L’insicurezza di Xi, dietro l’attacco a Hong Kong

Il rallentamento economico, la crisi nei rapporti con gli Stati Uniti, il Covid-19, la rivolta nell’ex colonia britannica. Indizi che indicano la crescente incertezza che regna a Pechino. E i rischi che corre il numero uno del Pcc, oggi l’uomo solo al comando.
scritto da BENIAMINO NATALE
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Sabato 18 aprile, incurante del weekend e della crisi del Covid-19, la polizia di Hong Kong – che ormai è il vero governo del territorio – ha arrestato quindici persone accusandole di aver promosso l’anno scorso delle “proteste illegali”. Non si tratta di persone qualunque ma di veterani e di protagonisti della politica e della vita civile del territorio: tra di loro ci sono Martin Lee (81 anni), avvocato e uno dei protagonisti della battaglia per la democrazia combattuta oltre vent’anni fa al momento dell’handover, la consegna alla Cina dell’ex-colonia britannica; Jimmy Lai, fondatore della catena di negozi di abbigliamento Giordano e della casa editrice Next, che tra l’altro pubblica il popolare Apple Daily; Margaret Ng, anche lei avvocato e deputata per dodici anni al parlamento del territorio; Albert Ho, ex-deputato ed ex-leader del Partito democratico; il popolare deputato libertario Leung Kwok detto “lunghi capelli” per via della sua folta chioma.

Martin Lee è stato liberato su cauzione dopo alcune ore e ha dichiarato:

Sono sollevato… dopo mesi nei quali ho visto giovani che venivano arrestati e perseguitati mentre io ne ero fuori, in realtà mi sentivo in colpa… [ora] mi sento orgoglioso di camminare sulla strada verso la democrazia con questi straordinari giovani.

Martin Lee è considerato il padre della democrazia di Hong Kong, per aver contribuito a scrivere la costituzione dell’ex colonia britannica nel passaggio alla Cina.

Il sinologo Jerome Cohen ha affermato che si tratta di un “incredibile attacco” destinato a “riaccendere la guerra civile nel territorio”. Per Sophie Richardson, responsabile per la Cina di Human Rights Watch, gli arresti sono “un ulteriore chiodo nella bara di ‘un paese, due sistemi’, la teoria lanciata dal leader cinese Deng Xiaoping, al momento dell’handover. L’invenzione di “un paese, due sistemi”, quello democratico nell’ex-colonia britannica e quello autoritario in Cina, tranquillizzò gran parte della popolazione di Hong Kong e della comunità interanzionale, permettendo che il passaggio dei poteri avvenisse senza scosse.

Il giornalista del New York Times Austin Ramzy ha diffuso una dichiarazione di Lau Siu-kai, vicepresidente della China Association of Hong Kong and Macau Studies, un potente gruppo fiancheggiatore di Pechino, secondo il quale nel cosiddetto “quarto plenum” del comitato centrale comunista, che si è tenuto in novembre, è stata presa la decisione di riprendere a tutti i costi il controllo del territorio.

Dopo il quarto plenum – ha affermato Lau – Pechino è decisa a mettere fine al caos ad Hong Kong una volta per tutte.

Alexander Chipman Koty ha scritto su China Briefings che, secondo alcune voci, il “quarto plenum” è stato più volte rimandato a causa di

[…] una spaccatura nella dirigenza sul modo in cui gestire la crisi nei rapporti con gli Stati Uniti, le dimostrazioni a Hong Kong, e il rallentamento dell’economia.

Nel primo trimestre del 2020, infatti, l’economia ha segnato una contrazione del 6,8 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Una cosa impensabile fino a pochi anni fa. Quelli che, come me, hanno seguito negli ultimi decenni la Cina, ricorderanno i tempi nei quali si diceva che l’economia del “Dragone” aveva superato il normale andamento ciclico, che aveva trovato il segreto di una crescita continua e senza frenate: il capital-comunismo cinese aveva fatto il miracolo per tanti decenni atteso da industriali, finanzieri ed economisti di tutto il mondo. Ora è chiaro che era un’illusione.

Xi Jinping ha concentrato nella sua persona poteri straordinari, portando molti commentatori ad affermare che si tratta del “leader cinese più potente dopo Mao Zedong”, il fondatore della Repubblica Popolare. Si tratta di un errore, di una facile ma fuorviante semplificazione dei fatti: in realtà Deng Xiaoping, il leader che volle l’apertura del mercato, ma che decise di salvaguardare il potere del partito a prezzo della vita di migliaia di cittadini uccisi a piazza Tiananmen e dintorni nel 1989, era molto più potente di lui. Nonostante la carica più alta che abbia ricoperto sia quella di presidente della commissione militare centrale (durante la sua trionfale visita negli Stati Uniti, nel 1979, formalmente era vice-primo ministro). Né in Cina né fuori Xi Jinping è mai stato tanto popolare quanto lo fu – almeno fino al massacro di piazza Tiananmen – Deng Xiaoping. Nessun complotto avrebbe potuto rovesciare Deng, mentre la stessa cosa non si può assolutamente dire di Xi. 

