Statuto dei lavoratori. Cara Castellina, perché cancelli Brodolini e il Psi?

Nella cinquantenario dello Statuto dei lavoratori, chi proviene dalla tradizione comunista è disposto a discutere criticamente sull’opposizione alla riforma tenuta allora, eppure omettendo un aspetto essenziale di quella vicenda: la paternità socialista della legge.
scritto da RICCARDO CRISTIANO

Cosa c’è che mi ha dato fastidio nell’articolo di Luciana Castellina* sul cinquantesimo anniversario dello Statuto dei lavoratori? È un articolo con tratti di nobiltà, come tutti gli spunti centrati su un ragionamento autocritico. L’articolo di Luciana Castellina certamente lo è e questo a me restituisce il valore di tante cene spostate fino a tardi, quando mamma si rassegnava a farci mangiare senza più attendere che papà rientrasse. Ne è valsa la pena, allora…

Sì, mio padre era un avvocato dell’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale, amico di Giacomo Brodolini [vedi scheda biografica a pie’ di pagina, ndr] e in quegli anni rientrava sempre più tardi. “Mamma quando si mangia?” È questa la richiesta più ferma che collego agli anni dell’elaborazione dello Statuto dei lavoratori. Attese che finivano sempre nel mangiare senza di lui, quando mia madre, esausta dagli strepiti miei e di mia sorella, si decideva a farci mangiare. Insieme a queste attese notturne allora è valsa la pena anche sentire più volte quel “ciao Gino” che mi svegliava al mattino verso le sette, quando papà correva al telefono, che si trovava nel corridoio, vicino alla mia stanza da letto. 

La lapide dedicata a Giacomo Brodolini, a Recanati, dove nacque il 19/7/1920

Non volevo che Luciana Castellina parlasse del mio appetito, nessun libro parla degli amici di Brodolini che gli davano solo una mano, né dovrebbero farlo. Figurarsi dei loro figli…

Ma allora cos’è che mi è dispiaciuto in un articolo che partendo dal punto di vista di chi non capì lo Statuto dei Lavoratori riconosce la fondatezza dell’altro punto di vista? In fin dei conti non riconosce anche il valore del mio sacrificio, del mio desiderio di cenare con mamma e papà senza mandarla troppo per le lunghe? 

Ecco, ricordando quelle attese inutili ho capito che leggendo l’articolo di Luciana Castellina ho inutilmente atteso che si citasse l’altro: non il Pci, che Castellina riconosce astenuto sullo Statuto dei Lavoratori ma poi definisce favorevole alle riforme. L’altro da citare era il Psi che stava al governo, nel centrosinistra. Con la Dc dunque, con Donat Cattin che concluse l’impresa di Brodolini ma anche altri. E invece il Psi, Brodolini e tanti altri, non ci sono perché percepiti, ritengo, estranei alla storia del movimento operaio, della sinistra. 

Non si tratta di elevare Osanna nell’alto dei cieli del socialismo riformista. Ma di vederlo, riconoscerlo parte di una storia. Per discutere insieme il fatto concreto di riconoscersi, vedersi, darsi un nome, è importante. Poteva essere un’occasione per discutere e allora fare dal versante riformista altre autocritiche. Quante sono quelle che servirebbero per crescere… Ma forse anche questo non interessa, forse la storia è solo loro, l’altro non è parte della stessa storia, forse non ha neanche una storia. 

Sì, io penso che sia questo piccolo dettaglio ad avermi fatto dispiacere. Quelle cene aspettate, quelle invocazioni “mamma, ma quando si mangia…” per me fanno parte della storia della sinistra italiana. Come le brigate Giustizia e Libertà, che avevano allenato mio padre a saltare anche la cena. Riconoscersi, nella vita, è importante.

