Covid-19. La politica virtuale rilancia la militanza reale

Niente più riunioni, gruppi, assemblee e manifestazioni di questi tempi. Dopo uno spaesamento iniziale, le nuove tecnologie e la rete sono venute in aiuto della pratica politica tradizionale, introducendo novità che potrebbero permanere anche dopo la fase emergenziale e dare nuovo impulso alla partecipazione.
scritto da GIOVANNI TONELLA
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Il tempo del Covid-19 sta mutando in maniera radicale – quanto in maniera congiunturale si vedrà – le modalità delle relazioni umane e tra queste anche quelle di natura politica. Una cosa in particolare è cambiata, ed è l’impossibilità di fare l’esperienza della riunione, del gruppo, dell’assemblea, della manifestazione. Vi è stato un momento di oggettivo spaesamento e di disorientamento nella pratica politica tradizionale. Tuttavia, in realtà, le cose erano già in movimento, i mezzi di comunicazione di massa avevano da tempo cambiato potentemente la politica, amplificando le possibilità della comunicazione uno a molti, e nei tempi più recenti la rete aveva ancor di più determinato la comunicazione politica. Ormai la bibliografia è sterminata, ma soprattutto i processi politici lo stanno a testimoniare.

Oggi la potenza dei social network, il livellamento e la molteplicità delle fonti di comunicazione incide potentemente sulla sfera pubblica e il sistema deliberativo. Tra l’altro in tempi straordinari – guerre e pandemie – vi sono degli scarti e delle innovazioni o delle occasioni di riflessioni sulla comunicazione. Mi viene in mente la riflessione di Walter Lippmann sulla scorta della sua esperienza della Prima Guerra Mondiale (L’opinione pubblica). Ma non è questa la sede per affrontare tali questioni o suggestioni, è mio intento, invece, in maniera molto più modesta, dare un resoconto dell’esperienza politica di queste settimane, dal punto di vista di una militanza politica nel territorio periferico. Vi è stata una nuova modalità di militanza digitale: non è infatti una novità l’azione politica tramite le ICT, basti pensare al compulsivo utilizzo di Facebook ecc. nella comunicazione politica. Ma indubbiamente la necessità del confronto e della riunione, al tempo del Covid-19, ha ridisegnato le modalità del loro darsi. A questo resoconto, però, vorrei comunque collegare una riflessione di prospettiva, contaminando i risultati di questa fase nel campo politico con i problemi di una riorganizzazione della partecipazione politica.

L’idea della militanza digitale

In questi anni il dibattito politico si è sviluppato sulla rete, in particolare grazie a Facebook, Twitter o  WhatsApp. Ciò avviene sempre più in maniera strategica: staff di comunicazione, dipartimenti, consulenti ecc. (servizi segreti stranieri?) animano questa azione, e mettono in primo piano un nuovo paniere di competenze decisivo oggi per l’azione e la comunicazione politica (che poi molte volte sono la stessa cosa). Molti militanti entrano in questo gioco con il loro ruolo di prosumer nei social. Soprattutto i leader politici e i politici di professione utilizzano questi strumenti per rafforzarsi nell’opinione pubblica e dentro i loro partiti: a quante dirette Facebook abbiamo assistito in questi anni?

Questo fenomeno, specialmente l’ultimo indicato, in questa fase di Covid-19 è aumentato ulteriormente. I politici costruiscono dei palinsensti della loro comunicazione quotidiana. I militanti seguono, come le varie organizzazioni territoriali. Tuttavia quello che è una azione strategica a certi livelli e un passatempo ad altri, non è sufficiente per la vita ordinaria delle organizzazioni politiche – per quella dimensione che seguendo in una certa misura Michel Foucault chiamerei “pastorato” (Sicurezza, territorio, popolazione. Corso al Collège de France 1977-1978). Questa dimensione, quella delle riunioni, degli incontri ecc. veniva, agli inizi della mia vita politica ad esempio, esemplificato dalla necessità di consumare le ruote delle gomme delle macchine.