Alcuni degli arrestati. Dall’alto a sinistra: Martin Lee, Jimmy Lai, Albert Ho, Raphael Wong, Au Nok Hin, Lee Cheuk Yan, Leung Kwok Hung, Jimmy Sham.

È vero che l’attuale “numero uno” ha messo fine al periodo della leadership collettiva – che era stata messa in piedi per evitare eccessi come la Rivoluzione Culturale di Mao Zedong – e ha accentrato il potere nelle sue mani. L’ha fatto sfruttando la lotta alla corruzione per liberarsi di molti scomodi avversari, creando una serie di “comitati” che si occupano dei vari problemi e che rispondono direttamente a lui, e infine abolendo la regola alla base del concetto di leadership collettiva, cioè il limite di due mandati per il numero uno del regime, il segretario del partito/capo delle forze armate/presidente della Repubblica.

È tutt’altro che sicuro che questo gli basterà a rimanere in sella a tempo indeterminato. La dinamica interna al Partito comunista cinese è avvolta in una nebbia di mistero che nessuno finora è riuscito a penetrare (a parte gli autori delle Tiananmen Papers, cioè i verbali delle riunioni nelle quali, nei primi mesi del 1989, i dirigenti comunisti decisero l’intervento militare che sfociò nel massacro). 

Non c’è altra strada che basarsi sugli indizi e provare a interpretarli. Negli ultimi mesi, gli indizi che Xi non abbia il pieno controllo della situazione – a dispetto di quello che la martellante propaganda dei suoi uomini vorrebbe indurci a credere – si sono moltiplicati. 

Primo indizio: il 27 gennaio, quattro giorni dopo che Xi aveva annunciato la fine dell’omertà e la mobilitazione per contenere il coronavirus, non fu lui a recarsi in visita a Wuhan, epicentro dell’epidemia, ma il suo collaboratore/avversario Li Keqiang, il primo ministro legato all ex-presidente Hu Jintao. Lo stesso Xi, nel frattempo, era scomparso. Non è la prima volta che Xi Jinping usa la tattica della “sparizione” per regolare i conti con i suoi avversari, per mettere tutta la dirigenza di fronte al dilemma: “Ok, fate senza di me e vediamo cosa succede…”. Nel 2012, quando doveva ancora essere eletto “numero uno”, Xi usò con successo la stessa tattica. 

Secondo indizio: sul South China Morning Post di Hong Kong, di proprietà dell’imprenditore Jack Ma, uno degli “uomini d’ oro” che fiancheggiano il Partito comunista cinese, sono apparsi articoli critici verso la leadership, in uno dei quali viene addirittura esaltata la figura di Liu Xiaobo, il premio Nobel critico del regime lasciato morire in carcere. 

Terzo indizio: due importanti diplomatici, il portavoce del ministero degli esteri Zhao Lijian (il “falco” che ha tirato fuori la storia dei militari americani in vacanza che avrebbero portato il coronavirus a Wuhan) e l’ambasciatore negli Stati Uniti Cui Tiankai, si sono scontrati in pubblico quando Cui ha definito “pericolose” le tesi del suo collega.

L’attacco portato al cuore della società aperta di Hong Kong è un ulteriore indizio che indica la crescente insicurezza che regna a Pechino.

Rallentamento economico senza precedenti, crisi epocale nei rapporti con gli Stati Uniti (che la maggioranza dei cinesi spera che siano buoni dato che li considera, a ragione, una delle basi dello sviluppo economico degli ultimi decenni), coronavirus, rivolta a Hong Kong… A questi guai bisogna aggiungere la crescita, anche questa senza precedenti, della credibilità delle forze indipendentiste di Taiwan, sia sull’isola che all’estero, e il relativo successo della campagna internazionale contro la repressione degli uighuri nel Xinjiang: complessivamente, la situazione è tutt’altro che rosea per il leader cinese. 

Xi è oggi un “uomo solo al comando”. La forza insita in questa posizione può facilmente tramutarsi in debolezza: se c’è un solo leader indiscusso chi altri, se non lui, può essere indicato come il primo e forse unico responsabile dei disastri che si stanno verificando e di quelli che potrebbero verificarsi nel prossimo futuro?

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L’insicurezza di Xi, dietro l’attacco a Hong Kong ultima modifica: 2020-04-20T10:53:46+02:00 da BENIAMINO NATALE

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