* Ignorammo l’evento, eravamo proprio extraparlamentari
[il manifesto, 20/5/2020]

Luciana Castellina
Riforme o rivoluzione. Una legge al tempo ignorata dalla sinistra radicale. Il timore era di smarrire la centralità che le lotte avevano assunto nella produzione in favore della mediazione politica riformista
Non era per caso che nel ’68-69 ci definissimo «sinistra extraparlamentare»: lo eravamo proprio, sia pure alcuni non molto a lungo il Manifesto-Pdup altri al di là del buonsenso.
È un fatto che anche noi quando in Parlamento venne approvato lo Statuto dei lavoratori, il 20 maggio 1970, quasi ignorammo l’evento; e del resto, come si sa, anche il Pci, sia pure per ragioni diverse dalle nostre, prese le distanze dalla nuova legge; e si astenne.
Nel cinquantesimo anniversario di quello che ora consideriamo, e a ragione , un evento storico, qualcuno ha messo in rete un articolo che Quaderni Piacentini, una delle riviste più serie dell’epoca, aveva allora dedicato all’argomento, condannando senza mezzi termini la nuova legge come una truffa ai danni dei lavoratori. In capo all’articolo l’anonima mano ha scritto: «Oggi stringiamo i denti per difendere ciò che ne è rimasto». Oggi è in effetti difficile capire come l’intera nuova sinistra abbia potuto esprimere un simile giudizio negativo sullo Statuto dei lavoratori.
Fu un errore su questo non credo ci sia più nessuno che abbia dubbi non considerare quella legge una importante conquista. Che peraltro accoglieva una richiesta avanzata da Giuseppe Di Vittorio già al congresso della Cgil del 1952. E che introduceva la Costituzione nel recinto della fabbrica, fino ad allora spazio extraterritoriale chiuso all’interferenza di un imperio che non fosse quello dettato dal padrone.
Per capire come sia potuto accadere bisogna riandare a quel tempo e al dibattito che l’accompagnò. Quel giudizio così drasticamente negativo, e il disinteresse con cui la legge fu accolta, aveva alla base un’ipotesi non del tutto destituita di fondamento, che animò infatti, allora, una vasta riflessione, che affrontava, ben oltre lo Statuto dei lavoratori, il tema generale del ruolo delle riforme.
Noi tutti, e con noi una parte dello stesso sindacato, consideravamo i rapporti di forza conquistati dagli operai nelle fabbriche ben più favorevoli di quelli esistenti a livello politico e temevamo che la linea del Pci, che puntava sulle riforme, fosse un modo per ridurre la radicalità dello scontro, spostando il confitto sull’infido e incontrollabile terreno della mediazione parlamentare.
Il timore, insomma, era di smarrire la centralità che con le lotte era stata data al controllo sulla organizzazione della produzione, sul cuore del sistema. Tanto è vero che quando ci si accorse che non si poteva migliorare la condizione operaia senza prendere in considerazione quanto la determinava anche fuori dallo stabilimento l’abitazione, la scuola, la salute le lotte in merito vennero affidate dal movimento non ai lavori parlamentari ma ai Consigli di Zona, la trasposizione sul territorio dei propri autonomi organismi di potere, i Consigli di fabbrica, forse la più importante conquista strappata nell’autunno caldo del ’69.
Potere Operaio, e parte di Lotta Continua, spinsero il rifiuto del terreno istituzionale fino a teorizzare la possibilità di mettere in ginocchio attraverso la lotta di fabbrica il potere capitalista. E ritennero che le riforme avrebbero addirittura rafforzato il capitalismo, in quanto avrebbero razionalizzato il sistema.
Noi, come qualche altro gruppo, ci muovemmo in modo diverso, cercando di consolidare il potere costruito in fabbrica e di garantirne l’autonomia, sì da poterlo proiettare sul terreno politico. Fu questa la linea che assunse anche la parte migliore del sindacato, a partire dalla unitaria Federazione dei lavoratori metalmeccanici (Flm); e questo garantì la lunga durata del ’68 italiano, che non aveva, né poteva avere, un obiettivo rivoluzionario, un sovvertimento che avrebbe presupposto ben altro processo storico.
L’ipotesi rivoluzionaria fu, con la sua consueta causticità, ridicolizzata dal leader sindacale della Fim-Cisl Pierre Carniti in un’intervista al Manifesto: «Non esiste in astratto una distinzione fra riforme necessarie e riforme che aiutano il sistema – disse -. Il padrone non si siede al tavolo per concordare la sua estinzione. L’esito si misura dunque dal potere che l’operaio conquista, dal mutamento dei rapporti di forza».
Rileggendo il manifesto rivista il quotidiano uscì il 28 aprile del 1971, un anno e mezzo dopo l’approvazione dello Statuto dei lavoratori si trova puntualmente, tuttavia, e sin dall’inizio anche quando persiste la diffidenza per lo spostamento dell’epicentro della lotta operaia sul viscido terreno parlamentare il richiamo alla necessità, a un certo punto, di trovare uno sbocco politico, e cioè un momento di mediazione che consolidasse il potere conquistato in fabbrica che avrebbe altrimenti rischiato di non tenere.
Quello sbocco non lo trovammo, per tante ragioni che ci sono a tutti note. È un fatto che è proprio attorno allo Statuto dei lavoratori che si sono andati in questi decenni misurando i rapporti di forza nel nostro paese.Contro questa legge sono stati scagliati un referendum dopo l’altro nella speranza di debellarlo; e poi, più pesantemente, i decreti di Berlusconi, di Monti, di Renzi, con il suo job act. Ci si sono messi pure i radicali che, denunciando di “abuso” quella che chiamarono “Trimurti” (le tre confederazioni sindacali) cercarono con un referendum di rendere quasi impossibile il loro autofinanziamento.
Ma lo Statuto è anche diventato la legge più tenacemente da decenni difesa dai lavoratori e che ha visto prodursi in suo favore la manifestazione di protesta, forse la più grande della storia sindacale italiana: quando all’appello dell’allora segretario della Cgil Sergio Cofferati risposero tre milioni di lavoratori.
La linea di quasi tutta la nuova sinistra mutò con gli anni, tanto è vero che nel 1976, con la lista comune denominata Democrazia Proletaria, si presentarono alle elezioni politiche oltre al Pdup, anche Lotta Continua, Avanguardia operaia, il Movimento socialista dei lavoratori. Nonostante tutti i suoi limiti quella esperienza aiutò a capire quanto la forza accumulata dalla classe operaia con le lotte innescate con l’autunno caldo del 1969 poteva pesare, e abbia in effetti pesato, per strappare riforme essenziali: il sistema sanitario nazionale, le pensioni, i diritti civili. E quanto importante sia stato riuscire ad arrivare alle mediazioni che le hanno rese possibili.
Già sul numero del giugno ’69 del Manifesto rivista, del resto, Lucio Magri aveva sottolineato l’ urgenza di trovare uno sbocco politico a una radicalizzazione delle lotte che altrimenti non avrebbe potuto stabilizzarsi. È quello che da allora abbiamo cercato di fare.
Adesso tutto è più difficile, ma sarebbe già molto che di quella straordinaria esperienza degli anni Settanta, pur carica di errori ma anche di scoperte, conservassimo la capacità di tener al centro la questione del lavoro. Ormai diversissimo da quello di allora, ma pur sempre lavoro.

