Alla radici del trumpismo

Donald Trump è estraneo rispetto alla cultura politica dei repubblicani e dei democratici. Ma non è un incidente di percorso della democrazia americana. E nel suo nuovo libro Massimo Teodori riesce a spiegarlo in maniera chiara e godibile.
scritto da MARCO MICHIELI
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Gli Stati Uniti s’avviano in maniera ingarbugliata verso le elezioni presidenziali di novembre. Se da un lato infatti la scadente gestione della crisi del Covid-19 ha messo in luce ancora una volta i limiti dell’amministrazione di Donald Trump, dall’altro lato i democratici guidati da Joe Biden sono alla ricerca di un difficile compromesso tra le varie – e riottose – anime del partito. Nemmeno il risultato finale sembra così scontato. Il presidente in carica rimane infatti uno dei più capaci campaigner degli ultimi decenni. E i prossimi mesi ci dimostreranno anche quanto egli sia disposto a fare per sconfiggere gli avversari.

Per comprendere la posta in gioco delle prossime elezioni presidenziali questo è quindi il momento ideale per leggere il nuovo libro di Massimo Teodori Il genio americano. Sconfiggere Trump e la pandemia globale (Rubbettino, 132 pagine). Lo storico e docente di “Storia e istituzioni degli Stati Uniti” illustra in maniera chiara e intelligibile come la presidenza di Donald Trump abbia alterato il carattere liberale del paese, quello che chiama il “Genio americano”. In maniera scorrevole e piacevole (anche e soprattutto per chi è a digiuno di storia americana) l’autore cerca di spiegarci in che modo Trump sia stato in grado di generare tale mutamento – per ora solo temporaneo – che un’eventuale vittoria potrebbe rendere permanente.

Che cosa è esattamente il “Genio americano”? Teodori lo spiega nella prima parte del libro dove ne ricostruisce la genesi. Dal presidenzialismo al federalismo, dai diritti e dalle libertà individuali al sistema giudiziario, dall’economia di mercato al ruolo internazionale degli Stati Uniti, sono ripercorsi i principali eventi storici che hanno forgiato e rinforzato la nascita della democrazia liberale americana. Anche attraverso i numerosi traumi attraverso i quali il liberalismo americano si è affermato.

Nella seconda parte Teodori invece si chiede se la presidenza Trump sia stata rispettosa del “Genio americano”. Per rispondere alla questione ricostruisce in maniera sintetica le condizioni che hanno portato alla vittoria del magnate newyorchese e le politiche realizzate una volta giunto al potere. E ne trae delle conclusioni sconfortanti sullo stato di salute della democrazia americana:

Disprezzando la democrazia rappresentativa fondata sull’equilibrio dei checks and balances, il presidente rivendicava il primato del popolo come unica fonte di legittimazione. Alla funzione della politica come strumento di governo contrapponeva una foga anti-politica che vedeva in ogni esperto istituzionale un ostacolo alla volontà popolare. E considerava l’identità personale e di gruppo riferita a un’idea astratta delle origini rigorosamente bianche della popolazione americana come il distintivo di una nazione sviluppatasi proprio sul canone del pluralismo etnico e della società aperta.

Una forma di populismo, in sintesi, che rende Trump estraneo rispetto alla tradizione repubblicana e a quella democratica. Una personalità politica pertanto lontana dalle culture dei due maggiori partiti che hanno fatto della condivisione di valori e politiche di base uno dei punti di forza del paese. 

Trump rappresenta invece l’idealtipo del “narcisista a vocazione autoritaria” che disprezza “l’internazionalismo dei suoi predecessori che aveva consolidato, se pur con varianti, la leadership statunitense nel mondo”. Che rimette in questione il passaggio tranquillo di poteri tra un presidente e l’altro, un momento che dovrebbe segnare la ricomposizione della conflittualità espresse durante il periodo elettorale. Che disprezza i media e agisce, spesso, come se al presidente tutto fosse concesso, ignaro del sistema di pesi e contrappesi pensato dal genio politico di James Madison.

La distanza di Trump dalla cultura politica dei due storici partiti non comporta, tuttavia, la sua estraneità alla storia del paese. Qui sta uno degli aspetti interessanti del lavoro di Teodori. Lo storico infatti ricostruisce le radici culturali del trumpismo – populismo, nazionalismo, nativismo, isolazionismo – che rendono proprio la vicenda di Donald Trump non un semplice “incidente di percorso della democrazia americana”:

Pur inconsapevole dei riferimenti al passato, Trump si comportava istintivamente secondo modalità che riproducevano momenti della storia oscura della destra populista americana in auge nelle ultime decadi dell’Ottocento e tra le guerre mondiali del Novecento.

