Covid-19, fase 2. Nove punti fermi per ripartire in sicurezza

Sorvoliamo su tutti gli errori iniziali di questa tragedia immane, ma adesso non possiamo più sbagliare. Avendo sperimentato, quasi ovunque, la confusione organizzativa sul piano assistenziale all’interno dei nostri ospedali, occorre impegnarsi per un modello di contrasto al virus, ci si augura, più efficace.
ANTONIO CISTERNINO
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La cosiddetta Fase 2 non potrà prescindere da una riorganizzazione sanitaria e assistenziale che abbia per obiettivo il contenimento della diffusione del virus oggi e il prevenire, fin d’ora, prossimi scenari ugualmente, se non ancor di più temibili. Senza questo non può esserci una Fase 2 che dia sicurezza effettiva a una ripartenza diffusa e generale del paese, a cominciare da una profonda riorganizzazione del modello socioeconomico.

La proposta di un modello assistenziale possibile

Sorvoliamo su tutti gli errori iniziali di questa tragedia immane del Covid, ma adesso non possiamo più sbagliare. Dopo tutte le pandemie e le malattie contagiose che hanno investito la specie umana negli ultimi decenni, le organizzazioni sanitarie dei paesi economicamente avanzati devono essere in grado di farsi trovare pronte nel contrasto a una “emergenza sanitaria”, ma anche a un “allarme sociale”, come purtroppo non è accaduto ancora una volta con il coronavirus Covid-19 a partire dalla fine del 2019.

Di fronte a malattie altamente contagiose e pericolose per la vita umana, l’isolamento è sempre stato la forma iniziale del miglior contenimento della malattia. L’alta contagiosità si moltiplica esponenzialmente in fasi che non consentono di sprecare tempo.

L’urgenza richiede decisioni in tempi brevi, ma l’emergenza ha i suoi codici e le sue regole. Vanno immediatamente definite le priorità nel proprio contesto operativo. Di qui linee guida e protocolli universali devono essere noti e pronti, pertanto applicabili in modo programmato, coerente, sicuro. Ai protocolli sanitari, d’intesa con le amministrazioni di governo, va affiancata fin da subito una chiara e condivisa strategia comunicativa.

La comunicazione diventa così la chiave fondamentale per ottenere sinergia di azione e concretezza in tutto il sistema. Comunicazione che, nella “complessità organizzativa”, diventa la possibilità di un agire fluido e virtuoso per l’efficacia di risultati clinici mirati a guarire i pazienti.

Lo stile assistenziale sanitario di una corretta organizzazione, irrobustito anche da una comunicazione comprensibile e univoca, è in grado di gestire fenomeni negativi quali la paura, se non il panico. Senza dimenticare un’irresponsabile indifferenza, sia singola sia di gruppo, verso la minaccia del contagio. Tutti “disturbi”, come s’è visto, possibili e assai deleteri nel mezzo di forti emergenze. Oggi, facendo tesoro degli errori fatti e avendo sperimentato, quasi ovunque, la confusione organizzativa sul piano assistenziale all’interno dei nostri ospedali (percorsi Covid, non-Covid, sospetti-Covid), va individuato qualche punto fermo per ripartire da una proposta di un modello di contrasto al virus, ci si augura, più efficace.

 COSA FARE:

  1. Partiamo dal paziente che da casa chiama il medico perché sta male. Questo paziente non può avere una diagnosi (senza visita) e una terapia per telefono. Deve poter andare in una struttura sanitaria adeguatamente pronta ad accoglierlo, ove sarà valutato se appartiene a una filiera di rischio Covid o non-Covid (il caso sospetto va clinicamente seguito come Covid fino a esito contrario).
  2. I medici di medicina generale territoriali non possono essere messi a rischio contagio col mandarli a eseguire sopralluoghi domiciliari non pertinenti. Per esempio su di un possibile paziente sintomatico con affezioni delle vie respiratorie ed eventuale febbre associata.
  3. Ogni provincia deve individuare Ospedali di isolamento per il completo percorso di cura del paziente Covid. Ciò consentirà un adeguato trattamento dei pazienti secondo protocolli clinici finalizzati, in ambienti attrezzati per la specificità delle cure Covid, evitando così la promiscuità assistenziale oggi esistente.
  4. Il personale sanitario (medico e non) afferente agli Ospedali Covid dovrà restare personale dedicato e permanente per consolidare i percorsi di cura, l’uso di tecnologie, lo sviluppo di nuovi percorsi assistenziali virtuosi, la collaborazione nella ricerca di nuove soluzioni diagnostiche, terapeutiche, riabilitative. Mettere al servizio della ricerca traslazionale sul campo tutto il know-how aggiornato per finalizzare nuovi farmaci e presidi.
  5. Il personale medico degli Ospedali Covid dovrà essere un personale medico specializzato nella disciplina infettivologica (evitando assolutamente di implementare gli organici medici con giovani appena laureati privi di qualsiasi esperienza clinica). Personale che dovrà lavorare in collaborazione con un team interdisciplinare fatto di anestesisti, rianimatori, fisiatri, cardiologi, gastronterologi, microbiologi, virologi, psicologi (perché le cure potrebbero essere lunghe).
  6. Lo staff di direzione e l’intero management sanitario degli Ospedali Covid dovrà essere applicato allo sviluppo di protocolli efficaci nella praticabilità di scelte e modalità tali da implementare i percorsi virtuosi di assistenza e cura.
  7. Gli ospedali ad alta tecnologia targati non-Covid invece dovranno erogare continuità assistenziale ai pazienti neoplastici, diabetici, cardiaci, vasculopatici, cioè in tutti gli altri percorsi di cura per i quali una struttura sanitaria ad alta complessità può essere necessaria.
  8. Gli ospedali ad alta tecnologia non-Covid dovranno dotarsi di sale operatorie preparate e attrezzate per accogliere pazienti chirurgici ad alto rischio biologico (Covid compresi).
  9. Oltre agli ospedali veri e propri, qualsiasi istituto di ricovero e cura, case di riposo per anziani, centri auxologici e così via, devono essere assolutamente controllati e continuamente monitorati per ridurre al minimo i focolai d’infezione.

Insomma, al momento in Italia manca un’analisi reale, effettiva, a partire dalla verità dei numeri. Solo dati certi ci consentiranno di stabilire strategie più adeguate per una buona salute. Di qui il vantaggio di poter calcolare il rischio sostenibile per un’intera popolazione. Il territorio diventa quindi il campo da gioco più importante per la selezione dei sani dagli infetti. E sopra tutti fra questi gli asintomatici positivi, il vero problema. Quindi lo screening di massa deve far parte della buona politica di salute che è augurabile il governo attui al più presto. In tal modo una determinata popolazione saprà di vivere in un territorio a basso rischio e potrà pertanto riprendere una vita normale. Le persone positive per sintomatologia o i positivi asintomatici dovranno invece curarsi o negativizzarsi negli ospedali Covid dedicati della propria provincia.

Covid-19, fase 2. Nove punti fermi per ripartire in sicurezza ultima modifica: 2020-05-11T18:56:29+02:00 da ANTONIO CISTERNINO

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