PLANET 2020

Un atto di denuncia non senza speranza, il segnale lanciato da Pier Luigi Olivi, poeta e artista che vive defilato e che interviene solo quando risulta opportuno, cercando e trovando compagni di viaggio forti e sintetici a un tempo.
scritto da CARLO MONTANARO
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Non riesce a impaurire nemmeno nell’atmosfera artificiosamente mortifera di Porta a porta la rappresentazione della molecola pandemica. Appare come un caramella dai colori sgargianti da succhiare, come una pallina gommosa con l’aggiunta di protuberanze atte a falsare il rimbalzo in un giocone per gatti, come un elemento geometricamente regolare e decorativo, passando come grafica o come scenografia, da un tg all’altro, da un approfondimento più o meno terroristico, ad un pronostico più o meno ottimistico, ma stranamente non disturba quanto la percezione di quello che effettivamente rappresenta: l’immagine del virus potenzialmente mortale.

Un elemento nella realtà infinitesimale come i miliardi di cui siamo composti e che ci caratterizzano, insieme agli altrettanti che proliferano in ogni dove, amorfo o vivente, che brulicano in quello che maneggiamo, che mangiamo e che ci permettono di digerire, di procreare, di guarire dagli elementi estranei che attentano al nostro equilibrio psicofisico, ma anche di riattivare, volendo, il ciclo biologico della vita (memento homo) quando questa viene a mancare.

È su questo elemento minimale, misterioso ma nel contempo mimetico, invisibile ma di tragica presenza nelle conseguenze che procura che si accentra, questa volta, l’interesse di un poeta e artista che vive defilato, che interviene solo quando risulta opportuno, cercando e trovando compagni di viaggio forti e sintetici ad un tempo: Pier Luigi Olivi.

Olivi particolarmente attento, negli ultimi anni, a cogliere i segni del profondo disagio che la minoranza più sensibile e avvertita dell’umanità prova di fronte all’insensata voglia di autodistruzione che colpisce, periodicamente e progressivamente, l’altra parte dell’umanità, quella che potrebbe decidere e non lo fa, quella che potrebbe iniziare a colmare le disuguaglianze sociali e non lo fa, quella che potrebbe ridurre gli scompensi allargando la possibilità del vivere e non lo fa, quella che lavora solo per tutelare e conservare, costi quel che costi, il potere di decidere di non decidere se non in modo autoreferenziale.

Scrive Francesca Ruth Brandes in PLANET 2020, integrandosi nell’ultimo lavoro di Pier Luigi Olivi:

Noi lo sapevamo già: maree umane a consumare il suolo ed i respiri, con quel troppo di innaturale, di forzato. Senza limiti, senza doveri, come se si fosse onnipotenti. Quasi il tempo fosse infinito, e la terra, e i cieli. Ci pervade uno stupefatto dolore, a cui si reagisce come si può, in modi scomposti o raggelati. Eppure, in fondo, si ha memoria dello stupore calmo e grato, dell’esserci in un giorno di acerba primavera; l’avere diritto ai primi raggi di sole, al fiorire dei sempre vivi al balcone.

Un atto quindi, alla fine, di denuncia non senza speranza, stavolta, il segnale lanciato da Olivi. Il nucleo del virus dalle curiose, perfino estrose e variopinte propaggini, che si rivela, come l’intero globo terracqueo, sempre più malato, come l’affamato predatore che si espande cercando altri mondi di cui nutrirsi trasmettendo, per esistere e replicarsi, il suo potere distruttivo. Ma dovrebbe prima completare il nostro annientamento, cosa che può diventare improbabile se non impossibile. Perché se

Una risposta non c’è – continua la Brandes – C’è una possibilità, e ciò deve bastare.

Non si tratta, insomma, come per il recente CARNIVAL, di stigmatizzare il consumismo indecente reso paradigmatico dall’uso becero del Carnevale veneziano che, scriveva nell’altro surreal-pamphlet di Olivi Tomaso Montanari:

Ci mostra cosa succede ad una città d’arte che vive solo di turismo predatorio che cresce fino ad espellere i residenti, a cancellare un’identità civile.

Allargando l’idea della citazione a personaggi come Che Guevara, Chico Mendes, Pier Paolo Pasolini e Papa Francesco, che poi fa penzolare impiccati nel luogo classico delle esecuzioni della Serenissima mentre, sotto, si celebra, in un ordine pericolosamente eccessivo, la cerimonia carnevalesca, in un collage che, diversamente da altri interventi precedenti con artisti come Luigi Gardenal, satireggia anche graficamente, rinforzando la forza polemica del segnale identificato e lanciato.

Aprendo, invece, PLANET 2020, l’elegante – come sempre – pieghevole che conserva e trasmette il nuovo segnale, impresso in trecento copie numerate e firmate dall’autore, prima di leggere l’intenso intervento di Francesca Brandes, ci si ritrova come nella capsula dell’astronauta, estasiato dalla visione, ad ogni orbita, dell’immagine straordinaria del mondo che galleggia nello spazio davanti ai suoi occhi. Ma che poi, ad un tratto, si accorge che qualcosa non va, che più di qualcosa – quei tentacoli multicolori protesi, l’ammalora, questo mondo, con ineluttabile progressione, dall’effetto serra, al consumo del territorio, all’eliminazione indiscriminata di specie animali, alla indiscriminata mancanza di rispetto per l’“altro”… Ma s’accorge anche che la sola percezione, il partecipare al disappunto, far vedere di sapere e non voltarsi dall’altra parte, è già avviarsi verso la possibile risoluzione. Chiudendo con Francesca Brandes:

E se ci riprovassimo? L’interrogativo si insinua come una lama di luce nel petto, un seme che preme per farsi pianta. Tentare ancora una volta, senza retorica, con tutta la nostra incredibile debolezza. In nome di ogni morto rimasto senza carezze, in nome dei nostri figli e del loro cielo.

PLANET 2020 ultima modifica: 2020-05-06T20:08:34+02:00 da CARLO MONTANARO

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