La destra delle piazze contro Sánchez, l’equilibrista

Un governo appeso a pochi numeri ma senza alternative. Una tensione sociale altissima. L’offensiva politica di Partido Popular e Vox. Dalla crisi del Covid-19 la democrazia spagnola ne esce indebolita.
scritto da ETTORE SINISCALCHI
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Manifestazioni, caroselli di auto, campagne internet, appelli di intellettuali che pretendono le dimissioni di Pedro Sánchez e chiedono al Re di prendere i poteri e nominare un esecutivo d’emergenza. Le destre spagnole hanno iniziato un’offensiva politica che chiede esplicitamente la caduta dell’esecutivo.

Le manifestazioni, organizzate principalmente dalla formazione di estrema destra Vox, sono iniziate come protesta “spontanea” a Madrid. Bandiere spagnole, attuali e pre-costituzionali (quindi franchiste), cori e grida di “Libertà!” contro le misure restrittive per il contenimento della Covid-19, contro la proroga dello stato d’allarme, contro il governo “socialcomunista-bolivariano”. 

Le prime proteste iniziano il 10 maggio, una domenica, in calle Núñez de Balboa, nel quartiere Salamanca di Madrid. Un centinaio di persone con le bandiere spagnole si radunano in strada per protestare contro il mancato passaggio della capitale alla Fase 1, come in Spagna viene indicata la prima fase di allentamento delle misure di restrizione. 

Salamanca è uno dei quartieri più ricchi della capitale e più di destra – alle ultime elezioni Partido popular, Vox e Ciudadanos hanno rastrellato il novanta per cento dei voti espressi nei seggi locali – un paesaggio caratterizzato da negozi di lusso, domestici in divisa e auto di grossa cilindrata. Da quel giorno la protesta è cresciuta e, contemporaneamente, la tregua politica che aveva un poco raffreddato lo scontro politico davanti all’emergenza epidemica, è crollata. Fino a ieri, quando molte città di Spagna sono state invase da manifestazioni con automobili che andavano a passo d’uomo bloccando la circolazione.

Il Partido popular si è trovato a gestire una difficile situazione a Madrid, dove guida il Comune e la Comunità del distretto della capitale, una delle zone più flagellate dai contagi. Le privatizzazioni della sanità hanno immediatamente pesato sulla capacità di risposta, mentre nella gestione delle residenze per anziani si scoprivano i limiti più evidenti e gli esiti più drammatici.

Un bel reportage della nostra “testata amica” CTXT, firmato da Gorka Castillo e dal direttore Miguel Mora, racconta la situazione e le trame, le holding e i nomi eccellenti che controllano gli affari milionari nella gestione delle residenze privatizzate per gli anziani nella Comunità di Madrid, disvelando il contesto nel quale si è creata la strage che ha colpito gli ospiti, lasciati a morire per non travolgere le già sature terapie intensive delle impoverite strutture ospedaliere. Per pagare la crisi del 2008 Madrid chiuse anche il centro ospedaliero per le malattie infettive, malgrado la Spagna, come altri paesi, si fosse impegnata nel potenziare la rete di reazione a un’eventuale emergenza pandemica. 

La migliore difesa è l’attacco. L’iniziale sospensione delle ostilità politiche viene abbandonata. Una martellante campagna mediatica e nei social esaspera il dibattito pubblico preparando il terreno. Il segretario del Pp, Pablo Casado, non può che fare muro attorno alle amministrazioni popolari, guidate peraltro da suoi sodali. La competizione a destra con Vox continua ferocemente, dopo che Ciudadanos è uscita sconfitta nella gara nazionalista tra i tre partiti conseguente alla crisi catalana.

L’armamentario ideologico è quello della Faes, la Fundación para el Análisis y los Estudios Sociales presieduta dall’ex segretario e due volte capo del governo, José María Aznar, che ha avuto profonda influenza nei percorsi sia di Casado sia del leader di Vox, Santiago Abascal, e in generale nei gruppi dirigenti dei due partiti. Indulgenza e recupero della tradizione franchista, legami con le destre nazionaliste europee e latinoamericane, col trumpismo, stretti legami col mondo economico e degli affari, con gli editori.

Già il 5 maggio il Pp si era distanziato, con l’astensione in occasione della terza proroga dello stato di allarme. Il 20 la rottura sarà totale e diventerà un no alla quarta proroga di due settimane. Il governo, per Casado, è responsabile del ritardo nella risposta all’emergenza, del numero dei morti, ha gestito in maniera “irresponsabile” e vuole imporre “un buco nero nelle libertà personali” nel prolungare lo stato d’allarme. Accuse gravi e gravemente espresse, sulla cui fondatezza sembra far premio la convenienza politica. 

