Mascherata

La specificità della performance teatrale sembra essere così sfuggente che chi ci governa rimane per lo più incapace di stabilire delle regole chiare per il post-contfinamento, come cercano di fare per altri settori dell’economia. O almeno per dare delle prospettive.
scritto da PATRICK GUINAND

versione francese

Il teatro è fatto di apertura e chiusura del sipario, e senza sipario, quando il palcoscenico è vuoto, d’ingresso e d’uscita dal palcoscenico, di apparizione e di scomparsa. All’inizio del 2020, un’altra scena, sul palcoscenico mondiale, s’è imposta, quella della pandemia. Che ha cacciato il teatro dai nostri piaceri della vita. E ha firmato la sua scomparsa, per un tempo indefinito. Questo esilio forzato è significativo? Il teatro oggi è davvero il luogo simbolico della pandemia, della sua comparsa e della sua scomparsa, la sua “rappresentazione”, in un certo senso?

La gente di teatro l’ha capito: i teatri, l’opera, le sale da concerto sono stati i primi a chiudere e saranno gli ultimi a riaprire. I primi a calare il sipario e gli ultimi a cui sarà permesso alzarlo. I primi a scomparire, ai primi segni della pandemia, per farle posto sulla scena, gli ultimi a dover probabilmente aspettarne la fine per poter riapparire, nella pienezza della loro arte, ovviamente. Questa carica simbolica è tutta a favore del teatro. Ma è anche il suo dramma.

Dobbiamo davvero rimanere in silenzio? Lasciare calato il sipario? Una riapertura anticipata, prima della fine della sequenza pandemica, è infatti oggetto di discussione. Ha senso recitare e rappresentare, in tempi di pandemia, con tutte le misure sanitarie indispensabili, le maschere, il distanziamento sul palco e in sala, una disinfezione costante e diffusa? Le opinioni sono contrastanti. Non solo tra la gente del mestiere, ma tra i responsabili politici. E quando quest’ultimi sono disposti ad affrontare il problema, spesso avviene dopo mobilitazioni, petizioni e pressioni da parte della professione interessata, come è accaduto recentemente in Francia.

Il presidente del Consiglio italiano, Giuseppe Conte, seguendo la sua strategia di “rischio calcolato”, ha annunciato una possibile riapertura delle sale per il 15 giugno. Il primo ministro francese Edouard Philippe afferma di non essere in grado di fissare una data in questo momento e, in una recente dichiarazione, incalzato dai giornalisti, spera di poter decidere il 2 giugno, a seconda dell’evoluzione della pandemia. Il vicecancelliere austriaco, ecologista e responsabile della cultura, dopo un’incredibile confusione rivelatrice della profonda ignoranza della realtà del settore, che ha causato l’indignazione delle categorie e le dimissioni poco gloriose del suo segretario di stato alla cultura, ha annunciato un piano di riapertura progressiva a seconda delle dimensioni: a partire dal 29 maggio per cento spettatori, dal primo luglio per meno di 250, dal primo agosto per cinquecento e in base a un accordo specifico oltre cinquecento, quindi cercando d’impostare una rotta durante la navigazione a vista. E così permettendo, sembra niente, lo svolgimento del Festival di Salisburgo che, per celebrare il suo centesimo anniversario nel 2020, faceva forti pressioni e voleva tornare sulla scena, anche in forma ridotta.

La specificità teatrale, della rappresentazione teatrale, sembra essere così sfuggente che chi ci governa rimane per lo più incapace di stabilire regole chiare per il post-confinamento, come cercano di fare per altri settori dell’economia. O almeno a dare prospettive. Probabilmente dovremmo gioirne. Che la complessità dell’arte teatrale sfugga ai nostri leader politici non stupirà nessuno. Vorremmo solo che si degnassero di esaminare l’economia disastrosa di questo settore e di adottare misure adeguate per la sopravvivenza. Misure finanziarie, per esempio. Ma in questo caso, ovunque vi è incertezza. Sono forse previsti aiuti a pioggia ad hoc, per scaricarsi di responsabilità. Un massiccio piano di sostegno manca ovunque. Quando sai che i principali festival estivi, come Avignone in Francia, Salisburgo o Bregenz in Austria, hanno un effetto moltiplicatore per l’economia locale, il turismo e la gastronomia in primis, che si situa tra le quattro e le dieci volte lo sforzo richiesto grazie ai sussidi pubblici, non sarebbe indegno dedicare un po’ più d’attenzione a esso. Le belle parole sul “supplemento dell’anima” portato dalla cultura non fanno vivere o sopravvivere i teatri.

