Covid-19. L’appello che aiuta il regime non i siriani

Iniziativa dei focolarini per la rimozione delle sanzioni economiche alla Siria in nome dell’emergenza sanitaria imposta dal coronavirus. La qualità delle firme, a partire dalla prima e cioè quella del professor Romano Prodi a tante altre, richiede la ricerca di un chiarimento schietto, rispettoso, soprattutto per la dichiarata adesione dei firmatari al magistero di Papa Francesco.
scritto da RICCARDO CRISTIANO
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Molte e autorevoli le firme che col passare dei giorni condividono l’appello rivolto dal Movimento dei Focolari, tramite New Humanity, per la rimozione delle sanzioni economiche alla Siria. Conosco e apprezzo il Movimento dei Focolari, ma so bene che con loro come molte altre realtà ecclesiali presenti in Siria è per me impossibile il dialogo su quel martoriato paese, per via di quello che ritengo un folgorante abbaglio e cioè il confondere con un regime che protegge i cristiani dai fondamentalisti un regime come quello siriano che si fa scudo dei cristiani per proteggere se stesso.

È un capovolgimento diffuso sul quale ci avvertirono purtroppo proprio 24 anni fa i monaci di Tibhirine, uccisi dal regime che, dopo averli sequestrati, consegnò al suo agente nel Gruppo Islamico Armato, l’emiro Zitouni, quello del comunicato con le citazioni coraniche sbagliate. Tutto questo l’aveva previsto e affermato padre Luc, il medico di Tibhirine, consapevole di cosa sarebbe successo prima ancora che si verificasse. I sequestri di due vescovi siriani e di padre Paolo Dall’Oglio s’inseriscono in una filiera che ritengo non dissimile. So bene purtroppo che su questo le divergenze sono incolmabili, a mio avviso perché ciò che vediamo troppo da vicino è deformato dalle nostre paure e forse anch’io al posto loro non saprei guardare col necessario distacco. 

Ma la qualità delle firme, a partire dalla prima e cioè quella del professor Romano Prodi a tante altre, richiede la ricerca di un chiarimento schietto, rispettoso, soprattutto per la dichiarata adesione dei firmatari al magistero di Papa Francesco. 

Questo ci unirebbe, dal momento che le parole del papa sul superamento di ogni embargo sanitario in questa fase di pandemia le condivido al cento per cento, come affermano di fare i firmatari. Ma nell’appello si chiede di togliere “l’embargo economico, almeno per le forniture sanitarie e i materiali destinati alle cure mediche e per i fondi necessari per pagarle.” Eppure le fonti ufficiali confermano che nel corso di questi anni tremendi le agenzie dell’ONU, inclusa l’OMS, hanno consentito al regime di gestire trenta miliardi di dollari in aiuti umanitari e in molti hanno denunciato che questi fondi sono stati impiegati non per aiutare le vittime ma per aggirare le sanzioni e finanziare o sostenere le proprie milizie.

Il problema risale al 2012, quando l’OCHA, Ufficio di Coordinamento degli Affari Umanitari, ha avviato una mobilitazione per provvedere aiuti ai siriani. Damasco, in base alla risoluzione 48/182 delle Nazioni Unite, ha chiesto la centralizzazione del flusso, che deve essere coordinato e gestito dallo stato assistito. Che sia stabilito così è verissimo, ma appare improbabile che chi bombardava intendesse assistere i bombardati. Questo è il problema che pongono conflitti che oppongono regimi ad ampi settori della loro popolazione.

Ma tornando alla storia reale siriana, dopo la richiesta di Damasco, il flusso di denaro in aiuti umanitari verso lo Stato centrale ha raggiunto quota tre miliardi annui. I protocolli vigenti da anni proibiscono azioni e visite da parte delle agenzie internazionali senza il permesso scritto della Red Crescent siriana, il cui personale è stato estromesso, come risulta cancellata l’elezione del board. Lo scandalo dell’assedio della Ghouta, dove s’impedí per anni ogni consegna di aiuto, produsse una celebre immagine, quella del giorno in cui finalmente per qualche ora fu consentita la distribuzione di aiuti da parte ONU a milioni di persone, che dalle prime ore del giorno tentarono, sovente invano, di ottenere un pezzo di pane o un farmaco.

