Il ghetto di Roma nei giorni della pandemia

Il rione nel cuore della capitale ha vissuto tante vicende nel corso della sua lunga storia, molte dolorose e tragiche. Oggi è alle prese con un’emergenza senza precedenti. Ne parliamo con uno dei protagonisti ”storici” della comunità.
scritto da BARBARA MARENGO
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Per tutti è Pallino, anzi, zi’ Pallino: Roberto Calò è la memoria storica del Ghetto di Roma, dall’alto dei suoi 88 anni. E ne ha vissute tante, da quella via della Reginella che l’ha visto nascere, fuggire ai fascisti durante le leggi razziali, ai nazisti durante il rastrellamento del 16 ottobre 1943, e poi il bombardamento di San Lorenzo nell’agosto del ’43, la deportazione del padre ad Auschwitz, l’arresto del fratello maggiore, il ritorno a casa dopo la fuga in collina, il matrimonio con Graziella, la nascita dei tre figli…

Calò, alias Pallino, sempre elegante e cortese, è responsabile e cerimoniere del Tempio di Roma, la Sinagoga costruita nel 1896 tra Lungotevere e Portico di Ottavia, a un passo dall’Isola Tiberina e da Trastevere.

Zi’ Pallino parla dall’alto delle sue esperienze di vita anche di questa emergenza, l’epidemia che coinvolge la vita del Ghetto come di tutta Italia. 

Uno scorcio del ghetto di Roma nei giorni di Covid-19

Dal 1555 la comunità ebraica di Roma (la famiglia di Calò è registrata qui da quattrocento anni mentre i più “anziani” ebrei romani sono in città dalla distruzione del Tempio di Gerusalemme nel 70 d.C. e anche prima) vive nel rione Sant’Angelo – e non solo – nella zona che era occupata in età romana dal Circus Flaminius, dal Teatro di Marcello ancora esistente, dal Portico di Ottavia sorella di Augusto: una storia che si legge sui muri antichi delle case, un piccolo mondo solitamente molto vivace, con la scuola, i negozi, i numerosissimi e allegri ristoranti, turisti e romani.

Oggi tutto è deserto, e i pochi abitanti si incontrano nei vicoli dove per fortuna esiste ancora una rete di “negozi di vicinato”, ossia botteghe come fruttivendolo, panettiere, macellaio, alimentari kosher, a portata di mano e fraternamente aperti.


Roberto Calò vive queste lunghe giornate con la moglie, in casa, salutato da tutti dalla finestra, in un quartiere dove normalmente si passa la giornata all’aperto, tra le panchine spostate al sole o le sedie che animano le stradine. Via della Reginella, che unisce piazza Mattei al Portico d’Ottavia, è strada pedonale di solito animatissima, dove esisteva uno dei cancelli che fino al 1870 chiudeva il perimetro del ghetto dal tramonto all’alba. I varchi di accesso in origine erano tre, ma con l’aumento della popolazione residente divennero otto: uno di questi cancelli era all’inizio della strada verso Piazza Mattei. 

Riallacciamo con zi’ Pallino la storia passata e recente del microcosmo del quartiere sant’Angelo, dalle leggi razziali all’epidemia da Covid-19 di questi mesi.

Eravamo dieci figli, mio padre aveva un negozio di antiquariato, gli venne tolta la licenza e dovette chiudere: fu mandato a lavorare ai marciapiedi del Tevere, prima della sua deportazione, visto che doveva mantenere la famiglia.

Il padre con il figlio maggiore (17 anni) furono arrestati e il padre finì ad Auschwitz.

Nel 1938 noi ebrei fummo cacciati da tutte le scuole, le università… anche mio fratello che era del 1927 lasciò le scuole superiori, e nel ’44 fu arrestato per una spiata fascista e fu portato a Regina Coeli, assieme a una zia con i suoi quattro figli. Questo avveniva il 22 di marzo del ’44, il 23 avvenne l’attentato di via Rasella e anche il padre di quella che sarebbe diventata mia moglie fu arrestato e ucciso alle Fosse Ardeatine. Durante il bombardamento di San Lorenzo fui ferito e mio fratello mi trasportò all’ospedale san Giovanni perché mi si strappò un calcagno – un tendine del tallone, noi a Roma diciamo calcagno! – e mi fu cucito con lo spago. Poi da Talocci, paese vicino a Fara Sabina dove eravamo sfollati, dovevo andare a fare le medicazioni – ancora zoppico un po’ – e due volte a settimana in bicicletta mio fratello mi portava al Policlinico: non era più possibile andare al San Giovanni dove ero registrato con il mio nome ebraico.

Dovevo dare un nome falso. Mio fratello fino a che ha potuto mi ha portato a curarmi, poi è stato arrestato con zia e quattro cugini: solo mio fratello e un cugino sono tornati… Mio cugino è deceduto recentemente, un mese prima di Alberto Terracina con il quale andava nelle scuole a parlare di tutto quello che era successo… a differenza di mio padre, che non volle mai raccontare niente di quello che aveva visto ad Auschwitz. Era un uomo che pesava novanta chili e al suo ritorno ne pesava 33 dopo tre mesi di ospedale in Germania sotto il controllo americano… Era angosciato e cercava i figli e la moglie, sapendo che il maggiore era stato deportato…

Da sinistra ci venivano i fascisti, da destra i nazisti, dal cielo ci bombardavano gli americani…

Quando finalmente la famiglia Calò potè rientrare a Roma, arrivarono con i dieci figli su un ”carriolo”, un carretto tirato da un cavallo di nome Pallino, forse da qui deriva il soprannome di Roberto.

Questa del soprannome è un’usanza abituale in questa zona: il padre di zi’ Pallino era conosciuto come Cuccio, e la madre era Betta. Nonostante i dieci figli, la tavola della famiglia ospitava sempre amici e ragazzi: per questo Betta fu particolarmente amata e da pochi mesi una targa la ricorda come la più bella della Reginella.

Il ghetto di Roma nei giorni della pandemia ultima modifica: 2020-05-04T14:26:15+02:00 da BARBARA MARENGO

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