Immagine da flaticon.com

Ricordo come se fosse ieri un consiglio fattomi all’inizio della mia esperienza di segretario provinciale dei Democratici di Sinistra dal vicesindaco di Montebelluna di allora: girare ogni giorno, consumare le ruote della macchina, e stare tutto il giorno al telefono, in sintesi. Poco tempo per pensare e riflettere: per quello era necessario chiudersi in isolamento alcuni giorni, magari per scrivere una relazione per una direzione o un congresso. Ebbene è proprio la dimensione dell’incontro a essere oggi da ripensare, da riprodurre a un livello diverso. A distanza. Una necessità che è già stata acquisita dalle forme organizzative più evolute dell’impresa, nello smart working, e che durante il Covid-19 ha caratterizzato la scuola, con la Didattica a distanza (la cosiddetta DAD, ah quanti acronimi popolano il codice linguistico della scuola!). Per questo oggi, e si tratta di una necessità ma direi anche di un dovere, la politica deve assumere questa possibilità e sfida organizzativa.

Questa dimensione di militanza digitale, quindi, si è arricchita e sviluppata grazie all’utilizzo degli strumenti di videoconferenza presenti. In primo luogo Skype, ma poi si è incrementata la ricerca di piattaforme in grado, con buoni livelli di qualità tecnica, di poter replicare a distanza non solo piccole riunioni, bensì assemblee più significative: ecco quindi l’utilizzo di Zoom, GotoMeeting, Lifesize oppure Meet o Jitsi Meet. Strumenti e piattaforme già presenti, che da anni potevano già rivoluzionare le nostre abitudini e modalità organizzative e comunicative, che da anni già potevano ottimizzare i tempi, vengono oggi scoperte grazie al Covid-19: e questa fase di apprendimento e possibile ricognizione metacognitiva su queste nuove modalità organizzative durerà e sarà più feconda tanto più si prolungherà questa condizione eccezionale di lockdown.

A Treviso ho pensato di mettere in pratica questi nuovi strumenti e ho sostituito le tradizionali riunioni di segreteria – cosa che poi a tutti i livelli si è fatta – con riunioni via Skype per poi ipotizzare un salto di qualità, le assemblee aperte con relatori via Zoom. Le assemblee Zoom – quella del 30 marzo con Pier Paolo Baretta per quanto ne so è stata in assoluto la prima in Veneto – sono state al momento due, con numeri notevoli, mediamente più elevati rispetto a quelli delle tradizionali assemblee. Sono state due assemblee su temi indubbiamente coinvolgenti.

La prima assemblea è stata fatta per illustrare e creare una interlocuzione sulle misure economiche del Governo con Pier Paolo Baretta. I partecipanti sono stati ottantotto, calcolando tutti gli accessi, con una presenza media sui sessanta contatti: si tenga anche conto che davanti ai pc o agli smartphone c’erano anche in alcuni casi più persone. La seconda assemblea è stata organizzata sulla pandemia Covid-19 con i medici Claudio Beltramello e Cistiano Samueli, e ha avuto numeri simili, un po’ più bassi, ma comunque con una cinquantina di contatti medi continui. Sono in via di programmazione altre due assemblee, su tematiche diverse, e quindi si tratterà di verificare la tenuta di questi strumenti e la continuità di partecipazione.

Immagine da flaticon.com

Si tratta di un mezzo che permette di replicare le assemblee coinvolgendo persone da luoghi vicini e separati, ma anche lontani: questo con una potenziale capacità di messa in campo di inviti a distanza di personalità difficilmente coinvolgibili secondo i tradizionali canoni dell’organizzazione degli eventi politici. Nel caso trevigiano del quale sono stato promotore, le assemblee Zoom, più degli incontri in presenza, possono coinvolgere contatti e militanti non solo di Treviso, ma dell’intera provincia e oltre. Teoricamente, utilizzando anche gli upgrade a pagamento (e adesso la ricerca è trovare servizi simili, gratuiti) si possono raggiungere centinaia e centinaia di contatti.