La foto simbolo dei giorni di Ghouta (Omar Sanadiki/Reuters)

Sono note le colonne di automezzi ONU stracolmi di aiuti ma impedite a procedere verso la Ghouta dal regime. Ecco perché si decise di procedere con consegne di aiuti transfrontaliere. Questo non ha eliminato gli aiuti al centro, a Damasco. E infatti nel 2017 gli aiuti umanitari hanno costituito il 35 per cento del Pil siriano. Questi aiuti sono veicolati tramite autorizzazioni scritte dell’Alto Comitato per il Sollievo della Siria, che Annie Sparrow, docente dell’Arnold Institute for Global Health, ha scritto di aver visto lei stessa essere vistate dalle agenzie d’intelligence siriane, comprese la famigerata intelligence dell’aeronautica. Come non bastasse questi aiuti devono necessariamente essere convertiti in valuta siriana, a un cambio che è sempre stato superiore del venticinque o trenta per cento rispetto a quello bancario ufficiale.

Ma torniamo alle medicine, e alla decisione di aprire corridoi terrestri per farli giungere a chi ha veramente bisogno. 

In Siria ci sono tre milioni di persone nella provincia di Idlib, la metà dei quali sfollati e deportati dal regime che non ha consentito loro di seguitare a vivere nelle aree dove risiedevano e che il regime, riconquistandole, ha voluto liberare anche dalla popolazione civile. Vivono dallo scorso settembre sotto le bombe russe e di Assad, determinati a riconquistare anche quel territorio dove hanno analogamente trasferito, in piena sicurezza, terroristi e jihadisti altrove sconfitti.

Le scuole e gli ospedali di questa provincia sono stati documentatamente attaccati dagli assedianti dopo che l’ONU ne passava ai russi le coordinate per evitare che finissero nel fuoco nemico. Per il sollievo alimentare e sanitario di queste popolazioni e di quelle curde del nord est della Siria si era pensato a un corridoio umanitario dal vicino Iraq, raddoppiando i due esistenti dalla Turchia, per poter portare davvero medicine e generi di prima necessità a un mare di persone. Analogamente, a sud vi era un corridoio dalla Giordania.

In quei vastissimi mondi di privazioni e abbandono, resi ancor più osceni dalla determinazione turca a non far passare nessuno del milione e cinquecentomila sfollati che ormai da mesi vive all’addiaccio lungo i suoi confini, questo piano avrebbe significato davvero un aiuto, sebbene minimo. Ma i russi hanno opposto il veto in sede di Consiglio di Sicurezza. Ogni aiuto sanitario doveva necessariamente passare da Damasco. Tutto quel che si è ottenuto è stato di salvare i due corridoi dalla Turchia, fino al prossimo giugno, mentre quello dalla Giordania è stato chiuso; gli altri, proposti dal Belgio, non sono stati attivati. 

Aleppo

Ma come si potrebbero portare gli aiuti convogliati su Damasco in territori e a persone che non sono sotto il loro controllo? A queste persone l’appello di New Humanity non offre alcun aiuto. E sono milioni di esseri umani. Dunque viene naturale domandarsi come mai questo nell’appello non si dica se davvero si ritiene che chi bombarda scuole e ospedali voglia aiutare le vittime di quei bombardamenti. Il regime che ancora a marzo di quest’anno ha aggravato la situazione sanitaria siriana per non impedire i pellegrinaggi sciiti, quindi iraniani, al santuario di Zeinab, dove si baciano immagini e recinti sacri, proclamando la Siria immune dal virus, non vuole aiutare quelle popolazioni, come non vuole neanche aiutarne altre, ma arricchirsi insieme alle sue milizie.

Una plausibile conferma di questo timore viene dalla querelle tra il presidente siriano e il suo cugino cassiere, dottor Rami Makhlouf. Assad l’aveva incaricato, il cugino non il ministro delle finanze, di dare alla Russia i tre miliardi che chiede di riavere e relativi a crediti agevolati concessi. Questa richiesta, oltre alla vera natura del regime, la spiegano bene i Panama Papers, dai quali emerge che la cupola Assad detiene un’immensa fortuna in paradisi fiscali, tanto che il signor Makhlouf risulta più ricco del più ricco uomo d’affari saudita, al Waleed. Non sarà questa rapina che si perpetra da decenni ad aver messo in ginocchio la Siria, invece delle sanzioni? Altrimenti come mai il cugino cassiere rappresenta da solo il sessanta per cento del sistema privato siriano? E come spiegarsi altrimenti che la rendita petrolifera non é mai comparsa nel bilancio dello Stato?