Pubblicità dell’America First Committee, un gruppo di pressione isolazionista che s’opponeva all’ingresso degli Stati Uniti nel seconda conflitto mondiale

Il profilo politico di Donald Trump è pertanto riconducibile all’idealtipo del “tardo epigono delle tradizioni populiste e nativiste”. Come è il caso dei “protestanti che tra il xix e il xx secolo” alimentavano “i movimenti populisti e autoritari contro gli immigrati cattolici ed ebrei”. Un sentimento che attraversa gli Stati Uniti, nel tempo e nello spazio, e di cui si sono fatte interpreti di volta in volta vari partiti e uomini politici: dal Know Nothing Party a Charles Lindbergh e all’America First Committee (non a caso uno slogan trumpiano):

[…] dal titano antisemita Henry Ford, fondatore della più importante industria automobilistica, al governatore dell’Alabama, Huey P. Long, antagonista di Franklin D. Roosevelt fino all’assassinio del 1935, dal monsignore cattolico filofascista Charles E. Coughlin che voleva battere la Depressione imitando Mussolini, al senatore Joe McCarthy padre della paranoica caccia alle streghe più in funzione antiliberale che anticomunista, fino al segregazionista George C. Wallace che nel 1968 tentò invano quella scalata presidenziale riuscita dopo mezzo secolo a Trump.

Teodori giustamente sottolinea queste radici culturali comuni, alle quali forse bisogna aggiungere Pat Buchanan, il politico repubblicano che da destra sfidò George Herbert Bush alle primarie del 1992, sotto l’insegna dello slogan “Make America First Again”. Sono tutte personalità che parlano di isolazionismo e di tutela degli interessi americani, là dove per americano s’intende, spesso, la “nazione bianca”.

La novità di Trump è che “per la prima volta un candidato estraneo alla democrazia liberale e riconducibile alla destra populista” conquista il vertice. Non siamo più, quindi, negli Stati Uniti frutto dell’immaginazione di Philip Roth e del Complotto contro l’America, quando il grande scrittore americano raccontava della drammatica e distopica vittoria di Charles Lindbergh alle presidenziali del 1940 contro Roosevelt. Siamo nella realtà.

Teodori quindi auspica una sconfitta del presidente per riportare gli Stati Uniti all’interno di quel percorso liberale che è stato modello per altre democrazie. Un aspetto più problematico dell’eredità trumpiana tuttavia rimane, anche nel caso in cui il presidente facesse un solo mandato:

L’unica importante variazione istituzionale che avrà un seguito significativo nel sistema di governo ha riguardato la composizione dei tribunali federali e della Corte suprema. Grazie al potere presidenziale di nomina dei giudici federali e dei membri della Corte per completare il plenum dei nove giudici supremi, sono stati insediati due giuristi conservatori che hanno fatto pendere l’equilibrio della Corte dalla parte dell’attuale inquilino della Casa Bianca.

Rispetto invece all’eredità di Trump sul partito repubblicano, è probabile che, come dice Teodori, un secondo mandato modifichi completamente il dna del Grand Old Party. Tuttavia, anche se l’avventura di Trump dovesse terminare quest’anno, siamo sicuri che non vi saranno conseguenze profonde sui repubblicani? Le radici del trumpismo sono infatti storicamente profonde e non scompariranno facilmente.

E poi bisogna chiedersi se la base di Trump potrebbe seguire un corso più moderato. Quanto sarà i grado di definire la piattaforma politica del prossimo leader repubblicano? Di leader moderati ne sono rimasti pochi tra i repubblicani. Alcuni, come Mitt Romney, non sembrano molto amati dal proprio partito. Mentre altri si sono ritirati e hanno lasciato spazio a figure più vicine alle idee del presidente. Altri ancora, che un tempo erano considerati dei conservatori più tradizionali, si sono allineati sempre più alle posizioni di Trump. Un discorso simile lo si potrebbe fare per i governatori che in questi anni sono arrivati ai vertici dei loro stati. E poi appunto ci sono le nomine giudiziarie.

Servirà quindi molto tempo ai repubblicani per liberarsi del trumpismo, anche se Biden dovesse vincere le elezioni a novembre.

Muniti di cappello MAGA (“Make America Great Again”), dei sostenitori di Donald Trump ascoltano il presidente durante un suo comizio

Il libro di Teodori è poi molto stimolante perché attraverso la lettura delle sfide degli Stati Uniti si affronta quella che è la crisi dell’Occidente liberaldemocratico. E in tal senso suscita ulteriori riflessioni. L’attacco al liberalismo portato da Trump ha avuto successo perché si è aperta una finestra di opportunità nel sistema politico americano. Una situazione che si è verificata più volte negli ultimi anni anche in Europa.

Ed è una finestra di opportunità che si è aperta perché il pensiero liberal-democratico non riesce ad offrire con la stessa forza dei populismi – di destra e di sinistra – una visione in grado di spazzare via il pericolo che questi estremismi portano con sé. Ci si limita spesso alla difesa delle conquiste del passato della liberaldemocrazia, certamente senza precedenti, senza tuttavia poter adeguare quel messaggio alla nuova situazione e alle critiche radicali. Che nel frattempo seducono giovani e meno giovani.

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Alla radici del trumpismo ultima modifica: 2020-05-16T16:48:23+02:00 da MARCO MICHIELI

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