Neri, navajo, latinos. Covid-19 colpisce i più deboli

Il tasso di ospedalizzazione e di morte di africano-americani, ispanici e nativi americani è molto più alto che tra i bianchi. Condizioni sanitarie pregresse, scarso accesso a cure mediche e densità abitativa espongono le minoranze a maggiori rischi.
scritto da MARCO MICHIELI
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Negli Stati Uniti la pandemia di Covid-19 colpisce in particolare modo le minoranze. Africano-americani, latini e nativi americani non solo registrano tassi di ospedalizzazione e di morte più elevati rispetto al peso demografico nazionale. Ma stanno anche subendo i maggiori effetti dello shock economico e finanziario.

Qualche settimana fa il Centers for Disease Control and Prevention (Cdc) aveva pubblicato i dati preliminari sui casi di Covid-19 su base etnica e razziale. Pur con molte cautele, i ricercatori evidenziavano una differenza di proporzione nel numero di contagiati e di morti nelle minoranze razziali e etniche del paese. Il rapporto però sottolineava anche la mancanza di almeno il 78 per cento dei dati necessari per un’analisi più accurata.

Lo studio rilevava che su un campione di 580 pazienti ospedalizzati per Covid-19 i bianchi costituivano il 45 per cento, i neri il 33 per cento e gli ispanici l’8 per cento. Una differenza notevole rispetto alle proporzioni etniche e razziali degli stati considerati nel campionamento, dove i bianchi costituivano il 55 per cento della popolazione, i neri il 18 per cento e gli ispanici il 14 per cento.

Se la situazione più preoccupante è quella degli african-americans, quella degli ispanici varia da stato a stato. Ad esempio, nel caso di New York City e della California, c’è una notevole sproporzione tra il numero di latinos ospedalizzati e la loro presenza demografica sul territorio. A New York il tasso di morte tra gli African-American è di 92,3 su centomila persone, seguito dai Latinos (74,3) e poi bianchi (45,2) e asiatici (34,5). In California, i latinos, invece, che costituiscono il 39,8 per cento della popolazione, sono circa 50 per cento dei casi di Covid-19.

A Chicago più del 70 per cento dei morti di Covid-19 è africano-americano

Anche secondo l’analisi dell’American Public Media (APM) Research Lab, realizzata sui trentotto stati peri quali i dati su base etnica e razziale sono disponibili, gli african-americans costituirebbero il 27 per cento dei morti di Covid-19. Molto lontano dal tredici per cento che rappresentano nella demografia degli Stati Uniti. E così in Kansas, i neri avrebbero sette volte più probabilità di morire di Covid-19; sei volte in Missouri, Wisconsin e Washington Dc; cinque in Michigan; tre in Arkansas, Illinois, Louisiana, New York, Oregon e South Carolina.

Uno studio preliminare più recente sembra confermare questi dati in relazione agli african-american. La ricerca è stata pubblicata sul sito dell’amfAR, la fondazione e organizzazione internazionale che si occupa della ricerca sull’Aids, ed è il risultato del lavoro di più università. Lo studio ha comparato le contee con un numero di neri sproporzionato rispetto alla media nazionale del tredici per cento. Nelle contee con una popolazione nera più alta il tasso di contagiati tra i black era del 52 per cento e il tasso di morte del 58 per cento.

Anche dal punto di vista delle conseguenze economiche, african-americans e latinos sembrano essere i più colpiti. Secondo le inchieste del Pew research, tra i partecipanti alla ricerca il 73 per cento dei neri e il settanta per cento dei latinos hanno affermato di non avere fondi di emergenza per coprire tre mesi di spese. Una differenza notevole rispetto al 47 per cento dei bianchi.

