Berlinguer, ti vogliamo ancora bene

Del “berlinguerismo” si torna ogni tanto a discutere in tempi di anniversari, tra nostalgia e mitologie. Rimane una visione autonoma delle grandi contraddizioni della realtà internazionale e un progetto per la società italiana. Una “diversità” allo stesso tempo limite e forza del Pci.
scritto da ALDO GARZIA
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Lo scorso 25 maggio Enrico Berlinguer avrebbe compiuto novantotto anni. Sono invece passati ben trentasei anni dalla sua morte, avvenuta a Padova l’11 giugno 1984. Da allora, sono cambiati completamente l’Italia e il mondo (non ci sono più Dc, Pci e Psi; è scomparsa la “cortina di ferro” che divideva Est e Ovest). Eppure l’ammirazione per il “compagno Enrico” e la nostalgia per una stagione specifica della politica italiana restano fortissime nelle generazioni che hanno vissuto in prima fila gli anni Settanta e Ottanta.

Chissà invece cosa pensano i più giovani di quell’uomo magro, dal sorriso discreto e dallo spiccato accento sardo (era nato a Sassari il 25 maggio 1922) che ogni tanto appare in tv in qualche documentario o si cita quando si vuole fare riferimento alla fase in cui la sinistra italiana era egemone nella società italiana e poteva rivendicare, a ragione nonostante la conventio ad excludendum, una collocazione di governo sulla base del fatto che un italiano su tre votava comunista e alcune regioni erano governate da giunte di sinistra. 

Eletto segretario nel 1972 scalzando le candidature di Giorgio Napolitano e Pietro Ingrao, grazie alla saggezza politica di Luigi Longo (quest’ultimo, successore di Palmiro Togliatti, non era più in grado di assolvere al ruolo di segretario per i postumi di un ictus), iscritto al partito fin dai primi anni Quaranta, segretario dei giovani comunisti per un lungo periodo e con una discreta esperienza internazionale, Berlinguer e il berlinguerismo hanno caratterizzato la fase dei massimi successi elettorali e politici del Pci.

Enrico Berlinguer al XIII Congresso del Pci nel 1972, quando venne eletto segretario nazionale. In primo piano, Enrico Berlinguer; alle sue spalle, Gian Carlo Pajetta, Pietro Ingrao e Ugo Pecchioli (di profilo); in ultima fila: a sinistra Achille Occhetto, a destra Davide Lajolo, detto Ulisse.

La sua impronta personale al partito la imprime già a fine 1973, quando delinea la strategia del “compromesso storico” con tre articoli pubblicati sul settimanale Rinascita. L’11 settembre 1973 c’era stato il golpe militare in Cile contro il governo del socialista Salvador Allende. Il giudizio di Berlinguer fu molto preoccupato sullo stato della democrazia nel mondo dopo quell’evento, per questo ne trasse la conseguenza che in Italia sarebbe stato opportuno favorire l’incontro tra i tre filoni culturali che avevano fatto la Resistenza contro il fascismo e rappresentavano i partiti di massa più radicati nella società italiana: Dc, Pci e Psi.

Quella proposta politica si scontrò con le posizioni dei movimenti post-sessantottini ma incontrò l’interesse di Aldo Moro, dirigente di primo piano della Dc, ex premier e ministro, che andava ragionando su una “terza fase” della politica italiana dopo quella della ricostruzione degli anni seguiti al fascismo e quella dei primi governi di centrosinistra con la partecipazione del Psi. Per “terza fase”, Moro intendeva la possibilità che potesse esserci addirittura un’alternanza alla guida dei governi nel quadro di una democrazia compiuta (dovranno passare ancora molti anni perché si avvii davvero la fisiologia dell’alternanza nel sistema politico italiano).

Prima dei tre articoli per Rinascita, Berlinguer era stato protagonista di un episodio mai del tutto chiarito. Il 3 ottobre 1973, mentre era in visita ufficiale in Bulgaria, la sua auto fu investita da un camion militare: l’interprete morì insieme ad altri due passeggeri mentre Berlinguer si salvò. Secondo la testimonianza di Emanuele Macaluso, storico dirigente del Pci, Berlinguer gli avrebbe parlato dell’incidente come del tentativo dei servizi segreti sovietici di eliminarlo.

1974-1976, un bel triennio

Nelle elezioni politiche del 20 giugno 1976 il Pci ottenne il 34,4 per cento alla Camera dei deputati e il 33,8 per cento al Senato. I comunisti erano vicini alle percentuali della Dc (38,7 per cento), dopo aver contribuito alla vittoria nel referendum sul divorzio nel 1974 (Berlinguer ebbe titubanze ad affrontare quella prova temendo il tradizionale riflesso moderato della società italiana) e aver conquistato città e regioni nel voto amministrativo del 1975. Quel triennio di successi politici per la sinistra e il Pci in particolare aveva permesso la realizzazione dei “governi di solidarietà nazionale” dal 1976 al gennaio 1979 con l’astensione del Pci per meglio fronteggiare la crisi economica e l’emergere del fenomeno del terrorismo nero e rosso.