Il leader di Vox, Santiago Abascal, durante la manifestazioni a Madrid. Alle elezioni legislative del novembre 2019, Vox ha ottenuto il 15,1 per cento dei voti, diventando il terzo partito dopo Psoe e Pp.

Il governo spagnolo non pare, infatti, aver agito peggio, né meglio, degli altri esecutivi europei. Come ovunque, c’è stata un’iniziale sottovalutazione. E, dopo la coraggiosa svolta italiana, grande scetticismo nell’accoglierla. Malgrado segnali evidenti, la cancellazione il 12 febbraio del Mobile world congress di Barcellona – la più importante fiera mondiale della telefonia mobile che si sarebbe dovuta tenere alla fine del mese – le notizie che venivano dall’Italia, la progressiva scoperta di casi sul territorio nazionale, la Spagna ha atteso fino al 14 marzo per dichiarare lo stato d’emergenza. Il mese era iniziato con tutto che funzionava normalmente, eventi sportivi, spettacoli, manifestazioni politiche, feste locali. L’8 marzo decine di migliaia di persone sono scese in piazza per la Festa della donna. Quel giorno le cifre che si conoscevano erano di circa 600 contagiati e 10 morti, con qualche focolaio locale. La sera i morti saliranno a 17. Il giorno dopo i contagi raddoppiano e iniziano a conoscersi i primi contagiati “eccellenti”, politici e personaggi pubblici. 

Il 10 marzo arrivano le prime misure di contenimento. Nel distretto della capitale Madrid e nella città di Vitoria, nei Paesi Baschi, dove ci sono dei focolai, viene annunciata la chiusura delle scuole. Intanto continuano a circolare i treni, le attività produttive sono aperte. I telefoni d’urgenza sono intasati e molti vanno nei pronto soccorso, affollandoli e facilitando la trasmissione del contagio negli ospedali. L’11 marzo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) dichiara lo stato di pandemia globale.

Il 12 marzo, la presidente della Comunità di Madrid, Isabel Díaz Ayuso, e il sindaco della capitale, José Luis Martínez-Almeida (entrambe amministrazioni di destra), lanciano per la prima volta ufficialmente l’indicazione di non uscire e di restare a casa. Il presidente del governo Pedro Sánchez appare in conferenza stampa solo e senza giornalisti annunciando l’emergenza nazionale, le comunità autonome chiudono scuole e università, vengono sospesi i grandi eventi, le feste e le celebrazioni della Semana santa di Pasqua.

Solo sabato 14, nella notte, con ore di ritardo rispetto al previsto, il presidente del governo Pedro Sánchez appare in televisione e informa della proclamazione dello stato di emergenza – previsto dall’art. 116 della costituzione per situazioni che contemplano anche la crisi sanitaria – e dell’istituzione di una task force composta dai ministri della sanità, della difesa, dell’interno e dei trasporti. Da questo momento saranno loro a fare le comunicazioni, accompagnati dalle massime cariche dell’esercito e della pubblica sicurezza. La Spagna entra così in quello stato inedito nella storia delle democrazie europee. Arrivano i bollettini quotidiani, le comunicazioni del governo, le limitazioni alla libertà di circolazione, ci si lambicca nella decifrazione delle norme emesse. Si fanno i flashmob ai balconi, gli applausi per i sanitari, le canzoni cantate nel pomeriggio.

Poi l’onda si espande. Le terapie intensive collassano, i numeri crescono esponenzialmente e la Spagna scala le classifiche dei morti e dei contagi – quel triste primato in cui ancora oggi si avvicendano le nazioni nel mondo. Lo stile del governo è molto rigido all’inizio. Il confinamento viene fatto osservare con durezza e non pochi sono gli episodi di immotivata brutalità poliziesca. Le divise dei militari brillano nelle conferenze stampa e i linguaggi sono quelli della rigida ortodossia da caserma. A fare da contraltare i ministri e il direttore del Centro di allerta e emergenza sanitaria, Fernando Simón – che risulterà poi positivo e si assenterà per qualche tempo. Una gestione che pur godendo di un certo unanimismo, perlomeno di facciata, nasconde criticità che non tardano a esplodere. In Catalogna e Madrid, soprattutto.

