Covid e Latinamerica. Video-conversazione con Clerici, Avicolli e Garzia

scritto da CLAUDIO MADRICARDO

Di quanto sta accadendo in America Latina in relazione alla diffusione del coronavirus e di come i vari governi dell’area stiano reagendo si parla poco o nulla nel nostro paese. Sembra che tutta l’attenzione dei media e conseguentemente dell’opinione pubblica si concentri su quanto sta avvenendo negli Stati Uniti, colpiti al momento come nessun paese al mondo dal virus.

Delle probabili cause della diffusione del coronavirus in nord America si è a lungo parlato ed è opinione ormai comune che esse siano imputabili in gran parte alle oscillazioni negazioniste di Trump, che nel suo stile non ci ha risparmiato pure incredibili gaffe. E soprattutto alla mancanza di un vero sistema sanitario nazionale in grado di affrontare una seria crisi epidemica.

Eppure, oltre a presentare indubbie somiglianze con gli States per la mancanza di un sistema sanitario e non priva di gaffe, l’America Latina, con i suoi circa seicento milioni di abitanti, fosse solo se solo per il peso demografico, meriterebbe un’attenzione diversa da quella che solitamente siamo disposti a concederle. Tanto più che in essa convivono nazioni alle quali dovremmo anche sentirci particolarmente legati per la grande presenza di emigrati italiani. 

Parlo dell’Argentina, del Brasile, dell’Uruguay o del Venezuela. E di altri paesi, anche se in misura minore. Verso i quali avremmo quindi tutto l’interesse a sviluppare una grande attenzione, tesa a rinsaldare i profondi legami che ci uniscono. Forse è utopico pensare che l’Italia possa esercitare la stessa influenza esercitata dalla Spagna che in ciò è aiutata dalla lingua, la quale non a caso è ancora, nel bene e nel male, punto di riferimento. 

I suoi uomini politici, spesso ex primi ministri, sono al centro di complesse trattative in corso nelle aree di crisi, nelle molte aree di crisi di un subcontinente in ebollizione e in rapida trasformazione verso qualcosa di diverso da quello che abbiamo imparato a conoscere negli ultimi vent’anni. Sempre più scenario dello scontro globale tra Stati Uniti e Cina, e sempre meno laboratorio di quella che è stata la sinistra latinoamericana alla prova di governo, dopo la stagione delle feroci dittature. 

Anche nell’America Latina, come già in Europa, il Covid-19 è stato inizialmente vissuto come qualcosa di lontano, un virus che, nato in Asia, si stava espandendo in paesi come l’Italia, ma che di fondo pareva non preoccupare l’area latinoamericana. 

Una sottovalutazione che è stata una costante nella diffusione a livello mondiale, e che in America Latina ha condotto a trascurare le numerose occasioni di contagio. In primo luogo quella turistica, come è stato il caso di Cuba, infettata da vacanzieri italiani. E quella che potremmo definire neocoloniale, rappresentata dalle centinaia di colf e badanti latinoamericane tornate da Spagna e Italia per il periodo di festività natalizie. 

Sta di fatto che dal primo decesso, avvenuto il 7 marzo in Argentina, ai più di diciassettemila morti di oggi, i vari stati latinoamericani hanno reagito in ordine sparso. In una realtà in cui i sistemi sanitari sono, con rare eccezioni, praticamente inesistenti e la salute è un problema di disponibilità di denaro e di una assicurazione privata. 

Nel frattempo il contagio, pur ancora agli inizi, ha già consegnato al mondo le foto della città di Guayaquil in Ecuador con i cadaveri abbandonati per strada. O quelle delle fosse comuni della brasiliana Manaus. In quella Amazzonia in cui, a rischiare di più, fino alla totale estinzione, sono le tribù indigene messe in pericolo prima dalle deforestazioni dei governi che si sono succeduti, e ora dal virus. 

