualche modo, sostenendo che “col forte senso della socialità della cultura e delle lettere come bene comune e come servizio pubblico, il più alto di tutti i servizi” si ha la coscienza della vita come ‘contraddizione’, nell’accezione dialettica e anche evangelica del termine”.

Questa religione delle lettere in mio padre prendeva la forma, come ha scritto qualche tempo fa Giulio Ferroni, di un amore sconfinato per la vita della parola, addirittura di profezia della lingua.

Questo amore nasceva in questa esistenza che, nelle sue vicende più dolorose, come in quelle più felici, l’aveva portato a considerare, come poi dice nel 1972, “la socialità della cultura come bene comune”.

È stato supportato e sostenuto, in questo suo cammino. Ma ha trovato dentro di sé una forza morale sorprendente.

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Gianco. Un lessico familiare ultima modifica: 2020-04-09T13:07:32+02:00 da PIETRO FOLENA

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