Il riferimento al magistero di Papa Francesco e quindi anche alla sua richiesta di togliere le sanzioni sanitarie mi risulta davvero condivisibile, ma non può essere fatto fuori dal contesto siriano, un contesto nel quale il magistero del Pontefice si sente da quando, nel 2013 ci fu la strage chimica alla Ghouta. Non ho sentito molte voci soffermarsi su quanto disse il primo di settembre 2013 all’Angelus:

ho ancora fisse nella mente e nel cuore le terribili immagini dei giorni scorsi! C’è un giudizio di Dio e anche un giudizio della storia sulle nostre azioni a cui non si può sfuggire!

La certezza sulla responsabilità di Assad per quel crimine orrendo appare ormai a un passo, mentre è stata accertata quella su stragi chimiche successive. Anche di questo il magistero pontificio s’occupa dal 2013 e siccome non può stare a un papa muovere guerra, neanche a un regime sanguinario, corrotto e perverso come quello degli Assad, Francesco decise di favorire quell’intesa russo americana che avrebbe dovuto disarmare chimicamente uno dei più grandi detentori al mondo di armi chimiche. Quell’accordo, al quale molte armi chimiche il regime sottrasse nascondendole e usandole successivamente, va rafforzato, non smantellato. Ma questo appello afferma che la Siria produceva medicine che ora non produce più. Certo, dotata di nuovo del suo armamentario chimico e batteriologico potrebbe fare anche qualche medicina. 

Nulla invece viene della possibilità, molto semplice, che il regime di Damasco avrebbe per combattere il virus e cioè rilasciare i 180mila detenuti politici che da anni detiene senza processo, in condizioni disumane, sottoponendoli a torture e privazioni che violano ogni convenzione internazionale. Ora sono esposti al rischio di morire non più di torture ma di Covid. In quei lager sovente clandestini nessuno può dividere sani e contagiati, né lo farebbe. Anche qui il magistero di Papa Francesco però non è citato e tanto meno ricordato. Francesco recentemente ha inviato un alto porporato da Roma con una missiva per il presidente Assad. E siccome la precedente missiva, in cui gli chiedeva di rispettare i diritti umani della popolazione di Aleppo, invece di deportarla, come poi fece sotto Natale, Assad aveva tentato di capovolgerla presentandola come un plauso per il suo comportamento disumano, questa volta è stato il cardinal segretario di Stato Pietro Parolin a illustrare pubblicamente i contenuti della lettera in un’intervista a Vatican News. Non credo esagerato riportare per esteso e per intero le risposte che diede alle domande del direttore editoriale dei media vaticani, Andrea Tornielli. 

All’origine di questa nuova iniziativa c’è la preoccupazione di Papa Francesco e della Santa Sede per la situazione di emergenza umanitaria in Siria, in particolare nella provincia di Idlib. Nell’area vivono più di tre milioni di persone, di cui 1,3 milioni di sfollati interni, costretti dal lungo conflitto in Siria a trovare rifugio proprio in quella zona che era stata dichiarata demilitarizzata l’anno scorso. La recente offensiva militare si è aggiunta alle già estreme condizioni di vita che hanno dovuto sopportare nei campi, costringendo molti di loro a fuggire. Il Papa segue con apprensione e con grande dolore la sorte drammatica delle popolazioni civili, soprattutto dei bambini che sono coinvolti nei sanguinosi combattimenti. La guerra purtroppo continua, non si è fermata, continuano i bombardamenti, sono state distrutte in quella zona diverse strutture sanitarie, mentre molte altre hanno dovuto sospendere del tutto, o parzialmente, la loro attività.