SCHEDA
GIACOMO BRODOLINI

Giacomo Brodolini

Giacomo Brodolini (Recanati, 19/7/1920 – Zurigo 11/7/1969) è il padre dello Statuto dei lavoratori (legge n.300, 20 marzo 1970), la normativa fondamentale entrata in vigore nel 1970 che garantisce diritti sindacali, equità retributiva e tutela dai licenziamenti indiscriminati, a vantaggio di tutti i lavoratori assunti nelle aziende con più di quindici dipendenti.
Dopo una militanza nel Partito d’Azione nel 1948 aderì al Psi. Vicesegretario nazionale della Cgil (Segretario Giuseppe Di Vittorio) fu poi vicesegretario del Psi dal 1963 al 1966. Deputato dal 1953, senatore dal 1968, nel dicembre di quell’anno divenne ministro del lavoro, promuovendo una vasta attività legislativa in materia previdenziale e sindacale.
Lo Statuto dei lavoratori fu portato a compimento dal suo successore, Carlo Donat Cattin, dirigente democristiano di spicco proveniente dalla Cisl.
Brodolini fu anche protagonista dell’abolizione delle “gabbie salariali”, cioè della possibilità di pagare diversamente la stessa mansione nelle diverse regioni del paese.

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Statuto dei lavoratori. Cara Castellina, perché cancelli Brodolini e il Psi? ultima modifica: 2020-05-22T17:59:52+02:00 da RICCARDO CRISTIANO

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