Per la definizione delle norme sanitarie, la domanda è in realtà più complessa.

Eric Ruf, amministratore generale della Comédie Française, ha recentemente riassunto perfettamente la situazione: “Non riesco quasi a immaginare un cast non mascherato sul palco di fronte a un pubblico mascherato”. Un’osservazione semplice. Ma che altri potrebbero contestare. Se la maschera fa parte del costume quotidiano dei prossimi mesi, obbligatoria per tutti, va da sé, perché no? L’assenza di maschera sarebbe quindi un elemento riconoscibile del costume dell’attore, una sorta di privilegio in un certo senso, e un’inversione inaspettata della storia del teatro: l’antica tragedia veniva recitata in maschera, la Commedia era mascherata, il teatro post-coronavirus sarebbe quindi interpretato senza maschera davanti a un pubblico mascherato.

D’altra parte, la sua successiva osservazione fa eco alla domanda posta da tutti i praticanti della scena: “Il repertorio è fatto solo di dispute e nozze. Come ripetere e rappresentare queste storie stando a diversi metri gli uni dagli altri?”. Qui andiamo al cuore dell’estetica teatrale e i politici non possono rispondere in modo efficace. Dovremmo ritornare, nel tempo dell’epidemia, a un teatro d’immobilità, a oratori statici, che parlano o cantano, a giusta distanza ovviamente, o limitarci a una presenza scenica minima, con ad esempio l’attore solista, e il repertorio che ne consegue, o rafforzare il linguaggio dello spazio vuoto, con dilatazione di detto spazio e attori che recitano a distanza? L’immaginazione è messa alla prova.

Il regista Roberto Andò, direttore del Teatro Stabile di Napoli, la cui produzione del “Turco in Italia” di Rossini alla Scala ha dovuto essere cancellata immediatamente dopo la prima del 22 febbraio, ha espresso molto bene in una recente intervista alla Repubblica, il 25 aprile, la sua fiducia nella forza del teatro e il suo desiderio “di inventare forme e poetiche nuove” per rispondere alla crisi. E bene ha fatto a dire che sarebbe “un errore tenere chiusi i teatri pubblici”, sostenuti finanziariamente da denaro pubblico, anche se fosse necessario aprire solo per cento persone.

Opinione rafforzata dalla dichiarazione dell’attore Massimo Popolizio, ribadita di recente dal Corriere della Sera, che sostiene la necessità di “invenzioni drammaturgiche”, non volendo arrendersi all’idea di un teatro fatto solo di assoli. Affermando invece che le misure attualmente adottate in Italia sono un “grande bluff”, perché condannano i teatri a ricette estremamente limitate. “Chi pagherà le entrate mancanti, lo stato?”. Domanda davvero scottante.

Burgtheater, Vienna

Spetta al teatro trovare, nel migliore dei casi, le regole che rendono possibile la rappresentazione. Che è lungi dall’essere una realtà. Che sarà possibile solo con le varie categorie professionali che il pubblico, e a fortiori la classe politica, più prontamente fissata sulle stelle in piena luce, in generale ignorano.

Eric Ruf, ad esempio, solleva il problema: “Ci sono settanta professioni alla Comédie Française, ognuna delle quali richiederà precauzioni speciali, oggi è difficile avere una risposta globale”. Un puzzle davvero, dietro le quinte, tra corridoi, atelier, uffici, che ci sono nel retro della scena. Immaginiamo sessantanove dei mestieri in questione sistematicamente mascherati e una sola categoria professionale, la settantesima o la prima, a nostro piacere, la sola autorizzata a recitare senza maschera, gli attori, con un’estetica fondata sulla distanza, creata di recente per l’occasione e accettata dal pubblico. È praticabile?