Che cosa chiede il Papa al Presidente Assad nella lettera che è stata consegnata?
Papa Francesco rinnova il suo appello perché venga protetta la vita dei civili e siano preservate le principali infrastrutture, come scuole, ospedali e strutture sanitarie. Davvero quello che sta accadendo è disumano e non si può accettare. Il Santo Padre chiede al Presidente di fare tutto il possibile per fermare questa catastrofe umanitaria, per la salvaguardia della popolazione inerme, in particolare dei più deboli, nel rispetto del Diritto Umanitario Internazionale.

Da quanto ha detto traspare che l’intento dell’iniziativa papale non è dunque “politico”. È così?
Sì, è così. Come ho già spiegato, la preoccupazione è umanitaria. Il Papa continua a pregare perché la Siria possa ritrovare un clima di fraternità dopo questi lunghi anni di guerra, e che la riconciliazione prevalga sulla divisione e sull’odio. Nella sua lettera, il Santo Padre usa per ben tre volte la parola ‘riconciliazione’: questo è il suo obiettivo, per il bene di quel Paese e della sua popolazione inerme. Il Papa incoraggia il Presidente Bashar al-Assad a compiere gesti significativi in questo quanto mai urgente processo di riconciliazione e fa degli esempi concreti: cita ad esempio le condizioni per un rientro in sicurezza degli esuli e degli sfollati interni e per tutti coloro che vogliono far ritorno nel Paese dopo essere stati costretti ad abbandonarlo. Cita pure il rilascio dei detenuti e l’accesso per le famiglie alle informazioni sui loro cari.

Un altro tema drammatico è quello dei prigionieri politici. Il Papa ne fa cenno?
Sì, a Papa Francesco sta particolarmente a cuore anche la situazione dei prigionieri politici, ai quali – egli afferma – non si possono negare condizioni di umanità. Nel marzo 2018 Independent International Commission of Inquiry on the Syrian Arab Republic ha pubblicato una relazione a questo proposito, parlando di decine di migliaia di persone detenute arbitrariamente. A volte in carceri non ufficiali e in luoghi sconosciuti, essi subirebbero diverse forme di tortura senza avere alcuna assistenza legale né contatto con le loro famiglie. La relazione rileva che molti di essi purtroppo muoiono in carcere, mentre altri vengono sommariamente giustiziati.

Qual è allora lo scopo di questa nuova iniziativa di Francesco?
La Santa Sede ha sempre insistito sulla necessità di cercare una soluzione politica praticabile per porre fine al conflitto, superando gli interessi di parte. E questo va fatto con gli strumenti della diplomazia, del dialogo, del negoziato, con l’assistenza della comunità internazionale. Lo abbiamo dovuto imparare ancora una volta che la guerra chiama guerra e la violenza chiama violenza, come ha detto più volte il Papa, e come ripete anche in questa lettera. Purtroppo siamo preoccupati per lo stallo del processo dei negoziati, soprattutto quello di Ginevra, per una soluzione politica della crisi. Per questo nella lettera inviata al Presidente Assad il Santo Padre lo incoraggia a mostrare buona volontà e ad adoperarsi per cercare soluzioni praticabili ponendo fine a un conflitto che dura da troppo tempo e che ha provocato la perdita di un gran numero di vite innocenti.

Non mi sembra che ci si possa richiamare al magistero di Papa Francesco e ignorare che questo regime ha riversato tonnellate di bombe sulle città siriane, distruggendo la metà dei suoi ospedali, sottoponendo ad assedio per anni intere aree urbane, campi profughi, villaggi, causando morti di fame, espellendo sei milioni di siriani tra i quali quasi tutti i medici e affermare che “a seguito dell’embargo, l’economia del paese è crollata drammaticamente.” Le bande del regime che distruggevano vite e territori urlando “Assad o bruciamo il Paese” non sono citate. Le centinaia di migliaia di torturati, detenuti senza processo, non sono citati. Credo doveroso domandarsi perché.

Ai firmatari ricordo che con loro ha firmato il signor Jamal Abo Abbas, convinto nel 2012, come asseriva in un’intervista, che “non esiste una politica estera italiana. Esiste, invece, una politica americana che domina e determina le scelte dei Paesi suoi vassalli.” 

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Covid-19. L’appello che aiuta il regime non i siriani ultima modifica: 2020-05-19T17:20:08+02:00 da RICCARDO CRISTIANO

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