Se la scuola t’entra in casa

Complici le telecamere dei loro computer, i docenti hanno visto con i loro occhi gli spazi dove vivono i loro studenti. E gli studenti – con i genitori - hanno visto i docenti all’interno delle loro case nei loro spazi domestici e con i loro familiari. Se questa “trasparenza” ha contribuito a riconsiderare il ruolo educativo di entrambi, ha finito col rinsaldare un rapporto tra scuola e famiglia che nei decenni si era molto deteriorato.
scritto da HILDA GIRARDET
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La scuola è stata la prima a essere chiusa e sarà l’ultimo a essere riaperta, se e quando lo sarà. Una scelta condivisa dalla popolazione, soprattutto all’inizio della pandemia, grazie all’urgenza di dover contenere il contagio. Ma poi il silenzio è proseguito. 

Per quasi due mesi, le poche notizie date dai mass media sulla scuola si sono concentrate su due questioni: sulle modalità dell’esame finale della secondaria di primo e di secondo grado e sulla necessità della riapertura per consentire il rientro al lavoro dei genitori, o meglio delle madri, (sulle quali, oltre alle altre incombenze, è ricaduto gran parte del lavoro di sostegno e di supplenza delle attività scolastiche). 

A maggio, mentre diversi paesi europei cominciavano a riaprire le scuole, pur tra esitazioni, fughe in avanti e corse ai ripari, in Italia è sembrato che della scuola si potesse fare a meno. È vero che anche altrove si è trattato spesso di aperture solo parziali, su base volontaria e solo per alcune categorie di famiglie (lavoratori nei settori essenziali, disabili, ecc.), solo per qualche giorno a settimana o con orari ridotti. Insomma anche in Europa lo si è fatto soprattutto per favorire la ripresa economica e il lavoro delle donne, senza un chiaro riconoscimento del venir meno del diritto allo studio dei bambini e dei ragazzi.

Di fatto, tolte queste due preoccupazioni – custodia e valutazione – la scuola non è entrata nel discorso pubblico del nostro paese, e tantomeno – in nome della salute pubblica – ci sono riusciti i bambini e i ragazzi. Ancora oggi: si riaprono locali, spiagge, parchi ma non i giochi attrezzati nei giardini pubblici!

La scuola, del resto è oggetto ormai da decenni di una intenzionale e pervicace campagna di discredito (analogamente alla sanità pubblica) che ha consentito di tagliare ingenti risorse economiche, di precarizzare il lavoro (oltre 200.000 precari, sui quali anche i circa 30.000 posti messi ora a concorso paiono poca cosa), di chiudere molte scuole accorpandole in poderosi e ingestibili Istituti di 1500 “utenti”, di formare classi pollaio ecc.

Su questa situazione già di grande difficoltà si è abbattuta la pandemia e, improvvisamente, tutto si è messo in movimento e l’immagine stereotipata di scuola ottocentesca che molti media continuano a coltivare è sembrata andare in frantumi. 

Da un lato, davanti all’urgenza di reagire, scuola e famiglie hanno messo in campo tutte le risorse a disposizione, e hanno dato vita a una sperimentazione di nuovi modi di fare scuola del tutto inedita per dimensioni e caratteristiche. Dall’altro, l’emergenza come una grande lente di ingrandimento ha rivelato l’inadeguatezza degli stereotipi che il senso comune ha sulla scuola e ha fatto intravedere le grandi potenzialità ma anche i gravi pericoli che ci stanno davanti.

Il digitale, che fino all’altro ieri è stato demonizzato soprattutto se pensato per i più giovani (per la chiusura in sé che pareva generare, la mancanza di relazioni amicali, i pericoli dell’uso prolungato ecc.) è stato la ciambella di salvataggio per tutti noi che senza cellulari, internet, Whatsapp, rete, connessione, saremmo stati veramente davvero isolati per mesi. 

È stata una ciambella di salvataggio anche per la scuola.

Il passaggio alla “didattica a distanza” (meglio “didattica della emergenza”) è stato sorprendentemente rapido, e ha costituito una sfida molto impegnativa per tutti: docenti, genitori, studenti. Tutti hanno dovuto fare i conti con i problemi di rete e di connessione, con la disponibilità dei dispositivi con la capacità di utilizzo delle risorse digitali. Le esperienze sono state le più diverse: i più esperti tra i docenti sono riusciti ad attingere alle grandi risorse della rete e a sperimentare modalità innovative riuscendo a mantenere una didattica di tipo laboratoriale che puntava sull’autonomia dei ragazzi e sulla collaborazione tra pari. Molti docenti si sono limitati a trasferire sul digitale la lezione frontale (con evidenti limiti), altri hanno assegnato compiti, pagine da studiare e schede da compilare.

Per gli studenti più grandi che godevano già di una buona competenza informatica è stata un’esperienza in gran parte positiva, molto più problematica invece per i bambini della primaria (per non parlare dei piccoli dell’Infanzia e dei nidi) dove i contatti sono stati necessariamente mediati dalle famiglie e spesso affidati al cellulare e a Whatsapp.

Agli entusiasmi iniziali, alla ricerca frenetica di risorse e piattaforme, ai contatti in qualsiasi momento della giornata è però subentrata ora una grande stanchezza: degli studenti e dei docenti. 

