Xi Jinping e la politica come estetica

Il Partito comunista cinese riunisce tremila delegati nella riunione politica annuale. In tempi di coronavirus una decisione incauta. Ma l’obiettivo è proiettare sicurezza e determinazione. Per questo la realtà deve essere rispecchiata nella forma delle cose. Così il presidente deve dimostrarsi al di sopra dei problemi che affliggono il suo popolo, come un vero imperatore.
scritto da NICCOLÒ FANTINI

L’importanza del rituale è sempre stata una componente fondamentale della cultura e società cinese. Ai tempi delle grandi dinastie del passato, il mandato imperiale era costantemente dipendente dall’autorità dei rituali. Se l’imperatore non si sottoponeva alle stringenti regole e procedure ritualistiche, molto probabilmente avrebbe dovuto confrontarsi con una crescente opposizione. Per una civiltà in cui religione e politica sono sempre stati più o meno sinonimi, la forma spesso veniva considerata più della sostanza. O meglio, la forma era vista come sostanza. Questa è, tra l’altro, una caratteristica del Regno di Mezzo che l’Occidente, fino ad ora, ha sempre faticato a comprendere.

Oggi, il ruolo del rito come criterio legittimante della politica cinese si ripresenta in tutto il suo significato. Questa settimana, infatti, si riuniscono a Pechino le due istituzioni legislative più importanti della Repubblica Popolare: la Conferenza politica consultiva del popolo cinese (Cpcpc) e l’Assemblea nazionale del popolo (Anp). In Cina l’evento è comunemente noto come Liang Hui (两会), o ‘Le Due Conferenze’. Nonostante sia un evento, o un rito, a cadenza annuale, che vede un totale di quasi cinquemila politici e altri rappresentanti riempire le sale dei palazzi di Tiananmen, quest’anno è stato rimandato di due mesi a causa della pandemia da Covid-19.

L’arrivo di Xi Jinping alla Conferenza politica consultiva del popolo cinese (Cpcpc)

In una cultura e tradizione come quella cinese, in cui l’apparenza è tutto, dover violare un rituale così centrale alla stabilità del regime avrà sicuramente provocato qualche mal di testa ai piani alti. Non a caso, l’apertura delle sessioni plenarie è stata accompagnata diligentemente sulle testate ufficiali da annunci che celebrano “la vittoria del popolo cinese contro l’epidemia” e, soprattutto, da panegirici nei confronti di Xi Jinping e del Partito per aver controllato la crisi con successo.

Fermo restando il ritardo causato, ed è stato sottolineato con premura, dal patogeno, questo evento politico e sociale potrebbe dunque essere considerato la celebrazione dell’ennesima vittoria del Partito. Se si analizza il contesto in maniera più dettagliata però, diviene facile comprendere l’espressione esausta e frustrata che Xi Jinping ha esibito durante l’inaugurazione delle sessioni. Varie sono le questioni che il presidente e la classe politica cinese dovranno affrontare nei prossimi tempi, e molti sono d’accordo sul fatto che a Pechino ci sia poco ottimismo al momento.

In primis vi è da gestire una drammatica situazione economica, che rischia non solo di vanificare i tanto pubblicizzati traguardi raggiunti nella lotta contro la povertà, ma che potrebbe rappresentare un problema di stampo molto più politico. Quest’anno dovrebbe segnare la completa eradicazione della povertà in Cina, come stipulato da Xi Jinping e il premier Li Keqiang nel piano quinquennale del 2015.

Nonostante il progresso negli ultimi anni sia stato ammirabile, il coronavirus ha messo un freno a certe aspirazioni. L’economia cinese ha rallentato del 6,8 per cento nel primo quadrimestre del 2020. È la prima volta dal 1976 che si verifica una contrazione. Per tutta risposta, Li Keqiang ha annunciato all’Anp che il governo non formulerà il tradizionale obbiettivo annuale per la crescita del Pil. L’attenzione invece si focalizzerà sull’occupazione, dove il premier ha annunciato un target di nove milioni di posti di lavoro urbani in più. 

L’incertezza causata dalla pandemia ha quindi colpito anche l’economia del gigante asiatico. Questa bordata potrebbe però avere un effetto incendiario su altri fronti, soprattutto se amplificata da altri tipi fattori. Tra questi rientra sicuramente l’attuale clima internazionale, nel quale vi è una crescente sfiducia nei confronti della Cina e la sua responsabilità nella vicenda Covid-19. Gli Stati Uniti di Trump, in primis, guidano un’aspra critica diretta alla mancanza di trasparenza dimostrata da Pechino nei momenti iniziali della pandemia. Mentre il coronavirus ha spinto molte voci a unirsi a queste accuse, le tensioni Stati Uniti-Cina vanno ben oltre questo tipo di problemi. 

