E il virus dell’“inglesorum” colpì la lingua di Dante

Tra le varie ferite inferte dal Covid-19 al nostro paese c’è anche quella che ha per vittima l’italiano, infarcito di termini ed espressioni inglesi, anche se il nostro vocabolario è ricco dei vocaboli più appropriati e più accessibili al grosso del pubblico.
scritto da SILVIO TESTA
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Tra le varie ferite inferte dal Covid-19 al nostro paese c’è anche quella che ha per vittima la lingua, anche se essa più che al virus va attribuita alla sciatteria e al provincialismo della maggior parte dei commentatori e soprattutto dei giornalisti, che non datano certo da oggi. Isolamento, confinamento, segregazione, e poi volendo blocco, chiusura, quarantena, separazione: ne ha di parole l’italiano per definire i provvedimenti sanitari che tendono a prevenire il diffondersi di un contagio, ciascuna con diverse sfumature e una lunga storia che spesse volte coincide con la storia stessa della tecnica messa in atto.

Lazzaretto deriva dal nome dell’isola veneziana Santa Maria di Nazareth, dove fin dal 1403 si cominciarono a sperimentare forme di prevenzione del contagio della peste, appunto con l’isolamento delle persone e la verifica delle merci, per un periodo prima indefinito e poi di una quarantina di giorni, che in dialetto veneziano si dice quarantena. Però oggi tutti dicono lockdown, ed è doppiamente curioso perché se l’Italia è stato il primo paese a importare la pandemia dalla Cina e a prendere stringenti provvedimenti di isolamento e di confinamento sociale, in un certo senso sarebbe da aspettarsi che fossero stati gli altri paesi, nei quali più tardi si è diffusa l’epidemia e sono state adottate le stesse profilassi, a importarne anche le definizioni. Invece…

Con pervicace ottusità, quando nel pieno di un’emergenza si dovrebbe comunicare con il massimo di chiarezza perché tutti, comprese le fasce meno acculturate della società, capiscano la situazione e adottino i comportamenti opportuni, diverse testate giornalistiche e televisive usano social distancing per distanza fisica o personale; mentre per fortuna sono pochi, ma purtroppo non del tutto assenti, coloro che parlano di droplets per l’aerosol o meglio, parlando come si mangia, per le goccioline respiratorie, possibili vettori del virus.

La chiusura di fabbriche e uffici ha naturalmente imposto lo smart working, che altro non sarebbe che il lavoro agile, o il telelavoro, o il lavoro da casa, il che comporta, però, dicono i bene informati, di valutare attentamente il work – life balance, cioè il bilanciamento (ma va?) tra tempo di vita e tempo di lavoro. 

Spesse volte è la politica a utilizzare inutilmente termini inglesi (ricordate election day per giornata elettorale o stepchild adoption per adozione del configlio o del figliastro, o jobs act per diritto del lavoro, o voluntary disclosure per collaborazione volontaria?) ma bisogna dire che questa volta il governo si è trattenuto, anche se poi ci hanno pensato i colleghi giornalisti a colmare la gravissima lacuna.

Prendiamo Immuni, l’applicazione individuata per scoprire il percorso dei contagi: a cosa serve esattamente? Ma per il contact tracing, naturalmente, che altro non sarebbe che la tracciatura dei contatti avuti da un infetto. Il download non sarà un problema, cioè scaricheremo gratis e solo volontariamente sul telefonino l’applicazione scelta dalla task force del Governo, cioè dall’apposita unità operativa, o di pronto intervento, o dal gruppo di lavoro che dir si voglia, anche se ovviamente vi saranno problemi di privacy, cioè di riservatezza, soprattutto quando si tratterà di identificare chi dovrà premere il trigger, cioè il grilletto, per inviare gli alert, cioè gli allerta, gli allarmi, gli avvisi alle persone a rischio.

Questo paragrafo è una vera apoteosi, tratto praticamente da pochi articoli pubblicati su prestigiose testate nazionali, di cui taccio gli autori per carità di patria, ma mi domando come sia possibile che colleghi professionisti giungano a questi parossismi senza porsi la benché minima domanda. Il caso del “trigger” è davvero paradossale e forse svela l’arcano, perché dopo averlo scritto il giornalista deve aver avuto un barlume di resipiscenza, tanto da aver sentito il bisogno di tradurre tra parentesi il termine. Non ha però avuto la forza di cancellarlo e di lasciare la sola chiarissima parola italiana, tanta è la capacità attrattiva non tanto dell’inglese quanto della succube esterofilia.

C’è da chiedersi perché, dato che questo fenomeno, aggravato nell’epoca del coronavirus, imperversa da tempo nel mondo dei comunicatori, che diffondono col loro encefalogramma piatto runner per corridori, biker per ciclisti, trekking per escursionismo, location per ambientazione, e via anglicizzando, mentre non c’è pubblicità che non finisca con un motto inglese (cioè slogan…) od operazione di polizia o di carabinieri che non abbia un titolo angloamericano, per non parlare delle azioni militari. Evidentemente Cia, Fbi, Scotland Yard, Marines e Delta Force hanno più fascino delle nostre Forze dell’Ordine o dei nostri Lagunari.

Perfino la Mostra del Cinema di Venezia, la prima e la più antica al mondo, ha sostituito il tappeto rosso, che pure tra i modi di dire italiani ha una storia secolare, con un red carpet, che ovviamente dovrebbe essere molto più sgargiante. O almeno lo crede chi lo scrive.

Il punto è qui: in chi lancia i termini inglesi c’è secondo me il tentativo di nobilitare i provvedimenti che da quei termini sono definiti, evocando quelli analoghi di nazioni che sono ritenute migliori e più efficienti. Misure che sotto sotto i proponenti stessi giudicano fragili, insoddisfacenti, frutto di estenuanti compromessi, ma che si crede di propinare meglio alla popolazione indorando la pillola con la lingua straniera.

È la logica dell’imbonitore, del venditore di pentole, che fa leva sul diffuso senso d’inferiorità di noi italiani, e che mira più a confondere e a parlare alla pancia che non a convincere con i buoni argomenti. L’inutile inglese di oggi altro non è che il “latinorum” di don Abbondio, usato per confondere le idee al povero Renzo Tramaglino. Ma la cosa che più dovrebbe far riflettere è come di questa pratica un poco truffaldina, e purtroppo usuale per noi italiani, la vera cinghia di trasmissione, sciatta e spensierata, siano i giornalisti.

Ma come? Non eravamo i cani da guardia del potere? 

E il virus dell’“inglesorum” colpì la lingua di Dante ultima modifica: 2020-04-27T17:11:28+02:00 da SILVIO TESTA

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1 commento

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giovanni pascoli 29 Aprile 2020 a 11:30

Come sempre l’amico e collega Silvio Testa , con puntiglio e rigorosità, mette alla luce delle storture. Anch’io son d’accordo con l’imbarbarimento della lingua italiana. Ma si fa a pezzi anche il latino. Come sempre un grande affetto a Silvio. Ovviamente rilancio questo pezzo.

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