Sono bastati questi pochi mesi per mettere sotto agli occhi di tutti alcune importanti verità: prima fra tutte che la scuola è un contesto sociale, dove non solo si pratica la cittadinanza ma dove persino l’imparare avviene con gli altri e grazie alla presenza e all’interazione con gli altri. 

In secondo luogo, è diventato palese, con una chiarezza forse mai raggiunta prima, che le differenze di condizioni economiche generano disuguaglianze profonde, che l’emergenza ha accentuato e che se protratte nel tempo rischiano di avere effetti irreversibili.

La prima – banale – grande differenza si è generata in relazione alla tecnologia, intendendo con questo sia l’accesso alla rete con i problemi di connessione, la disponibilità di computer o tablet o anche di un semplice cellulare, della stampante necessaria per le schede e soprattutto delle competenze necessarie a utilizzare queste attrezzature. Un’indagine sulla didattica a distanza, svolta su un campione di ottocento bambini dai sei ai dieci anni, residenti in 27 quartieri di Roma e iscritti in 44 scuole primarie ha rilevato nel mese di aprile che circa il quaranta per cento degli alunni non è stato raggiunto se non tramite telefono, malgrado la preoccupazione e l’impegno in molti casi generoso di tanti dirigenti, insegnanti e associazioni del terzo settore che hanno collaborato per fornire tablet e computer. 

Non si dispongono di dati a livello nazionale, ma con un certo ottimismo si parla di almeno uno o due allievi per classe che non sono stati raggiunti e che si sono, per così dire, persi. Una perdita e una disuguaglianza insopportabili. 

Certamente che esistessero nel nostro paese gravi disuguaglianze economiche, sociali e culturali soprattutto nelle famiglie con minori non è certo una novità. Ma qui è successo qualcosa di diverso.

Complici le telecamere dei loro computer, i docenti hanno visto con i loro occhi gli spazi dove vivono i loro studenti, la presenza di fratelli o di adulti, la qualità diversa degli ambienti domestici, la maggiore o minore possibilità di spazi per lo studio, la presenza e la mancanza di libri, il sovraffollamento o la solitudine ecc. 

E la disuguaglianza è diventata ineludibile. Nelle parole di questi giorni di molti insegnanti si sente non solo la scoperta dell’importanza della scuola come spazio di socialità e di relazione, che offre a tutti le stesse condizioni e i medesimi ambienti per l’apprendimento, ma soprattutto nelle loro parole è percepibile il vero e proprio choc per aver “visto” la varietà e la disparità delle condizioni di vita degli alunni. Non credo che se ne dimenticheranno così facilmente.

Naturalmente anche gli studenti – con i genitori – hanno visto i docenti all’interno delle loro case nei loro spazi domestici e con i loro familiari. Per molti bambini e ragazzi si è trattato di una opportunità che, unita al contesto dell’emergenza, ha rinsaldato i rapporti affettivi e personali con i propri docenti, aiutando lo stabilirsi di una complicità che molti ragazzi hanno apprezzato. 

E anche i padri e le madri hanno potuto a loro volta vedere i docenti nell’esercizio della loro professione – tra l’altro in un momento in cui questi ultimi erano messi alla prova nell’utilizzo delle nuove tecnologie – che ha reso più evidente quanto siano complessi i processi di apprendimento e il lavoro degli insegnanti. E se questa “trasparenza” – che è stata anche una rottura dell’intimità degli uni e degli altri – ha contribuito a riconsiderare il ruolo educativo di entrambi, ha finito col rinsaldare un rapporto tra scuola e famiglia che nei decenni si era molto deteriorato. 

Così come l’aiuto che molte associazioni del terzo settore hanno offerto per venire in soccorso dei minori più fragili, hanno restituito loro una visibilità in quanto risorse educative del territorio che in molti casi non avevano. 

La situazione di diffusa povertà educativa – che la crisi economica che ci aspetta renderà ancora più grave – e l’impossibilità che le famiglie continuino a supplire alla chiusura delle scuole rende veramente difficile poter pensare che la riapertura delle scuole a settembre possa avvenire facendo assegnamento sulla didattica a distanza, anche se in forme alternate. Ed è quanto stanno testimoniando le manifestazioni di protesta che si stanno moltiplicando proprio in queste ore in tutta Italia.

La scuola quindi è a un bivio drammatico. Ha bisogno di ingenti risorse economiche, di nuovi spazi, di più personale stabilizzato, di formazione dei docenti, di connessione e di nuove tecnologie. 

Di fronte a questo compito immane la scuola però non è sola: accanto ci sono le famiglie che in questa circostanza hanno svolto un ruolo indispensabile di supporto e di supplenza, insieme a tante associazioni del terzo settore, che col loro aiuto svolgono spesso una funzione educativa di affiancamento e di sostegno sui territori. C’è lo Stato e ci sono anche gli enti locali. 

Ci vorrebbe un grande sforzo di condivisione e di progettazione che riportasse la scuola al centro dell’attenzione del paese, al ruolo che le assegna la nostra Costituzione come il luogo dove si prepara e si costruisce il nostro futuro. 

La scuola ha dimostrato impegno, passione, capacità di sapersi ripensare, voglia di imparare; ha chiesto e ottenuto l’aiuto delle famiglie, ora bisogna che delle nuove generazioni si faccia carico tutta la società nel suo insieme. 


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Se la scuola t’entra in casa ultima modifica: 2020-05-24T19:33:12+02:00 da HILDA GIRARDET

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