Ancora. Il 48 per cento dei neri e il 44 per cento degli ispanici hanno risposto di non poter pagare i conti alla fine del mese o di poter fare soltanto dei pagamenti parziali (è il 26 per cento tra i bianchi). Secondo l’inchiesta, inoltre, il 61 per cento degli ispanici e il 44 per cento degli africano-americani ha qualcuno in famiglia che ha perso il lavoro o ha subito una riduzione del salario in relazione alla pandemia (il 38 per cento tra i bianchi).

Una situazione particolarmente complessa e difficile è invece quella dei nativi-americani, inclusi nella categoria other, altri, a livello nazionale. Anche se la maggior parte dei nativi americani vive in aree urbane (circa il 71 per cento secondo il censimento del 2010) e in particolare in città come New York City (più di centomila) e Los Angeles (cinquantaquattro mila), mancano dati specifici.

Negli stati però in cui esiste una categoria statistica apposita, i dati preliminari sembrano confermare alcune preoccupazioni. In Arizona ad esempio. Dove rappresentano il 6 per cento della popolazione ma costituiscono il 18 per cento dei morti per Covid-19. Anche in New Mexico: qui i nativi americani sono il 10 per cento della popolazione ma più di un terzo dei casi di Covid-19.

Secondo l’Indian Health Service (IHS) sono più di cinquemila i casi di Covid-19 in dodici regioni. E la più colpita sarebbe la Nazione Navajo (Arizona, Utah e New Mexico). I dati raccolti dall’autorità per la salute evidenziano che per numero di morti ogni centomila abitanti, la Nazione Navajo sarebbe al terzo posto, dopo New York e New Jersey. La dottoressa Deborah Birx, della task force della Casa Bianca sul Covid-19, ha detto che la Nazione Navajo è uno degli epicentri del virus negli Stati Uniti.

Una situazione che ha spinto numerose tribù a citare in giudizio il governo federale per ottenere maggiori finanziamenti. Nei massicci aiuti che il governo federale ha approvato per far fronte alla crisi, sono otto i miliardi di dollari previsti per aiutare i nativi-americani. Tuttavia, la Nazione Navajo e altre dieci tribù sostengono che quei soldi non dovrebbero essere suddivisi con le Alaska Native corporations (ANc). Le ANc sono società private statali i cui azionisti sono i nativi dell’Alaska (Inupiat, Yupik, Aleutini, Eyak, Tlingit, Haida, Tsimshian). I ricorrenti chiedono la distribuzione alle tribù e non a queste società.

Queste corporations furono create dal Congresso nel 1971 (Alaska Native Claims Settlement Act) per far fronte ai ricorsi dei nativi contro il governo federale sui diritti di caccia e pesca. In questo modo si evitava la creazione di riserve, pur restando le tribù, e le ANc avrebbero gestito direttamente il territorio. Senza la necessità di un trattato col governo federale. Oggi le ANc sono tra i business più redditizi dell’Alaska.

Una fattoria Navajo utilizzata come struttura di quarantena in New Mexico

Al di là dei ricorsi, le ragioni di questi dati allarmanti dei nativi americani dipendono da più fattori. In parte è dovuto alla condizioni di salute pregresse, come il diabete e l’ipertensione. Secondo il Cdc, i nativi americani hanno tassi di diabete più alti di ogni altro gruppo razziale negli Stati Uniti (il 16 per cento), due volte il tasso dei bianchi. In tempi di Covid-19 poi la mancanza di acqua corrente pulita rappresenta una sfida, una situazione che riguarda tra il 15 e il 40 per cento delle case Navajo. Molte case sono sovraffollate e condivise da famiglie numerose, rendendo quasi impossibile l’allontanamento fisico.

E anche molte storie di successo economico sembrano essere a rischio. I casinò e i negozi al dettaglio che costituiscono un reddito molto importante hanno dovuto chiudere, subendo ingenti perdite. La Nazione Cherokee in Oklahoma ha per esempio chiuso dieci casinò e hotel e mandato a casa le quattromila persone che vi lavoravano, mantenendone salari e benefit. E oggi i Cherokee perdono circa quaranta milioni di dollari al mese.