O gli attori dovrebbero anch’essi recitare in maschera? Sarebbe quindi necessario reinventare delle maschere-coronavirus simili a quelle della Commedia. A condizione che la parola possa uscire, sia udibile e non produca sputi che colpiscono le prime file degli spettatori. I nostri tecnici del suono dovrebbero essere in grado di risolvere il problema! Per l’opera, e la tecnica del fiato, c’è bisogno ancora di qualche riflessione.

È qui che vediamo che la rappresentazione in tempi di pandemia non è quindi solo una questione di metraggio tra ombrelloni, pareti in plexiglas, maschere in tessuto o di carta e distributori di gel disinfettante.

Naturalmente ci sono casi eccezionali. Paulus Manker, per esempio. L’attore e regista viennese specializzato in mega-spettacoli, che ha avuto successo in tutto il mondo con la sua produzione dedicata ad Alma Mahler, presentata per la prima volta a Vienna nel 1996 e che ha fato il giro del mondo da Lisbona a Praga, Berlino, Los Angeles o Gerusalemme, e a Venezia nel 2002 a Palazzo Zenobio, forse ha la soluzione. Episodica, va detto. Prepara da mesi una nuova gigantesca produzione, che appare oggi come profetica, dal dramma teatrale di Karl Kraus “Gli ultimi giorni dell’umanità” (1918-19). La creazione è stata progettata quest’anno a Vienna in un deposito ferroviario e a Berlino al Belgien Halle. Logistica colossale. Dovrebbe essere rinviato al 2021. Speriamo. L’opera teatrale con 220 scene, 137 luoghi e 1114 ruoli, considerati impossibili da interpretare nella sua interezza, è un vasto affresco sulla prima guerra mondiale. Luca Ronconi ne aveva presentato una versione memorabile al Lingotto della Fiat a Torino nel 1990. Manker quindi immagina, se necessario, che tutti i suoi attori indossino maschere antigas come quelle del 1914. Una tale combinazione di circostanze non può essere ripetuta spesso.

Le voci della creazione, come possiamo vedere, sono molteplici. Per un tempo indefinito, il genio della scena è convocato. Ma dopo? Nessuno conosce lo stato del mondo post-pandemia, lo spirito del mondo futuro. Il teatro, che ne sarà lo specchio, non è prevedibile in questo momento. Mascherato o no. Dunque difficile da programmare. Quel che era stato pensato per il mondo precedente, cioè il mondo di tre mesi fa, sarà giusto per il mondo dopo? Di quale catarsi avrà bisogno questo mondo che viene? Risate, pianto? Commedia, tragedia? Anni folli, intossicazione per l’intrattenimento o teatro del significato, politico o filosofico? Utopia o distopia? Dovremo aspettare un nuovo Aristotele? La funzione di anticipazione del teatro è oggi messa in discussione.

Odéon-Théâtre de l’Europe, Paris

Nel frattempo, teatri con un ricco archivio, come la Comédie Française, il Théâtre National de l’Odéon-Théâtre de l’Europe di Parigi, il Piccolo Teatro di Milano o il Burgtheater di Vienna, e molte teatri d’opera, offrono repliche audiovisive delle loro produzioni vecchie o recenti, disponibili gratuitamente. Mantenere il contatto con il pubblico è la parola d’ordine. Un vero regalo per la nostalgia. Ma quanti altri teatri, più piccoli, possono permetterselo?

E non parliamo della trasmissione in streaming, ad esempio di spettacoli montati secondo le regole autorizzate, riprodotti davanti a una sala vuota senza pubblico, come già fatto per alcuni concerti e trasmessi sui social network: un surrogato che non sostituirà mai l’emozione condivisa da un pubblico nella stanza, hic et nunc, ogni sera diversa, l’effetto osmotico tra pubblico e scena, e la trasgressione che consiste nel vedere improvvisamente cosa c’è dietro il sipario, non appena si alza.

Patrick Guinand sul palcoscenico del Piccolo Teatro Grassi

Il celebre psicoanalista Jacques Lacan è stato per lungo tempo il proprietario del dipinto di Courbet “L’origine del mondo”, che ha abilmente nascosto dietro uno schizzo del paesaggio disegnato da André Masson. Per il piacere di visitatori privilegiati, faceva scivolare il pannello con il lavoro di Masson e scopriva l’immagine allora proibita, il Courbet. Come avesse alzato un sipario. Ciò che certamente ha alimentato la sua teoria dello sguardo, come oggetto del desiderio. A teatro, il desiderio di vedere oltre il sipario è come vedere l’origine del mondo. Lo streaming non avrà mai lo stesso successo.

