Stati Uniti. A novembre un salto nel voto

Le immagini delle lunghe code in Wisconsin suscitano preoccupazione per le presidenziali. E cresce il dibattito attorno al voto via posta. Sul quale non tutti però sono d’accordo. Trump in testa.
MARCO MICHIELI
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Con l’endorsement di Bernie Sanders e poi quello di Barack Obama, l’ex vicepresidente Joe Biden comincia la strada che lo porterà – salvo colpi di scena – a sfidare Donald Trump alle elezioni di novembre. Una campagna elettorale che si annuncia molto difficile. Non solo perché The Donald è l’incumbent e ne ha tutti i benefici in termini di visibilità. Le elezioni presidenziali, poi, si vincono grazie al collegio elettorale e di solito la battaglia si concentra in pochi stati, i cosiddetti Swing States, dove Trump è tutt’altro che sconfitto. Sarà una campagna difficile anche, e forse soprattutto, a causa della pandemia di Covid-19.

Il coronavirus infatti ha già bloccato lo svolgimento delle primarie democratiche. Molti stati le hanno rinviate ad altra data. E anche la convenzione democratica è stata riprogrammata per agosto. Anche se non si sa ancora bene come dovrebbe svolgersi. Biden ha suggerito una convenzione virtuale e sarebbe una prima volta storica. 

Ma il Covid-19 avrà un impatto anche sul voto di novembre. Il rinvio delle elezioni presidenziali – ma anche di tutte le altre che si tengono assieme alle presidenziali – non è possibile. L’articolo due della costituzione infatti attribuisce al Congresso il potere di determinare la data delle elezioni. E quindi serve un consenso bi-partisan, dato che la Camera dei rappresentanti è democratica. E i democratici non vogliono posporre le elezioni. Questo potere che la costituzione attribuisce al Congresso, è stato l’ultima volta esercitato con una legge nel 1948. Da allora le elezioni presidenziali si tengono il martedì successivo al primo lunedì di novembre. Quindi si terranno il 3 novembre.

Sono migliaia di persone hanno fatto la fila martedì 14 aprile per votare alle elezioni in Wisconsin

Anche nell’ipotesi improbabile che democratici e repubblicani trovassero un compromesso per posporre le elezioni, esiste il ventesimo emendamento. Questo prevede che il mandato del presidente debba terminare il 20 gennaio dell’anno successivo al voto elettorale. Quindi le elezioni devono svolgersi prima di quella data.

Certo con questo presidente non si sa bene che cosa possa accadere. E non stupirebbe un’interpretazione “ampia” dei poteri di emergenza. Tuttavia in quel caso si aprirebbe una crisi costituzionale. E saremmo di fronte a tutt’altra vicenda. Ritorniamo quindi alle modalità di voto.

I problemi che il Covid-19 pone sono notevoli per lo svolgimento delle elezioni. Come si fa infatti a votare in tempi di pandemia? Fare la coda per votare significa infatti mettere a rischio la propria vita. La soluzione potrebbe essere quella del voto per corrispondenza. Nel 2016 alle elezioni presidenziali circa il 25 per cento di coloro che avevano votato, l’avevano fatto via posta (trentatré milioni di voti). Se in alcuni stati si vota solo in questo modo (Oregon, Washington, Colorado, Utah e Hawaii), negli altri vi sono regole diverse.

Trump e i repubblicani sono tuttavia contrari al voto via posta. In un’intervista alla Fox, il presidente ha dichiarato qualche settimana fa la sua contrarietà, in quanto un metodo non affidabile. Nonostante egli stesso abbia votato per corrispondenza. Ha inoltre aggiunto che:

Se dovessimo votare solo via corrispondenza, nessun repubblicano sarebbe eletto in questo paese.

La preoccupazione è che il voto per corrispondenza possa concludersi con una maggiore partecipazione al voto e una maggiore quantità di voti a favore dei democratici. In realtà che il voto via posta aiuti i democratici non è basato su alcuna evidenza empirica. Anzi l’incremento della partecipazione elettorale dove il voto via posta rappresenta un’alternativa è aumentata tanto negli stati repubblicani quanto in quelli democratici.

Alle parole di Trump hanno fatto poi seguito quello dei repubblicani e di Fox stessa, che hanno contribuito a diffondere teorie del complotto su brogli elettorali commessi con il voto via posta. Tuttavia l’argomento principale dei repubblicani è che un intervento federale sul tema leda il diritto degli stati di legiferare in materia.

E le legislazioni statali in materia di voto sono molto diverse. Per esempio la presentazione di un documento d’identità è obbligatoria, pressoché negli stati del Sud, ma non nel resto del paese.

Per evitare rischi per i cittadini e una bassa partecipazione alle elezioni, i democratici avevano proposto di inserire quattro miliardi di dollari nel Coronavirus Aid, Relief, and Economic Security (CARES) Act per aiutare gli stati a sviluppare un sistema di voto per corrispondenza adeguato. In particolare per estendere il periodo di early voting, cioé il voto anticipato, in certi casi anche qualche mese prima. E sostenere il no-excuse absentee voting, cioè eliminare tutte le condizioni che in alcuni stati spesso vengono poste per il voto per corrispondenza.

Alla fine il Congresso si è accordato su quattrocento milioni di dollari per una messa in sicurezza del voto che era stimata attorno ai due miliardi di dollari pre-Covid 19. Alcuni deputati e senatori – in testa Amy Klobuchar – hanno però presentato una nuova proposta di legge che consentirebbe a tutti gli elettori registrati di votare per corrispondenza, rendendola quindi un’opzione universale e non decisa da stato a stato.