Il rapimento, avvenuto il 16 marzo 1978, e l’uccisione di Moro da parte delle Brigate rosse (9 maggio) stroncano definitivamente ogni ipotesi di “compromesso storico”.

Stretta di mano tra Enrico Berlinguer e l’allora presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro, i principali fautori del compromesso storico (Roma, 3 maggio 1977).
Un “secondo Berlinguer”

Da quel momento in poi, Berlinguer cercò di delineare una politica diversa dal “compromesso storico”, che lui stesso definì di “alternativa”, a iniziare dal 1980, quando in una Napoli post terremoto annunciò che l’obiettivo del Pci era costruire un governo fondato su alleanze diverse da quelle imperniate sulla Dc. È una correzione di strategia che Berlinguer compie quasi in solitudine, mentre gran parte del gruppo dirigente del Pci non avrebbe voluto indietreggiare dal riconosciuto ruolo di governo acquisito dal 1976 in poi.

Questa nuova strategia berlingueriana cercò di fondarsi su una nuova lettura della società italiana: il movimento delle donne, il ruolo dei movimenti, l’attualità della lotta per il disarmo di fronte al riarmo dettato da Ronald Reagan che intanto aveva conquistato la Casa Bianca, la difesa delle lotte operaie a iniziare da quella alla Fiat del 1980. A tutto questo si aggiungeva la definitiva autonomia da Mosca, cercando dopo il fallimento dell’eurocomunismo (il fronte comune con i comunisti spagnoli e francesi di metà anni Settanta) un avvio di collaborazione con le socialdemocrazie europee più avanzate e in particolare con l’Internazionale socialista del tedesco Willy Brandt, dello svedese Olof Palme e dell’austriaco Bruno Kreisky. 

Berlinguer condusse il rinnovamento culturale e politico del Pci a partire dalla “questione morale” (l’eccesso di occupazione di poteri da parte dei partiti) fino alle Colonne d’Ercole su cui non si era avventurato nessun altro segretario del Pci. E anche per questo la sua eredità ebbe il sapore di una missione incompiuta che i successori – Alessandro Natta prima e Achille Occhetto dopo – si limiteranno ad amministrare fino ai fatti del 1989 (la caduta del Muro di Berlino) che convincono Occhetto a operare la “svolta” del cambiamento del nome e del simbolo del partito. Inizia così nel 1990-1991 il tortuoso cammino che portò al Pds, ai Ds e all’attuale Pd.

Enrico Berlinguer ai cancelli della Fiat di Mirafiori
Il duello con Craxi

Bettino Craxi venne eletto segretario del Psi il 16 luglio 1976 e presidente del Consiglio il 4 agosto 1983, carica che ricoprì fino al 9 aprile 1987. I suoi rapporti con Berlinguer furono tormentati e il più delle volte di esplicito conflitto (sulla trattativa con i brigatisti rossi che rapirono Aldo Moro, sull’abolizione della scala mobile, sull’installazione degli euromissili a Comiso, sull’unità e i destini della sinistra italiana).

La furia di Tangentopoli, la scomparsa dei partiti di massa (Dc, Pci, Psi), l’irrompere del populismo di Silvio Berlusconi, l’apertura di una crisi istituzionale senza precedenti (la transizione infinita verso una “seconda Repubblica”), le modalità con cui avvenne la svolta impressa da Occhetto (il tormentato e lungo dibattito interno, il prezzo della scissione di Rifondazione comunista, la vaghezza di riferimenti culturali all’insegna del nuovismo e di una carovana che si metteva in marcia senza radici se non nel presente, la competizione con il Psi di Craxi) non hanno dato solidità all’approdo del Pds nell’Internazionale socialista e nel Partito del socialismo europeo. 

Pur con oscillazioni, nella strategia di Berlinguer c’era una visione autonoma delle grandi contraddizioni della realtà internazionale insieme a un progetto per la società italiana. L’idea berlingueriana della “diversità” del Pci era un limite ma anche la forza di quel partito. Per questo, la nostalgia si tramanda fino ai giorni nostri a ogni anniversario che ci ricorda Berlinguer. 

Enrico Berlinguer e Bettino Craxi, segretario del Psi

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Berlinguer, ti vogliamo ancora bene ultima modifica: 2020-05-26T09:49:44+02:00 da ALDO GARZIA

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