È evidente la potenzialità di questi strumenti per la creazione e la conduzione di pubblici politici, policentrici, in una dimensione sicuramente one-to-many, ma anche many-to-many. Questi strumenti, tra l’altro, permettono un dialogo in contemporanea, tramite chat, tra i partecipanti all’assemblea, one-to-one e one-to-many. Certamente queste ulteriori potenzialità si basano sulle competenze e le risorse relazionali di chi organizza, ma è proprio questa la nuova dimensione resa possibile in maniera più semplice da molto tempo anche dai social.

Oltre alla dimensione relazionale, ve ne è tuttavia un’altra di particolare e decisiva importanza: la necessità di un rapido apprendimento digitale. Questo aspetto, legato a quello più generale del cosiddetto divario digitale (digital divide), è insieme all’apprendimento degli strumenti quello fondamentale di questa fase: essa infatti ha permesso di tematizzarlo e rivelarlo. Un caso di massa che può permettere un database molto significativo per indagarlo è quello legato alla Didattica a distanza nelle scuole: il governo ha messo in campo proprio in queste settimane una misura di finanziamento per ciascuna scuola per ridurlo e ciascuna singola scuola sta operando una indagine sugli alunni per comprenderne le dimensioni. Per questo l’organizzazione di queste assemblee, accanto agli elementi organizzativi classici, e alla sperimentazione sul campo degli strumenti con relativo apprendimento di come funzionano, implica una promozione di una minimale alfabetizzazione digitale e produce anche una riflessione, laddove necessario, sull’appropriatezza dei dispositivi a disposizione delle persone, oltre che sulla qualità delle connessioni.

Pertanto, possiamo affermare che questa crisi legata al Covid-19 permette una fase di apprendimento di nuovi strumenti digitali e di nuove soluzioni organizzative, dando un’ulteriore centralità e importanza alle ICT, e ci costringe ad affrontare con maggiore consapevolezza il problema del divario digitale come limite per la cittadinanza politica.

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Il dopo Covid-19 non sarà come il prima Covid-19?

Questa domanda si pone: la fase di apprendimento che stiamo avendo lascerà un segno? Credo che sia evidente che le potenzialità delle riunioni e delle assemblee a distanza cambierà le modalità organizzative, creando di fatto un nuovo spazio, accanto a quello dei social, che “aumenterà” ulteriormente la realtà. Un nuovo tassello alla “Terza natura” della rete. Ciò permetterà di moltiplicare le possibilità di relazione e organizzazione, vincolate ovviamente dalle possibilità tecnologiche, e permetterà allo stesso modo di poter controllare e utilizzare ulteriori dati e, se seguiamo l’analisi di Soshana Zuboff sul capitalismo della sorveglianza (Il capitalismo della sorveglianza), porre nuovi interrogativi su come lottare per la libertà e contro forme di alienazione e controllo.

In relazione alle organizzazione politiche, permetterà di rendere la verticalità delle organizzazioni più esposta al flusso orizzontale e policentrico degli spazi deliberativi e introdurrà nuove necessità di cura, mantenimento, manutenzione e coordinamento. Ci sarà le necessità di fare sempre più un salto di qualità nella gestione delle potenzialità della cittadinanza digitale. Oggi i partiti si presentano nella rete con siti con scarsa se non nulla interattività, e i loro esponenti principali hanno cura di essere costanti nella presenza nei social. Le stesse organizzazioni e componenti interne, almeno nei partiti democratici, colonizzano e animano i social con canali ed eco-camere proprie, per sviluppare una potenza di fuoco comunicativa che è virale.