La Spagna non sembra essere stata esente da errori e leggerezze comuni agli altri partner europei. Mascherine fallate, confusione, mancanza di coordinamento, eccesso di presenza televisiva del capo del governo, esplodere dei nodi della gestione della sanità a livello locale, truffe ai danni dei bilanci pubblici; sono fenomeni avvenuti ovunque, mentre anche gli scienziati stentavano a comprendere la portata del fenomeno epidemico in atto. La pandemia sembra aver evidenziato come lo smantellamento e le privatizzazioni del servizio sanitario pubblico e del welfare degli ultimi decenni, oltre al ridimensionamento dell’Oms, e quindi del multilateralismo, abbiano gravemente indebolito le capacità globali e nazionali di risposta all’emergenza sanitaria. E come la diluizione di competenze della sanità ai territori sia stata un ostacolo a una risposta coordinata per il contrasto del virus. In Spagna, come a Bruxelles, una messa alla prova feroce delle linee seguite negli ultimi anni nel rapporto pubblico-privato; in Spagna, come in Italia, uno tsunami sul rapporto stato-regioni (o nazione-nazionalità).

Per l’uscita progressiva dalle restrizioni il governo ha adottato una suddivisione per province e la valutazione della soddisfazione di una serie di criteri dettati dall’Oms. Nel complesso, il dibattito pubblico è apparso perlomeno orientato da criteri solidi, mentre da noi i media tardavano giorni anche solo a render conto del documento dell’Organizzazione mondiale della sanità. Ha lasciato da parte anche le divise nelle conferenze stampa, contribuendo così a rasserenare la tensione.

Ma al diminuire della paura per l’epidemia è corrisposta la crescita della virulenza dello scontro politico. E lo scoppiare delle polemiche governo-città-autonomie. Alcune città importanti non passano il vaglio, Madrid e Barcellona, il rapporto con l’opposizione e la crisi catalana complicano la vicenda e, dopo esserne stati un continuo nervoso sottofondo, le tensioni si riverberano fino in parlamento, col governo che dipende dagli appoggi esterni per far passare i provvedimenti.

Perché in Spagna, malgrado l’applicazione dello stato di emergenza, il minore dei ben tre livelli previsti dalla costituzione spagnola, il governo non ha agito per decreto, o non solo. Le commissioni parlamentari hanno sempre funzionato, le Camere hanno votato ogni provvedimento. Il voto contrario del Pp si somma al bisogno di appoggi parlamentari e al difficile, ma tutto sommato solido, rapporto tra Psoe e Unidas Podemos, i due soci di governo. Finora Sánchez aveva navigato abbastanza bene, mantenendo la fiducia con Pablo Iglesias, riuscendo a ottenere un’astensione da parte di Erc per il varo del governo, e parte della gestione dell’emergenza sanitaria, gestendo bene il rapporto col Partido nacionalista vasco (Pnv), da tempo elemento stabilizzatore nella nervosa politica spagnola, diventato più autorevole con la crisi catalana, esempio di un nazionalismo non “rotturista” e attento ai vantaggi reciproci dell’unità della Spagna plurinazionale.

Le convulsioni della politica hanno però mutato il quadro. Col voto per la quarta proroga, coi no di Pp, Vox, Junts pel Cat (JxCat, il centrodestra indipendentista di Carles Puigdemont) e della CUP (l’estrema sinistra indipendentista catalana), si profilava la ricostituzione del “fronte del no” al varo del governo Sánchez. E in più si manifestava la rottura del fronte che ne consentì il varo, col voto contrario di Esquerra republicana de Catalunya (ERC), che allora si astenne, e dei nazionalisti progressisti valenziani di Compromís.

A questi movimenti Sánchez ha risposto confermando la sua capacità di rompere gli schemi e di saper rischiare, sorprendendo gli avversari ma anche gli alleati. Rischiare anche troppo, forse, nel rompere il tabù del voto di Bildu. La sinistra nazionalista basca ha deciso di appoggiare il rinnovo dello stato d’emergenza, in cambio di un accordo sulla deroga della riforma del mercato del lavoro fatta dal Partido popular. 

Pedro Sánchez in visita a una struttura ospedaliera. In Spagna ad oggi vi sono stati più di duecento e trentasei mila contagiati e quasi ventinove mila morti.

