Annessione. Bibi accelera, ma ora il semaforo è giallo

Il nuovo governo israeliano mira al controllo diretto di parti consistenti di Cisgiordania e Valle del Giordano. Ma l'Europa comunica la sua contrarietà e adesso anche l’amministrazione Trump invita a rallentare l’operazione.
scritto da DAN RABÀ
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[TEL AVIV]

Misure unilaterali decise da Israele per annettere parti della Cisgiordania e della Valle del Giordano avranno conseguenze sulle relazioni con l’Unione Europea. La Ue l’ha fatto sapere per bocca del suo “ministro degli esteri”, Josep Borrell. Un avvertimento ribadito da diversi governi europei. Il ministro degli esteri francese Jean-Yves Le Drian è stato molto fermo nel comunicare il disappunto europeo, rilanciando contemporaneamente l’opzione del negoziato tra le parti, “unico percorso verso la pace, la sicurezza e la stabilità nella regione”.

L’annessione di un terzo dei territori palestinesi nel West Bank è parte del cosiddetto “deal of the century”, il patto del secolo promosso da Donald Trump, ed è diventato il nucleo centrale del programma elettorale di Benjamin Netanyahu. Il piano non ha il sostegno politico di Benny Gantz che l’ha anzi avversato in campagna elettorale. Ma oggi l’ex avversario di Netanyahu è suo alleato nel governo di larghe intese che s’è appena insediato. Tuttavia Gantz, che prenderà il posto di Bibi tra un anno e mezzo, non disporrà del potere di veto al piano d’annessione. La sua contrarietà conserva evidentemente un peso politico.

Israele ha già annesso, da tempo, le alture del Golan, punto strategico militare nel caso di un’eventuale guerra con la Siria e con l’Iran (che cerca di consolidare suoi avamposti militari in quella zona). Ha inoltre annesso anche la parte orientale di Gerusalemme.

La carica degli agenti israeliani contro una manifestazione di palestinesi contro l’ampliamento delle colonie

Cosa s’intende per annessione? Attualmente i Territori occupati sono gestiti da un’amministrazione militare (vige la legge militare). Con l’annessione va in vigore la legge civile israeliana. Ciò vuol dire regolarizzare la posizione dei coloni, in perenne attrito con la popolazione palestinese locale.

L’esercito di occupazione israeliano ha il duro compito di difendere i coloni ebrei ma anche d’impedire le provocazioni che una parte estremista della popolazione ebraica compie continuamente. La politica dei coloni mira a occupare di fatto il territorio e impedire la proclamazione dello stato palestinese. I coloni sono molto attivi politicamente e hanno una cospicua presenza all’interno del partito di maggioranza (il Likud) e condizionano in modo sensibile la condotta del primo ministro Netanyahu.

La loro forza conta anche sul fatto che l’opinione pubblica in Israele, per quanto riguarda le questioni della sicurezza, è decisamente di destra. Generale è la convinzione che prima o poi s’arrivi a un’annessione. L’annessione gode insomma di consenso. Anche perché molti pensano che sia impraticabile la demolizione degli insediamenti.

Gli insediamenti hanno avuto un grande “successo” negli ultimi anni, anche per ragioni meramente di convenienza. Molti ci vanno a vivere per le grandi agevolazioni economiche che garantisce il governo ai coloni. Per tanti è senz’altro una soluzione abitativa, essendo la casa uno dei problemi essenziali delle giovani coppie in Israele. Con quanto si spende per comprare un bilocale a Tel Aviv si può acquistare una villa a due piani con giardino negli insediamenti. Inoltre, sono innumerevoli gli incentivi economici per creare posti di lavoro e imprese indipendenti.

L’assurdo della situazione è che muratori e manovali nei cantieri di edifici e ville dei coloni sono in maggioranza palestinesi. E i residenti ebrei vanno a fare acquisti nei negozi e mercati dei paesi e villaggi arabi.

Mike Pompeo con Benjamin Netanyahu il 17 maggio scorso a Gerusalemme

La via verso l’annessione non sarà facile, ovviamente. Gli ultimi a mettere in guardia il governo sono proprio i militari che temono le ripercussioni nella regione, in particolare nelle relazioni con la Giordania. Re Abdallah è stato d’altra parte molto chiaro al riguardo in un’intervista a Der Spiegel. Sarebbe una situazione insostenibile per il monarca giordano, alleato chiave d’Israele.

Tanto che la stessa amministrazione Trump, prima “sparata” nel promuovere l’annessione, sembra ora frenare, anche sotto la pressione degli alleati arabi nella regione, preoccupati soprattutto dalla velocità impressa al processo da Bibi. Peraltro, lo stesso governo di coalizione, nel quale il numero due e futuro numero uno non è favorevole all’annessione, pur non avendo adesso la leva per fermarla, sembra rendere il tutto troppo carico d’interrogativi per essere sostenuto senza se e senza ma da parte della Casa Bianca, dove pure abita il massimo sponsor e amico di Bibi.

La recente visita lampo di Mike Pompeo in Israele – un viaggio di sedici ore per otto ore di colloqui, quando sarebbe bastata una telefonata – conferma, secondo il New York Times, questo nuovo orientamento prevalente a Washington. Dal semaforo verde s’è passati al semaforo giallo, sintetizza il quotidiano americano.

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Annessione. Bibi accelera, ma ora il semaforo è giallo ultima modifica: 2020-05-19T19:23:18+02:00 da DAN RABÀ

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