Una proposta che ha ottenuto l’appoggio di Michelle Obama e della sua organizzazione When We All Vote, che si batte per il diritto al voto. È la prima volta che l’ex first lady appoggia un progetto di legge a livello federale. Altre organizzazioni – Represent.us, Brennan CenterUnite America, National Association of Non-Partisan ReformersPublic Citizen e Common Cause – stanno organizzando campagne per influenzare l’agenda politica e portare il tema del voto via posta all’attenzione dell’opinione pubblica.

Un assaggio delle difficoltà che si potrebbero avere a novembre lo si è avuto con le recenti elezioni in Wisconsin, uno dei dei battleground states di novembre. Le file di persone con mascherine in coda per votare hanno suscitato molta preoccupazione. Molti seggi erano chiusi, a causa della mancanza di personale. Quindi molte persone hanno dovuto recarsi in seggi elettorali di emergenza. La scena era alquanto paradossale.

A Milwaukee, in occasione delle elezioni, il numero dei seggi elettorali è stato ridotto da centottanta a cinque

Tuttavia, anche se il problema organizzativo fosse facilmente risolto favorendo altre modalità di voto, è lo scontro istituzionale e giudiziario che impensierisce. Come è accaduto appunto nello stato del Midwest.

In Wisconsin è accaduto che, dopo molte tergiversazioni, il governatore democratico Tony Evers aveva proposto il rinvio delle elezioni. La legislatura statale, a guida repubblicana, si era però espressa contro quest’idea. Evers aveva comunque emanato un ordine esecutivo con cui posponeva le elezioni.

I repubblicani hanno quindi fatto ricorso alla corte suprema statale, a guida repubblicana, che aveva quindi annullato l’ordine di Evers. Per i giudici si dovevano solo adottare delle misure di sicurezza sanitaria nei seggi. La Corte suprema federale aveva poi confermato – con votazione espressa su divisioni di partito – la decisione della corte statale. Le conseguenze di questa confusione si sono viste con le numerose sezioni elettorali chiuse e le lunghe fila di cittadini “mascherati”.

Ma le conseguenze sono state anche giudiziarie. Molti infatti hanno fatto ricorso rispetto al risultato elettorale delle varie elezioni nel Wisconsin. Ricorsi per mancato ricevimento del materiale per votare per corrispondenza. Col voto per corrispondenza, infatti, l’elettore registrato riceve a casa la scheda elettorale, poi una volta votato la mette in una busta (e poi dentro un’altra busta) e poi la spedisce o può rilasciarla direttamente all’ufficio interessato. Ma lo stato del Wisconsin non era infatti preparato ad un voto massiccio via posta. Ed è una situazione diffusa.

Ora molti temono che uno scenario di questo tipo possa verificarsi anche a livello nazionale. Memori dell’esperienza del 2000 quando la battaglia legale tra Al Gore e George W. Bush sui voti in Florida proseguì per diverse settimane, si può immaginare il peggiore degli scenari se le battaglie legali fossero moltiplicate per tutti gli stati.

Per completare il quadro, vale anche la pena di sottolineare che in questi mesi è in corso il censimento decennale (census) della popolazione. Il censimento è un obbligo costituzionale negli Stati Uniti. È previsto per la ripartizione dei seggi alla Camera dei rappresentanti, che sono fissi a 435 seggi. 

Ma il censimento è necessario anche per il redistricting, cioè per la modifica delle circoscrizioni elettorali federali e statali. Si tratta quindi di un’operazione fondamentale ai fini del buon funzionamento della democrazia americana (e spesso oggetto di manipolazioni politiche). 

Per la prima volta nella storia è possibile compilare il censimento on line. Ma al momento soltanto il 48 per cento delle famiglie ha risposto. E qui comincia il problema organizzativo. Come si fa infatti a fare il censimento delle persone che non lo fanno on line? Alla vecchia maniera: col porta a porta. E in tempi di Covid-19 i rischi sono molti per il mezzo milione di lavoratori dell’Ufficio per il censimento. Le operazioni infatti dovrebbero concludersi verso agosto. Ma è possibile che il Covid-19 obblighi ad un prolungamento delle operazioni. Con un effetto a cascata, non privo di conseguenze.

Gli elettori del Wisconsin hanno atteso anche cinque ore in coda per poter votare

Un ritardo infatti a livello federale avrebbe delle conseguenze a livello statale. Gli stati utilizzano i dati del censimento per ridefinire le circoscrizioni statali, i confini amministrativi dei consigli comunali e anche i seggi per l’elezione dei consigli scolastici. Con i ritardi nelle operazioni di censimento gli stati dovrebbero comprimere i tempi necessari per la procedura di definizione delle circoscrizioni. E si potrebbero intasare i tribunali con prevedibili ricorsi. Il tutto nell’anno precedente alle elezioni del 2022, con scadenze per le candidature che partono nel 2021.

Ma i problemi sono anche altri, secondo le organizzazioni per i diritti civili. I tempi compressi metterebbero a rischio il controllo necessario sul redistricting. E creare ulteriori danni al già complicato esercizio del diritto di voto in alcuni stati. Il censimento è stato infatti più volte utilizzato politicamente per sopprimere cittadini dalle liste elettorali.

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Stati Uniti. A novembre un salto nel voto ultima modifica: 2020-04-17T16:34:55+02:00 da MARCO MICHIELI

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