Bartali 1914-2000. Ginettaccio e l’Italia da rifare

Il ventesimo anniversario della scomparsa del grande campione cade proprio in un momento storico nel quale la sua celebre battuta “l’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare“ è più attuale che mai.
ROBERTO BERTONI
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Sembra incredibile che il ventesimo anniversario della scomparsa di Gino Bartali cada proprio in un momento storico nel quale la sua celebre battuta “l’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare“ è più attuale che mai. Gli rende omaggio un paese fragile, fiaccato dal coronavirus e da una crisi economica che, se prima mordeva, adesso appare per molti davvero insostenibile. Gli rende omaggio un’Italia stanca, in qualche caso affamata, in cui si rischia la rottura di un tessuto sociale già prima in grandissimo affanno e con ben poche speranze per il futuro. Un clima da dopoguerra, non dissimile da quello in cui Bartali tornò a correre nel ’46, quando vinse il Giro all’età di trentadue anni, scacciando i fantasmi e le amare previsioni di chi lo considerava ormai finito. 

Fa impressione che in questi giorni non si parli della corsa rosa, nella stagione ad essa consacrata dal 1909, quando vinse Luigi Ganna in un contesto pionieristico. Sarebbe dovuta cominciare sabato ma non c’è stato niente da fare: il morbo ha fermato anche la carovana che da oltre un secolo caratterizza l’arrivo della bella stagione, la corsa a tappe più avvincente forse dello stesso Tour de France, il mito che hanno voluto seguire e raccontare alcuni dei più grandi giornalisti di tutti i tempi, compresi Biagi e Montanelli. 

Ginettaccio, dal canto suo, è stato molto più che un ciclista. Potremmo definirlo “un cuore in fuga”, seguendo l’indicazione del compianto Oliviero Beha. Ed è bene non dimenticare che è stato proclamato Giusto tra le nazioni per via del suo impegno in favore degli ebrei, cui durante l’occupazione nazista fornì passaporti falsi che nascondeva nella canna della bicicletta mentre sfidava gli Appennini per portare a compimento delle missioni umanitarie mascherate da allenamenti.

Non ci dimentichiamo neanche del suo impegno politico, lui profondamente cattolico e, a quanto pare, sollecitato proprio da De Gasperi a vincere al Tour nei giorni tragici dell’attentato a Togliatti, quando il paese sembrava sull’orlo di una guerra civile. L’impresa fu ai limiti dell’impossibile, anche perché l’avversario si chiamava Bobet, un fuoriclasse francese di undici anni più giovane rispetto al trentaquattrenne Bartali, ma nonostante tutto gli fosse contro, a cominciare dal clima tremendo che circondava gli italiani, riuscì a conquistare una vittoria insperata e, probabilmente, irripetibile, tanta fu l’epica, il pathos, la grandezza di quella Cannes-Briançon che ancora oggi viene narrata, a ragione, come una pagina di epica dello sport. 

Ginettaccio se n’è andato a ottantacinque anni, con il suo carattere schivo, burbero, a tratti persino ombroso, con il suo cuore grande, la sua smisurata passione civile e il suo amore per il prossimo. Se n’è andato da buon cristiano, dopo aver attraversato gli anni più bui del Ventesimo secolo e aver vissuto una rivalità, umana e sportiva, con Coppi che è passata, a sua volta, alla storia. I due, come hanno saggiamente notato gli osservatori più acuti, sono stati certamente acerrimi rivali ma, al tempo stesso, amici leali: basti ricordare il sostegno che Bartali garantì a Coppi al Tour del ’49, quando capì che quest’ultimo era ormai più forte, l’episodio della borraccia e il fatto che Ginettaccio assoldò Fausto nella sua squadra negli anni in cui il Campionissimo era stato travolto dalle vicende sentimentali con la Dama bianca e dagli innumerevoli pregiudizi che regnavano sovrani nell’Italia bigotta del tempo. 

Scrisse di lui Orio Vergani:

Caro Gino, sono quasi le otto di sera. Non ci sono telefoni ad aspettarmi, non c’è ordine di arrivo da controllare, non c’è folla sotto alle finestre. Vedo strade, sole, pioggia, pioggia, montagne, neve e fango e in mezzo il colore incancellabile della tua maglia gialla. Il Giro è vicino, il Tour non è lontano. Sembrerà strano alla mia vecchia stilografica, dopo tanti articoli dei quali sei stato protagonista, di non scrivere più il tuo nome, adesso che non corri più. Certe volte, lo so, si incanterà il pennino. Mormorerò, lo so, lo so, vecchia penna: “Pensi a Gino”.

Fu il giusto tributo al ritiro di un campione che seppe essere immenso ovunque: in sella alla bicicletta e, ancor più, nella vita di tutti i giorni. 

Gino Bartali, l’intramontabile, capace di vincere in pianura e in montagna, in discesa e in salita, di essere il capitano e il più umile dei gregari, forte della sua fragilità, fragile nell’ora del successo e dell’addio, con in testa il ricordo straziante del fratello Giulio, morto durante una corsa investito da una Balilla nera sbucata all’improvviso. 

Ginettaccio, vent’anni fa. Ci manca il suo spirito guerriero, in questa povera Italia che è davvero tutta da rifare.

Il grande filmmaker newyorkese Oren Jacoby ha realizzato nel 2014 un bellissimo documentario in cui spicca la figura di Gino Bartali, DON’T TALK ABOUT IT. Italy’s Secret Heroes, riportando alla luce la parte per tanto tempo meno conosciuta della vita del campione, il salvataggio di tanti ebrei italiani durante la seconda guerra mondiale.
Il documentario può essere acquistato su Amazon. Qui di seguito il trailer.

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Bartali 1914-2000. Ginettaccio e l’Italia da rifare ultima modifica: 2020-05-05T19:21:38+02:00 da ROBERTO BERTONI

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