La giocata di Sánchez, forse non pienamente pensata nelle sue conseguenze, ha fatto esplodere diverse tensioni. Prima fra tutte quella con Pnv. I baschi andranno al voto a luglio assieme ai galiziani. Íñigo Urkullu, il Lehendakari, cioè il capo del governo basco, non ha per niente gradito l’assist al suo principale avversario elettorale, Bildu. Poi con Unidas Podemos, che si è vista scippare il protagonismo su un tema che fa già parte dell’accordo di governo tra Psoe e Up – e che divide l’esecutivo tra la sua componente economicamente più “ortodossa” o liberale e quella di tendenza keynesiana o socialdemocratica. Se Erc è risucchiata dalle dinamiche interne al conflitto dell’indipendentismo catalano, il voto di Compromís esprime tensioni tra autonomie e governo, in questo caso quella valenziana, circa i tempi delle riaperture e il riparto degli aiuti del governo tra le autonomie.

Sul capo del governo, mentre il Pnv continua a lanciare avvertimenti, sono piombati gli avvisi da parte dei commentatori politici, praticamente unanimi, anche i meno ostili, nel qualificare di “errore” la mossa. Preoccupa, evidentemente, la tenuta del governo che si ritiene messa rischiosamente alla prova dalla disinvoltura di Sánchez. Ma è anche vero che, pur debole, il governo è solido, anche se solo per mancanza di alternative percorribili, e il capo del governo si permette di prospettare nuove aperture di dialogo, col ritorno alla “responsabilità” di Ciudadanos, che si smarca dall’attacco al governo e si astiene, e con Bildu. Meno voti di quelli che garantiscono altri, fanno notare in molti, ma chissà come sarà il prossimo parlamento, sembra pensare Sánchez.

Pablo Casado, trantanove anni, è leader del Pp dal 2018. È molto vicino all’ex primo ministro José Maria Aznar.

Equilibri parlamentari e scontro politico a parte, però, quella spagnola è una democrazia indebolita. Dalla crisi delle democrazie rappresentative, dalla crisi della Spagna delle autonomie, dallo scontro tra nazionalismi conseguente alla crisi catalana e alla sua “giudizializzazione”, alla radicalizzazione dello scontro politico. Che il centrodestra che appartiene alla famiglia popolare europea ritenga che, nell’emergenza, sia praticabile l’obiettivo politico di far cadere il governo, senza avere una maggioranza alternativa a disposizione, genera un pericoloso allargamento dei confini del possibile. Tanto che un gruppo di intellettuali di destra fa un manifesto in cui chiede le dimissioni del capo del governo e al Re, il capo dello stato, di fare praticamente un golpe, varando un governo tecnico votato dai partiti “costituzionalisti” che resti in carica un anno.

Se la cronaca continuerà a colpire le amministrazioni dei popolari, scoprendo omissioni e cattiva gestione dell’emergenza o disvelando scandali, come quello che ha recentemente coinvolto Isabel Díaz Ayuso – con la presidente della Comunità ospite durante l’emergenza di un appartamento di lusso della società di un vincitore di appalti della sua amministrazione – è difficile che Casado torni a un atteggiamento più responsabile. Ancor più se, come sembra dai sondaggi, l’auge “tremendista” del Pp sta recuperando qualche elettore che era passato a Vox.

Sembra improprio relegare a copione usuale, perlomeno a voler guardare alle criticità rischiosamente sollecitate, l’accendersi dello scontro politico in Spagna o, men che meno, guardare ottimisticamente a un ritorno della “anormale normalità” della politica contemporanea. Un governo appeso a pochi numeri ma senza alternative, una tensione sociale altissima e il pieno di un’offensiva di piazza delle destre che ricorda, questa sì, una “venezualizzazione” dello scontro politico spagnolo, che ha come esplicito obiettivo la caduta dell’esecutivo. Un esecutivo che alcuni settori dello “stato profondo” spagnolo (sicurezza, militari, macchina della Corona, editori e impresa) vedono come “estraneo”, un incidente di percorso da risolvere al più presto, esso e il suo presidente macchiati dall’infame stigma di aver portato i comunisti nelle stanze del potere. 

La Covid-19, che sembrava una tempesta, appare ora più come uno tsunami la cui onda non accenna a rifluire. I paradigmi che ci hanno guidato ne sono travolti. Le democrazie, indebolite, stentano ad affrontare questa fase con una base comune. L’Europa tituba davanti ai cambiamenti necessari. Rischiano i capi di governo, con le giocate, rischiano i leader delle opposizioni, con le escalation. Una danza che fa tremare il fragile impiantito delle democrazie moderne colpite dalla pandemia. 

Copertina: Un momento della manifestazione organizzata da Vox a Madrid

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La destra delle piazze contro Sánchez, l’equilibrista ultima modifica: 2020-05-25T10:34:59+02:00 da ETTORE SINISCALCHI

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