Pensiamo al Partito Democratico. Se finalmente i dati dei partecipanti alle primarie – con una visione d’insieme e strategica, integrata, degli strumenti a disposizioni da parte delle ICT – fossero utilizzati per coinvolgere gli elettori delle primarie in maniera più interattiva, almeno potenzialmente, come allo stesso modo – se non di più – gli stessi iscritti e soprattutto militanti, ecco che si potrebbe immaginare un flusso interno, una consultazione interna molto più continua e strutturata, anche mediante modalità non per forza solo informative, ma anche deliberative e di lavoro. Le stesse articolazioni territoriali potrebbero così al meglio mettersi in rete e valorizzare le risorse cognitive del tessuto di militanza politica, mettendole in rete con le risorse della società civile.

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Più in generale, è indubbio che tra le politiche di empowerment democratico vi dovrebbe essere attenzione verso una generale alfabetizzazione digitale e una lotta contro il digital divide. Peraltro ciò porrebbe anche un riflessione sulle filiere strategiche produttive e di servizi su cui l’Italia, se non l’Unione Europea, dovrebbe riflettere, anche per una strategia di rilancio dell’economia.

Ci possono essere delle feconde contaminazioni?

Questa domanda, a cui darò una risposta sommaria, intende porre il tema se questo potenziamento della militanza e cittadinanza digitale, potenzialmente deliberativo e integrabile soprattutto in un sistema deliberativo, potrebbe incrociare forme nuove di democrazia deliberativa affiancate alla democrazia rappresentativa.

Credo che si possa aprire un’opportunità organizzativa, perché si potrebbero ridurre i costi per organizzare panel tecnici coinvolgibili in forum deliberativi, magari secondo modelli decisionali o di riflessione che implicano uno spazio d’intervento tecnico, uno politico e uno di partenza, affidato alla voce più diffusa di pubblici selezionati, o con sistemi a sorteggio o con forme di autoselezione. Qui faccio riferimento a una fase dei miei interessi intellettuali sulle forme di democrazia deliberativa e partecipativa: mi riferisco alle giurie di cittadini, alle cellule di pianificazione, alle conferenze di consenso, alle svariate tecniche di interazione, alle forme di bilancio partecipativo ecc. (temi posti in via seminale da R. Dahl in La democrazia e i suoi critici, come da altre ricerche successive, su ad esempio come coinvolgere i tecnici e gli scienziati nei processi decisionali, ancorandoli al dibattito democratico). Si tratta di meccanismi di ascolto e di confronto maggiormente finalizzati a costruire pubblici in grado di lavorare in termini pragmatici, di ricerca e lavoro comune, anziché strutture funzionali alla semplice propaganda.

Ma credo che l’aspetto più fecondo di questa fase sia stata la possibilità di operare una epochè, un distacco e una messa tra perentesi di ciò che viene dato per assoluto, per riflettere sul fatto che in realtà, a causa di pandemie potenziali come di altri shock di natura esogena – anche se si tratta in realtà di retroazioni dell’agire umano sull’ecosistema, oggi ormai definito Antropocene – siamo assolutamente fragili se non sull’orlo della sesta estinzione (si vedano le considerazioni di Telmo Pievani in La Terra dopo di noi). E quindi si tratta di mutare insieme corso. In una recente e profonda intervista Derrick De Kerckhove, uno dei più importanti sociologi della comunicazione e allievo di McLuhan, dice espressamente:

La grande minaccia non è quella del virus, ma del cambiamento climatico.

Ma soprattutto, seguendo la lezione del maestro, afferma:

McLuhan avrebbe detto che il messaggio del coronavirus è il lockdown, fermarsi per cambiare il mondo.

Insomma questa esperienza, e più lunga sarà, più potente sarà, può indurre a un grande insight collettivo, a superare cecità (Saramago) collettive che sono vere e proprie, anche se diverse, pandemie da cui non ci curiamo.


Immagine di coprtina da flaticon.com

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Covid-19. La politica virtuale rilancia la militanza reale ultima modifica: 2020-04-13T20:04:51+02:00 da GIOVANNI TONELLA

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