A partire dalla guerra dei dazi per finire all’eterno problema di Taiwan, passando per una sempre più marcata rivalità tra le due potenze globali, la più importante relazione internazionale del momento è appesa a un filo. A tal proposito, la parte cinese sembra riconoscere fin troppo bene la realtà della situazione.

A discapito dell’attuale crisi economica, tra le misure annunciate da Li Keqiang in questi giorni vi è anche un aumento del 6,6 per cento nel budget militare. Sebbene questo sia leggermente inferiore rispetto a quello dell’anno scorso, rimane comunque un chiaro segnale di intenti. Mentre i diplomatici cinesi in tutto il mondo vengono poi sguinzagliati contro chiunque osi criticare l’operato del Partito durante la crisi sanitaria, viene rimosso anche ogni riferimento a una soluzione “pacifica” della questione taiwanese. In poche parole, i massimi incontri politici di quest’anno a Pechino sembrano dare uno stampo decisamente nazionalista e aggressivo alla strategia del Regno di Mezzo.

L’arrivo del primo ministro Li Keqiang alla Conferenza politica consultiva del popolo cinese (Cpcpc)

Le crescenti minacce che il Partito di Xi deve affrontare potrebbero spingere il regime verso azioni avventate. Una di queste ha già preso corpo, segnando un passo decisivo nelle relazioni con la regione a statuto speciale di Hong Kong. Confermando varie indiscrezioni che avevano alimentato paure e risentimenti sia a livello internazionale, sia a Hong Kong, il Partito ha ufficialmente forzato la struttura legale che governa le politiche dell’ex-colonia britannica per passare la legge di sicurezza nazionale. 

Questa legge, che secondo l’articolo 23 della Basic Law, ossia la mini-costituzione di Hong Kong, andava approvata dal Consiglio legislativo di Hong Kong nel rispetto della sua autonomia, è stata invece imposta a promulgazione diretta dall’Anp approfittando di un espediente legale. La norma è una risposta agli eventi dello scorso anno a Hong Kong, nei quali il potere del Partito nella città è stato severamente messo in discussione da mesi di proteste, anche violente.

Ora, Pechino spera di limitare il riproporsi di questo rischio rendendo punibili atti sovversivi, di terrorismo e secessionisti. I social cinesi sono stati inondati di lodi e commenti soddisfatti. A Hong Kong, alcuni politici del campo democratico hanno definito la legge “un evento triste” e addirittura “la fine di Hong Kong”. 

Non c’è dubbio che questo atto avrà ripercussioni importanti sulla vita politica della città. Pochi sembrano ormai credere ancora alla massima “un Paese, due Sistemi” formulata da Deng Xiaoping ai tempi della transizione di Hong Kong da mano britannica. Pechino ha evidentemente perso la pazienza nella gestione della tumultuosa Hong Kong, che oggi, in questo clima di insicurezza e rischi, rappresenta ancora di più una pericolosa spina nel fianco per la posizione dominante del Partito.

“Un Paese, due Sistemi”, come stanno facendo notare varie voci a Hong Kong, sta visibilmente lasciando il posto a “un Paese, un Sistema”, e questo in largo anticipo rispetto alla scadenza ufficiale del 2047. Xi avrà voluto approfittare della pausa imposta dall’emergenza Covid-19 per evitare nuove possibilità di ripresa delle proteste. Nella battaglia che verrà, ci può essere un solo paese, con un solo sistema.

Secondo i partiti democratici di Hong Kong, la nuova legge sulla sicurezza nazionale riduce l’autonomia della regione a statuto speciale e ne limita le libertà.

A rifletterci bene, parrebbe una decisione incauta quella di riunire tremila delegati nella stessa aula, senza distanze di sicurezza, nel pieno di una pandemia globale che, tra le altre cose, è iniziata in Cina. Tuttavia, proiettare sicurezza e determinazione è sempre stato nell’indole del Partito. Se è vero che l’epidemia è stata debellata con successo grazie alle azioni dei suoi leader, questa realtà deve essere rispecchiata nella forma delle cose.

Dopotutto, il rituale nella cultura cinese ha una funzione ben concreta, ossia quella di localizzare la sede del potere. Un rituale incompleto o errato produrrà una crepa nell’autorità di chi i riti li celebra. Ecco dunque i delegati, uno accanto all’altro, tutti muniti della stessa mascherina chirurgica.

Vi è però un’eccezione. Chi siede agli scranni del Politburo, compreso Xi, è sprovvisto di mascherina. Di nuovo, la forma è sostanza. L’Imperatore deve dimostrarsi al di sopra dei problemi che affliggono il suo popolo. Il dubbio, però, rimane questa volta: Xi Jinping sarà in grado di uscire da questa crisi senza mettere mano a strumenti che potrebbero accelerare, invece di evitare, la sua caduta? In altre parole, i rituali potrebbero non bastare.

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Xi Jinping e la politica come estetica ultima modifica: 2020-05-23T11:08:00+02:00 da NICCOLÒ FANTINI

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