Molte tribù inoltre lamentano il sotto-finanziamento e il sotto dimensionamento dell’Indian Health Service, branca del dipartimento della salute dedicata ai nativi americani. Ad esempio, il governo federale spende tredicimila dollari per persona con Medicare e novemila dollari per i veterani. Ma ne spende soltanto duemila e ottocento per persona per la salute dei nativi americani. La Nazione Navajo poi conta su una dozzina di ospedali e su cliniche part-time: troppo pochi per far fronte alle necessità mediche.

E nel frattempo aumentano le tensioni. In South Dakota, il mese scorso due tribù locali avevano istituito posti di blocco per tenere fuori dalle riserve Oglala Sioux e Cheyenne River Sioux tutti i visitatori non necessari. Le tribù erano preoccupate che l’epidemia di coronavirus potesse sopraffare i loro sistemi sanitari. Il South Dakota infatti è uno dei cinque stati in cui i governatori si sono rifiutati di imporre il lock down. Così Kristi Noem, la governatrice repubblicana dello stato, ha dichiarato che le tribù hanno bisogno di un accordo con lo stato per istituire posti di blocco sulle strade. E ha dato loro quarantotto ore di tempo per ripristinare la situazione normale. Ultimatum rifiutato dalle tribù che hanno affermato di avere il diritto sovrano di chiudere le autostrade.

Secondo uno degli ultimi rapporti del Cdc, le condizioni di vita delle minoranze contribuiscono a minarne la salute e a renderle più esposte al Covid-19. La questione abitativa innanzitutto ha una grande rilevanza. Infatti le minoranze vivono in aree più densamente popolate, a causa della “segregazione abitativa”. E le persone che abitano in aree densamente popolate hanno maggiori difficoltà a praticare le misure di distanziamento sociale. Aree, inoltre, dove le strutture mediche sono più scarse. Anche la situazione familiare è diversa. Le minoranze abitano in case dove convivono più generazioni, un fatto che rende più difficile proteggere i componenti anziani della famiglia.

Le minoranze poi sono sovrarappresentate in alcune tipologie di lavoro, che le espongono maggiormente ai rischi del Covid-19. Il rischio di infezione infatti può essere maggiore per i lavoratori dei servizi essenziali. E per coloro che hanno bisogno di lavorare a causa della propria situazione economica. Quasi un quarto dei lavoratori ispanici e afroamericani sono impiegati nel settore dei servizi rispetto al 16 per cento dei bianchi. Gli ispanici rappresentano il 17 per cento degli occupati totale ma costituiscono il 53 per cento dei lavoratori agricoli. Gli africano-americani rappresentano il 12 per cento di tutti i lavoratori dipendenti, ma rappresentano il 30 per cento degli infermieri professionali abilitati e con licenza.

Lavoratori agricoli in California, in tempi di Covid-19

Anche le condizioni pregresse e l’accesso alle cure mediche è uno dei fattori considerati dal Cdc. Rispetto ai bianchi, ad esempio, la probabilità di non avere un’assicurazione è tre volte più alta tra gli ispanici. Due volte tra gli africano-americani. Gli african americans poi hanno tassi di mortalità più elevati e maggiore presenza di malattie croniche rispetto ai bianchi (diabete, ipertensione, obesità, asma).

Il dottor Anthony Fauci, il “leader” scientifico della task force della Casa Bianca aveva sollevato già il problema delle condizioni di salute delle minoranze in particolare degli africano-americani:

E il motivo per cui voglio sollevarlo è perché non ho potuto fare a meno di stare seduto lì a riflettere su come, a volte, quando sei nel mezzo di una crisi, come ora siamo con il coronavirus, appaiono chiaramente le vere debolezze della nostra società.

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Neri, navajo, latinos. Covid-19 colpisce i più deboli ultima modifica: 2020-05-10T15:18:09+02:00 da MARCO MICHIELI

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