Si potrebbe anche dire, come molti professionisti: lo streaming è la negazione del teatro. Archivi audiovisivi sì, streaming come sostituto, no. Molti politici sembrano esserne soddisfatti. S’alleviano così la loro coscienza e le loro responsabilità di bilancio. L’essenza stessa del teatro e la sua economia, quindi messe a repentaglio, se pensiamo al lungo termine, possono solo rifiutare di farlo.

Il 19 maggio a Bruxelles, il Consiglio cultura del Consiglio europeo, che riunisce in linea di principio i ministri della cultura dell’Unione europea, terrà una sessione. L’integrazione della cultura è in gioco nel piano di risanamento della Commissione europea, che dovrebbe essere presentato al Parlamento il 27 maggio. Questo però non è assicurato, poiché la cultura è solo un ambito molto marginale nelle attribuzioni della Commissione. Essenzialmente un simbolo! L’associazione Pearle* (Performing Arts Employers Association League Europe), fondata nel 1991, che riunisce i sindacati dei datori di lavoro nelle arti dello spettacolo provenienti da tutta Europa, in rappresentanza di oltre 4.500 compagnie di teatro, danza, opera e orchestre o festival, invita pertanto la Commissione europea, il commissario Gabriel, il Consiglio e i ministri della cultura a tenere conto concretamente del problema logistico e finanziario del settore, a proporre norme armonizzate a livello europeo, e liberare i mezzi necessari per garantire la sopravvivenza della scena nel nostro continente.

Auspichiamo che Pearle* sia ascoltato. In modo che un giorno il sipario possa finalmente essere rialzato. E segnare, chissà, la fine della pandemia.

Sappiamo che l’Europa a Bruxelles negli ultimi anni ha teso a dimenticare lo spirito dei fondatori, cercando nel migliore dei casi solo di diventare un operatore economico, un regolatore del mercato, lasciandosi ipnotizzare dalle sirene del neoliberismo, molto lontano del bisogno di arte che manifestano i popoli d’Europa. Gliene viene data l’opportunità, con delle cifre a sostegno, forse di trovare, in questa fatale occasione, una parte della sua anima. E risparmiarsi una nuova mascherata.

Copertina: La Comédie Française a Parigi

Traduzione di Marco Michieli

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Mascherata ultima modifica: 2020-05-21T16:39:06+02:00 da PATRICK GUINAND

1 commento

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Renzo Santolin 26 Maggio 2020 a 1:15

Condivido quanto scritto: è un dramma, e non se ne vede la soluzione, al momento. Vorrei che venisse aggiunto al numero degli artisti di professione anche il mastodontico numero delle compagnie teatrali non professioniste che, in Italia muovono milioni di euro solo di siae e indotto collegato. Non parlo della qualità, ovviamente spesso mediocre, di questi artisti amatoriali, ma vorrei fosse tenuto presente che essi alimentano il tessuto cultural/artistico portando teatro dove non potrebbe starci ( paesini..salette di parrocchiali..) e buona parte dei loro spettatori spesso li ritroviamo nelle sale dei professionisti. Anche per gli amatoriali il mondo si è fermato. Giusto preoccuparsi per chi di arte vive, con merito indiscusso, ma altrettanto doveroso sarebbe preoccuparsi di far ripartire TUTTI gli artisti, TUTTA la cultura.
Come? Reinventare spazi, reinventare messe in scena, tornare nelle piazze, far ripartire produzioni con cast ridotti , studiare nuovi movimenti scenici, abbandonare l’eccessivo realismo di certi contatti fisici in palco…..( il bacio, il nudo, i toccamenti possono essere evitati almeno finchè non ci sarà un vaccino ). Spettacolo bigotto come ai tempi dei nonni, ma credo che il pubblico capirebbe. Su lirica e concerti non non mi esprimo , ma soffro intuendo che vi siano poche prospettive immediate di vederle dal vivo.
Grazie per l’attenzione

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