Caso Silvia Romano. “Sindrome di Stoccolma”, cos’accadde e cos’è

La liberazione della cooperante milanese e l’attrazione fatale tra vittime e carnefici. Un episodio svedese del 1973.
scritto da ALDO GARZIA
Condividi
PDF

Silvia Romano è tornata a casa dopo diciotto mesi di prigionia, prima in Kenya e poi, soprattutto, in Somalia. Divampano le polemiche sulla sua conversione all’Islam e sull’abbigliamento con cui è apparsa in pubblico. “È stata vittima della Sindrome di Stoccolma”, scrivono i giornali e dicono i commentatori. Ma qual è l’episodio che è diventato così famoso da entrare persino nei manuali di psicologia?

Due avvenimenti contribuirono a turbare la campagna elettorale in Svezia del 1973, nella quale lo scontro tra socialdemocratici e moderati era furibondo. Il primo fu la morte di re Gustav VI Adolf che aveva regnato fin dal 1950, conquistandosi la stima della stragrande maggioranza degli svedesi per il suo impegno civile e di archeologo di chiara fama. Il secondo, è diventato talmente famoso da dare origine alla condizione psicologica denominata “Sindrome di Stoccolma”. 

Dal 23 al 28 agosto 1973 due rapinatori presero in ostaggio quattro impiegati (tre donne e un uomo) nella camera di sicurezza dell’agenzia bancaria Sveriges Kreditbank di Stoccolma con sede nella centralissima piazza Norrmalmstorg. Il premier socialdemocratico Olof Palme sospese la sua campagna elettorale per seguire da vicino la trattativa tra polizia e rapinatori. Fu lui a dare indicazione che nessuna concessione poteva essere fatta nei confronti di chi metteva a repentaglio la vita di quattro ostaggi. Palme era convinto che un cedimento da parte del governo, come invece invocava la destra, sarebbe stato utilizzato per agitare lo spauracchio della mancanza di determinazione da parte dei socialdemocratici nel garantire la sicurezza dei cittadini. 

Com’erano andati i fatti? Jan-Erik Olsson, 32 anni evaso dal carcere della capitale svedese dov’era detenuto per furto, tentò una rapina alla sede della Sveriges Kreditbanken. Una volta fallita, prese in ostaggio tre donne e un uomo. Olsson chiese come riscatto anche la liberazione di Clark Olofsson, un altro detenuto, che divenne suo complice. Le autorità accettarono le richieste iniziali dei sequestratori, ma rifiutarono di garantire loro la fuga insieme agli ostaggi. La prigionia, le trattative e la convivenza forzata degli ostaggi con i rapinatori durarono più di 130 ore. I sequestratori s’arresero dopo un blitz della polizia a base di gas lacrimogeni. Gli ostaggi uscirono illesi.

Dal secondo giorno del sequestro, gli ostaggi svilupparono un rapporto di amicizia e simpatia con i sequestratori: temevano più le azioni della polizia che quelle dei malviventi. Una volta liberati, i due gruppi si abbracciarono tra loro all’uscita dalla banca e sotto gli occhi delle telecamere. Gli psichiatri che studiarono il caso spiegarono che gli ostaggi erano diventati emotivamente debitori nei confronti dei loro rapitori. In seguito, gli ex ostaggi fecero visite in carcere ai loro ex carcerieri. 

La linea dura si rivelò dunque vincente. I rapinatori finirono per arrendersi.

Abbiamo avuto la dimostrazione che degli irresponsabili possono mettere a repentaglio il senso di sicurezza di un’intera nazione. Per tutti noi, è stata una terribile esperienza. In questi giorni ho avuto modo di riflettere sul fatto che una società democratica deve sapersi difendere con intransigenza,

dichiarò Palme dopo l’epilogo della vicenda. 

Immagini della rapina alla Sveriges Kreditbanken, a Norrmalmstorg, nel centro di Stoccolma, agosto 1973

Dalle prime indagini s’apprese che nei giorni del sequestro era accaduto qualcosa da rimanere impresso nei manuali di psicologia come “Sindrome di Stoccolma”. Nonostante la loro vita fosse stata messa in pericolo durante il periodo di prigionia, gli ostaggi avevano temuto più la polizia dei rapitori. Una delle vittime aveva addirittura sviluppato un legame sentimentale con uno dei rapitori che s’era dimostrato molto gentile con lei. Subito dopo il rilascio, i sequestrati chiesero clemenza per i sequestratori (anche durante il processo gli ostaggi testimoniarono in favore dei rapinatori). 

Pensavo che se fossi riuscita a stabilire un rapporto con lui, avrei potuto convincerlo a rinunciare a tutto, e se si fosse liberato dell’angoscia che si teneva dentro, forse avrebbe avuto un ripensamento. Pensavo: se piaci a qualcuno, non t’ucciderà,

dichiarò Kristin Ehnmark durante un interrogatorio, confermando l’innamoramento per uno dei sequestratori.

Il set del film per la tv svedese (2003), Norrmalmstorg, diretto da Håkan Lindhe, vagamente basato sugli eventi.

Quel particolare rapporto tra vittime e carnefici avrebbe fatto coniare qualche tempo dopo allo psichiatra Nils Bejerot il termine di “Sindrome di Stoccolma” per segnalare come in alcune precise circostanze le vittime possono identificarsi nei loro aguzzini, convinte che se riusciranno a farsi ben volere da loro potranno uscire indenni dalla terribile esperienza in corso d’opera. 

Palme vinse intanto la sua scommessa elettorale: fu confermato premier nonostante la flessione di consensi dei socialdemocratici nelle elezioni del 1973. Formò un governo di minoranza con il sostegno esterno dei comunisti, ma si vide costretto a ricercare il dialogo con l’opposizione e soprattutto con il Partito liberale. Al successo di Palme contribuì anche la soluzione indolore del giallo chiamato “la sindrome di Stoccolma”.

Caso Silvia Romano. “Sindrome di Stoccolma”, cos’accadde e cos’è ultima modifica: 2020-05-12T18:18:22+02:00 da ALDO GARZIA

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

1 commento

Avatar
stefano vicini 13 Maggio 2020 a 12:51

Guido grazie di questi articoli sempre puntuali, interessanti e formativi

Reply

Lascia un commento