Fondazione di Venezia. Una partita burrascosa

L’approssimarsi dell’elezione del nuovo presidente avviene in uno scenario confuso e rissoso che rischia di essere fatale per l’importante fondazione di origine bancaria.
scritto da YTALI
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Tra le insolitamente placide acque della laguna causa Covid-19, nei prossimi giorni si giocherà una partita che s’annuncia burrascosa. Ovvero, l’elezione del nuovo presidente della Fondazione di Venezia, la fondazione di origine bancaria che nel panorama nazionale è considerata media, ma che comunque può vantare un patrimonio netto contabile di oltre 350 milioni di euro secondo il bilancio consuntivo del 2018, l’ultimo approvato.

Sui quotidiani locali il dibattito attorno alla Fondazione si risolve solitamente su M9, e qualche ragione c’è: è stato un investimento di 110 milioni di euro che nei primi mesi di vita ha creato scompensi economici imprevisti tanto da indurre il presidente attuale, Giampietro Brunello, a voler vendere in fretta e furia immobili di pregio in laguna per trovare un equilibrio di bilancio che rimarrebbe comunque precario. 

Ma prima di arrivare alla cronaca conviene fare un ragionamento più strutturato sulle fondazioni di origine bancaria. È un dibattito sicuramente interessante e per chi volesse approfondire potrebbe partire da un libro appena uscito, Fondazione 3.0. Da banchieri a motori di nuovo sviluppo di Andrea Greco e Umberto Tombari (per Bompiani, con prefazione di Giuseppe Guzzetti). Nel libro emerge chiaramente com’è tutto il sistema delle fondazioni di origini bancaria a dover essere reinterpretato.

A Venezia questo è evidentissimo. E non a caso tra i casi di studio analizzati ci sono proprio la Fondazione di Venezia e il progetto M9, un progetto al quale è dedicato un paragrafo dal titolo: “progetto troppo ambizioso?”.

Il dibattito cittadino però appare ampiamente asimmetrico. Asimmetrico perché sul banco degli imputati sono i contenuti e l’organizzazione degli stessi quando la critica nazionale e internazionale li ha promossi a pieni voti, come dimostra anche il fatto che M9 è stato selezionato tra i finalisti dell’EMYA 2020 (European Museum of the Year Award), concorso bloccato anch’esso per il Covid.

Il vero problema è la gestione del compendio/distretto e la governance che ruota attorno al Museo e nella Fondazione di Venezia, come hanno messo ben in evidenza gli stessi consulenti indipendenti voluti dalla Fondazione stessa.

L’attuale presidenza ha avuto il merito di portare all’apertura del museo nei tempi previsti e sostanzialmente rispettando il budget. Ma poi si è persa. C’è qualcosa che non funziona. E a dirla tutta non serviva un incarico a consulenti esterni per capire che una governance di gruppo con tre cda, un direttore della Fondazione di Venezia, un segretario generale della stessa Fondazione, un direttore di M9 District, due amministratori delegati di M9 District, un direttore della Fondazione M9, fosse una miscela esplosiva. Del resto il presidente Brunello, nonostante sia nella governance della Fondazione da tempo immemorabile avendo ricoperto molti ruoli prima di approdare alla presidenza, ha più volte candidamente dichiarato che ha ereditato il progetto e non l’ha mai voluto.

È chiaro oramai che Brunello, il progetto, non l’ha capito nella sua valenza e importanza e non è stato in grado di gestirlo. Sarebbe ingeneroso addossare le colpe solo al presidente. Qualche riflessione dovrebbero farla anche i componenti degli altri organi che abbiamo visto sono organi di certo non snelli, ma il ruolo del presidente resta preponderante.

Inoltre la presidenza negli ultimi giorni sembra inanellare errori uno dietro l’altro, proprio a pochi giorni dalla scadenza. Ancora consulenze, in questo caso a un professionista del settore immobiliare come Tommaso Santini che negli ultimi anni s’è già occupato di operazioni importanti con risultati altalenanti (si pensi alla vicenda intricata in via Righi, ovvero l’operazione del padiglione Aquae e del prospicente VeGa), una consulenza che non poteva che mettere sul piatto anche eventuali alienazione dei gioielli di famiglia come i Tre Oci per ripianare il buco di bilancio, idea che ha trovato anche all’interno della Fondazione stessa una forte opposizione, per non parlare della città.

Il polverone alzatosi è enorme e di certo ora tutti negheranno di averci pensato, a partire dal presidente, quando i fatti dimostrano chiaramente il contrario.

Ma tant’è oggi la Fondazione si trova davanti a scelte fondamentali che riguardano il futuro di M9 e della Fondazione tutta.

Ci permettiamo di suggerire all’attuale presidente di accelerare il passaggio di consegne approvando il bilancio senza colpi dell’ultimo secondo, come proporre la vendita di beni immobili; al prossimo presidente di fare di M9 quello per cui è nato ovvero il Museo. Se si leggono gli organici della Fondazione M9 e di M9 Disctrict (la Fondazione M9 ha solo due dipendenti di cui uno è il direttore stesso, M9 District oltre dieci, oltre a essere il titolare dei contratti per le società che gestiscono i servizi museali) si capisce subito che dopo l’apertura si sia investito sul ramo sbagliato tradendo quello che era il progetto iniziale. 

Ma torniamo a una visione d’insieme: nel libro Fondazione 3.0 in più parti si legge un richiamo alla necessità di “una classe dirigente e manageriale” all’altezza dei compiti e delle sfide future. La Fondazione di Venezia sarà capace di uscire da questa situazione? La posta in gioco è molto alta, la Città non può permettersi di perdere la sua fondazione bancaria né tantomeno di veder fallire un progetto di rigenerazione urbana unico nel panorama nazionale: quando mai si troverà un privato o un ente disposto a investire 110 milioni di euro a Mestre per finalità culturali? La nuova presidenza per il progetto M9 dovrà proprio ripartire da questa parola: cultura. 

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Fondazione di Venezia. Una partita burrascosa ultima modifica: 2020-05-11T16:49:55+02:00 da YTALI

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