Tra l’epidemia e la cura. Il piano di Conte e il conto di chi dissente

FRANCO AVICOLLI
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La reazione ai provvedimenti indicati dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte per la ripresa di una qualche normalità è alquanto critica ed è così diffusa, da far pensare ad una grande confusione sotto il cielo d’Italia. E tuttavia, una riflessione più attenta mostra che l’ampiezza delle critiche corrisponde solo alla varietà dell’unica sostanza di un ritorno senza troppi danni all’antico. Il che non annuncia nulla di buono, ma riporta invece all’antico detto per il quale mala tempora currunt, senza tralasciare il sed peiora parantur.

Il peso della malattia e la necessità della cura 

Di fatto, il “ritorno alla normalità” deve necessariamente fare i conti con due categorie o valori di riferimento che da una parte collocano il peso della malattia e dall’altra la necessità della cura. E ciò perché, ora e in un futuro che non si prospetta breve, l’evento epidemico non può trovare una solida soluzione se viene circoscritto al fenomeno in sé e non collocato in una catena che, anello per anello, riporti con attendibile chiarezza alla “normalità” cui si intende arrivare. 

Orbene, le critiche alle disposizioni annunciate da Conte vanno dalla scomposta sguaiatezza del “fateci uscire, fateci lavorare, fateci guadagnare” del capopopolo Matteo Salvini, all’alto senso della democrazia che insolitamente riunisce l’altro Matteo con Giorgia Meloni in una comune preoccupazione per la democrazia parlamentare e la Costituzione. E passano per i distinguo degli amici e le grida di dolore delle associazioni di categoria e perfino dei vescovi della Cei che, malgrado il richiamo di Papa Francesco al bene comune, censurano la “libertà di culto” che i provvedimenti annunciati da Conte impedirebbero. 

Il dato pone una prima domanda: ma è mai possibile che il presidente del Consiglio dei ministri sia così ingenuo da non aver previsto una tale quantità e varietà di critiche? Ammettendo tale l’ingenuità, non si può però pensare che Conte non abbia tenuto conto dei suggerimenti degli esperti o che abbia deciso contro di loro. 

È quindi possibile supporre che Conte si sia ispirato a un “sano e ragionevole buon senso”, valutando che la gravità della situazione richieda prudenza. La posizione è indubbiamente debole perché suona di attendismo e le critiche lo evidenziano. Conosciamo la qualità della politica e dei politici in campo e non vorrei risultare difensore dell’operato di Conte. Tuttavia, mi sento più vicino al suo metodo che alle critiche, più compatibili con il “peso della malattia”, mi pare, che con la “necessità della cura”. 

Non amo la dietrologia, ma è noto che in tempi di disastro c’è anche il fuggi fuggi del “si salvi chi può”. La situazione è eccezionale e incerta, come si sa, ed è alta la possibilità di confondere i problemi con le cause. Gli sciacalli, gli imbonitori e i demagoghi operano nella confusione e temono la chiarezza.

Nell’urgenza di liberarsi dell’acqua sporca, si può anche non notare il bambino. Ebbene, c’è chi teme di uscire ridimensionato o anche con le ossa rotte da questa situazione. E c’è un rilevante malloppo di una inusitata disponibilità finanziaria che, fra l’altro, può essere usato con una libertà di movimento e di azione così straordinari da prefigurare una modificazione epocale dei rapporti di forza e dei sistemi di convivenza. È chiaro che una posizione verso i problemi ispirata dal buon senso è disarmata e debole rispetto a chi teme di perdere status e posizioni o addirittura sparire dalla scena. Perché lo scontro è fra concezioni del mondo e queste dettano la metodologia con cui affrontare i problemi che deciderà la qualità dell’esito. 

Ritorno a quale normalità?

Non si può permettere che il Covid-19 si usi per farci dimenticare che continuiamo a vivere in un mondo in cui sono in corso più di trecento guerre, in cui l’uno per cento della popolazione mondiale dispone della stessa ricchezza dell’altro novantanove per cento, in cui ci sono enormi masse di popolazione in cerca di cibo.

Nel 2019 i problemi del clima e dell’ambiente sono stati al centro dell’attenzione mondiale. La giovane Greta Thunberg per un verso e la salute della selva amazzonica, gli incendi in California e in Australia per l’altro, sono state le icone dominanti della scena politica e delle preoccupazioni di istituzioni e del mondo.

E per rimanere in ambiente veneziano, dove collocare l’acqua alta dello scorso novembre, le grandi navi e il turismo di massa asfissiante, nella categoria – o valore – del peso della malattia o della necessità della cura? 