Nella condizione in cui versa tutta l’area, era fatale che dalle grandi metropoli alle città più piccole qualsiasi provvedimento di lockdown si scontrasse con una estesa economia informale, necessariamente “callejera”, l’unica fonte di sussistenza per i milioni di disperati. 

Per lo più impegnati a garantirsi la sopravvivenza quotidiana in strada, è altrettanto fatale che, una volta soggetti alle costrizioni della quarantena sovente in condizioni abitative precarie, abbiano fatto schizzare la violenza domestica e sessuale che è già una croce in condizioni normali a quelle latitudini.

Area geografica che scoppia di contraddizioni, dove abbondano gli imitatori di Donald Trump, come il negazionista brasiliano Bolsonaro. O le preoccupanti spinte neoautoritarie di un Nayid Bukele in El Salvador. Mentre per il coronavirus si rimandano le elezioni presidenziali boliviane e slitta l’importante referendum costituzionale cileno che dovrebbe archiviare una volta per tutte il pinochettismo, per quanto non ancora la sua famiglia, resuscitata dall’improvvida nomina della nipote del dittatore a ministra delle pari opportunità da parte di un incredibile Piñera.

Non mancano perfino i fuorilegge che si son fatti guardie, come nel caso dei narcos messicani che capeggiano la lotta al virus e puniscono chi disattende il confinamento. Tenendo in pugno vaste aree del paese, mentre López Obrador, nelle sue conferenze stampa mattutine, sembra sempre più descrivere un Messico ben lontano dalla realtà, e forse ormai solo nella sua testa. 

Di questi temi abbiamo discusso con un gruppo di collaboratori di ytali, ponendo domande a Griselda Clerici, collaboratrice anche di altre riviste su temi sudamericani. Sulla sua Argentina, innanzitutto. Alle prese con il virus e con il rischio dell’ennesimo fallimento per l’insormontabile debito, per il cui alleggerimento si è mosso a sostegno del governo Fernández un nutrito gruppo di economisti, tra cui figurano Stiglitz e Piketty. 

Con Aldo Garzia, ex corrispondente di Efe dall’Avana e firma storica de il manifesto, profondo conoscitore di Cuba su cui ha scritto alcuni libri. Grazie a Garzia, chi vorrà vedere i video potrà capire cosa ha fatto e cosa sta facendo la piccola Cuba per la salute di ventidue nazioni in cui i suoi medici sono presenti e spesso costituiscono l’unica organizzazione sanitaria. 

Per un imprevisto tecnico, la traccia audio di Franco Avicolli, altra firma di ytali, è risultata di scarsa qualità e, pertanto, con l’ex direttore degli Istituti Italiani di Cultura in Messico e Argentina e docente a Cuba, abbiamo registrato un video a parte, spaziando dal Messico a Cuba, e agli altri paesi latinoamericani. 

Il primo argomento affrontato è stata la diffusione del contagio in America Latina e le reazioni dei governi. Parlando, tra l’altro, dei casi di Messico, Argentina, Cuba e Brasile. 

Il secondo video è centrato sul sistema sanitario latinoamericano e sulla sua capacità di affrontare la crisi epidemica.

Essendo l’America Latina la regione al mondo con maggiori disuguaglianze sociali, il terzo video riguarda l’effetto del diffondersi del coronavirus.

Oggetto del quarto video è la situazione economica in un’area che prima dello scoppio dell’epidemia era prevista in crescita contenuta (+0,4 per cento). E che ora i dati della CEPAL danno mediamente in diminuzione del 5,3 per cento. Che situazione avremo alla fine del contagio? Possiamo prevedere degli effetti sulla situazione politica? 

Nel quinto video, non poteva mancare l’aspetto dei diritti civili e della violenza familiare e sessuale che colpisce venti milioni di donne e minori e che pare destinata a crescere. Che fine faranno i diritti umani? 

Infine, una conversazione a tutto campo con Franco Avicolli.

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Covid e Latinamerica. Video-conversazione con Clerici, Avicolli e Garzia ultima modifica: 2020-05-09T12:39:48+02:00 da CLAUDIO MADRICARDO

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