È utile ricordare che il tanto sventolato lavoro in sicurezza che dovrebbe esorcizzare la paura del ritorno alla normalità si verificherà in un paese dove i morti sul lavoro del 2019 sono stati 997, poco meno dei 1.133 dell’anno precedente. Dove le denunce di infortunio dell’anno in questione sono quasi seicentomila con l’aggiunta di 56.556 casi di malattia professionale per varie patologie.

Come sarà il ritorno alla “normalità” senza rafforzare seriamente la sicurezza sul lavoro e senza mettere mano al lavoro nero? L’economia illegale è chiaramente interessata a mantenere lo status quo ante e farà sicuramente ricorso al malcontento di quest’ampia fascia sociale di una manovalanza senza nessun tipo di protezione sociale e perciò potenziale forza della demagogia politica e della delinquenza organizzata.

Si parla di un ritorno alla normalità come se il coronavirus non avesse chiarito che il sistema sanitario non è in grado di contenere l’evento epidemico che, in caso di recrudescenza o di ritorno, provocherebbe un’ulteriore caduta e un possibile collasso generale, come paventa il mondo scientifico. 

In tale contesto, si fa più chiara l’alternanza tra malattia e cura che nella catena esplicativa diventano produzione e salute. Ma qual è mai il bene generale? Nessuno intende sottovalutare il “rischio del vivere”, ma in questo sedicente stato di guerra c’è la stranezza del contributo eroico di un fronte costituito da truppe di anziani chiamate a pagare il prezzo più alto della vita. Si tratta di una popolazione esterna ai cicli produttivi anche se funzionale al consumo e, purtroppo, agli interessi che ruotano attorno alla malattia. 

E non può sfuggire il senso della vita di un mondo dominato dalle regole dell’economia. Perché la modalità aleatoria che configura la malattia e la cura come categoria o valore, caratterizza la cultura dominante che, in virtù del ruolo decisivo dell’interesse economico cosiddetto generale, unifica la vita e il lavoro in una precarietà come parte del “rischio del vivere” e non del sistema. Qual è la cultura che spinge per un ritorno alla normalità, quando è ben evidente che essa ha lasciato al coronavirus una prateria dove ha potuto cancellare i rapporti sociali, gli affetti, la festa e perfino la sacralità dell’ultimo saluto? 

Venezia

In chiave locale, pare proprio che il coronavirus non sia stato sufficiente per rimarcare la debolezza della monocultura turistica e l’uso improprio del grande valore del patrimonio artistico e culturale della città. Il sindaco Brugnaro non si discosta di molto dal grido di dolore di Salvini e il candidato Baretta non pare mostrare uno scenario diverso da quello problematico del clima che precede l’epidemia. Ambedue considerano il turismo in una prospettiva gestionale in cui non trovano posto né la problematicità del turismo di massa, né la crisi residenziale, per non dire della salute della laguna. Per quanto riguarda Andrea Martini, sarebbe necessario costruire un programma che non si esaurisca nelle criticità, ma indichi almeno qualche soluzione operativa. Come conciliare il destino del porto e quello della laguna? In quale progetto di città è possibile configurare il turismo?

Ma sul tappeto c’è una questione incombente da affrontare: la dimensione del sistema dei trasporti e della raccolta dei rifiuti che diventerà problematica con la crisi del turismo. Potrebbe essere un buon momento per ripensare il sistema di trasporto di persone e cose e del movimento in città e in laguna, includendo l’accessibilità. Il sindaco in carica pare che abbia l’unica preoccupazione di far sapere che c’è e nulla dicono i candidati.

È proprio il caso di ribadire: mala tempora currunt sed peiora parantur, a meno che non appaia qualcuno capace di riunire i soggetti politici, economici e sociali di Venezia attorno a un tavolo per giungere a un Patto per Venezia che nasca dai veri problemi della città e non da interessi di parte che, alla luce del coronavirus, non hanno futuro e vanno ricollocati in un nuovo orizzonte di Venezia e della sua laguna.

Tra l’epidemia e la cura. Il piano di Conte e il conto di chi dissente ultima modifica: 2020-04-28T20:43:20+02:00 da FRANCO AVICOLLI

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4 commenti

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Alessandro Cabianca 29 Aprile 2020 a 13:23

A tutti quelli che gridavano: “Chiudere tutto” e dopo qualche ora: “Aprire tutto” e a orari alterni riproporre le stesse quattro parole chiedo la cortesia di pensare e poi, magari tacere.

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Angelo Giacomazzi 29 Aprile 2020 a 16:34

Concordo in tutto

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Angelo Giacomazzi 29 Aprile 2020 a 16:35

Concordo

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gabriella bortolozzo 29 Aprile 2020 a 16:44

Complimenti per l’analisi da Lei fatta che io condivido in particolar modo su Salvini e Meloni pechè ritengo che siano molto al di fuori
di quanto il loro ruolo politico permette .

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