La vita in uno schermo

“È il fatto di essere connessi che produce nella nostra mente l’effetto di un pianeta che vive e respira e accumula malattie ed è la stessa idea della connessione, con il suo vortice decentrato di prossimità infinite, che acuisce la percezione già intensa che non ci sia più un là fuori, ma un ovunque nello stesso istante”.
scritto da ELI GOTTLIEB
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Tutti sanno dov’erano quando le Torri Gemelle sono crollate. Era un evento collocabile sulle coordinate spazio-temporali del mondo, e per tutta la nostra vita ci saremmo ricordati cosa stavamo facendo nel preciso istante in cui quelle due inconfondibili linee parallele di Lower Manhattan hanno preso fuoco e si sono sgretolate. Per molti americani cresciuti negli anni Sessanta, i filmati dell’11 settembre sono andati ad affiancare le immagini di altri eventi epocali: l’assassinio di Kennedy, il Vietnam, Neil Armstrong, Martin Luther King, la sparatoria alla Kent State University, il Watergate, la morte di John Lennon. Erano stati momenti cardinali, rintracciabili su un arco coerente nella vita di un paese. Avevamo pianto, eravamo scesi in strada, e in certi casi c’erano stati scontri violenti, palazzi incendiati. A prescindere da quanto la retorica fosse apocalittica o bruciante il dolore, capivamo il nostro ruolo nell’ecosistema nazionale. Da bravi cittadini, leggevamo il copione che ci era stato assegnato nel teatro della Democrazia Occidentale. 

Ma quello che sta succedendo ora non solo è più globale di qualunque altro evento che l’ha preceduto, ma occupa anche uno spazio diverso nella storia moderna. È qualcosa che sta cambiando il mondo silenziosamente, in una nuvola fatta di milioni di impercettibili impatti la cui invisibilità e le cui conseguenze rispecchiano la realtà stessa della connettività. È il fatto di essere connessi che produce nella nostra mente l’effetto di un pianeta che vive e respira e accumula malattie ed è la stessa idea della connessione, con il suo vortice decentrato di prossimità infinite, che acuisce la percezione già intensa che non ci sia più un là fuori, ma un ovunque nello stesso istante. La pandemia del Covid-19 è un solvente universale che dissolve le differenze, elimina le distanze e parla tutte le lingue. È impossibile in queste circostanze non pensare che trasferendo sugli schermi una parte sempre più consistente della nostra vita, abbiamo rinviato il confronto con tutto quello che c’è fuori, e ciò che viene represso, come succede sempre, è tornato a morderci proprio nel nostro punto più vulnerabile. 

Per gran parte della settimana vivo in una cittadina a meno di due ore da New York, upstate. Quando ero rientrato in America dopo anni passati in Italia, mi ero ripromesso che non sarei tornato a New York, la città dov’ero nato, ma avrei trovato un’alternativa al rumore e all’opprimente velocità di Manhattan. Eppure il mio essere qui, lontano anni luce dall’Upper West Side e immerso nei boschi, non mi toglie un briciolo di paura e non mi fa sentire meno sulla difensiva. Come tutti, passo un sacco di tempo a chiedermi: ho la tosse secca o grassa? Cos’è stata l’ultima cosa che ho toccato? Chi è l’ultima persona che ha respirato quest’aria? Quella piccola spirale che vedo cadere da un pacchetto che mi hanno appena consegnato, è solo polvere o qualcosa di vivo e malintenzionato? 

Nel film di Francis Ford Coppola La Conversazione, Harry Caul è un investigatore privato la cui evidente depressione viene interpretata con brillante understatement da un magistrale Gene Hackman. Come esperto di intercettazioni, viene ingaggiato per trovare le cimici nelle case dei clienti. Ma a un certo punto la situazione si ribalta ed è il suo appartamento ad essere intercettato, quindi Caul si mette a smantellare sistematicamente le stanze del suo appartamento tentando invano di trovare un microfono nascosto. Alla fine, circondato dalle macerie, si siede a suonare l’unica cosa rimasta intatta nella sua casa, il sassofono. 

Il virus, in un certo senso, ci ha trasformati tutti, ricchi o poveri, sposati o single, in campagna o in città, in tanti Harry Caul.

Da parecchi anni insegno in un’università di New York. Nel semestre di primavera di quest’anno ho tenuto, neanche a farlo apposta, un seminario sulle rappresentazioni della follia nella letteratura moderna. Di solito insegno fiction in un laboratorio che ha un preciso percorso pedagogico, la cui coreografia si è raffinata negli anni, di analisi e discussione con gli studenti. Ma questo era un corso su libri e idee e mi immaginavo che lo stile dell’insegnamento sarebbe stato diverso, probabilmente più dialogico e vario, forse più divertente. 

Il corso era partito giovedì 24 gennaio, con qualche brano dal saggio di Roy Porter Madness: A Short History. Nell’introduzione, Porter riassume abilmente la lunga storia della follia, dai primi casi in cui era catalogata come “possessione divina” al contenimento in manicomio, passando dall’avvento rivoluzionario della terapia psichiatrica negli anni Cinquanta, per concludere nell’era contemporanea, con la vasta gamma di opzioni terapeutiche. 

I partecipanti erano diciotto in totale, un miscuglio insolito di giovani brillanti, tutti laureati. Oltre ai soliti studenti di MFA, alcuni avevano un master in giornalismo e poi c’era una donna indiana che lavorava in una clinica psichiatrica di Nuova Delhi e voleva ampliare il suo orizzonte di riferimenti letterari. In più, molti erano coinvolti in prima persona: parecchi avevano disturbi emotivi, alcuni erano stati ricoverati per depressione, e un numero consistente faceva uso di farmaci. Raccontavano le loro esperienze con nonchalance e distacco, come se parlassero del clima o di geopolitica, ed ero colpito da questa capacità di aprirsi, così diversa dalla repressione tipica della mia generazione, e dalla lucidità mentale che mi pareva richiedesse. Ero felice di quel gruppetto di gente sveglia e carismatica, e mi sembrava un inizio davvero promettente. 

Proprio quel giorno, la rivista medica The Lancet pubblicava una ricerca di medici e scienziati cinesi del tutto ignorata dai media americani. Il titolo era “Caratteristiche cliniche di pazienti contagiati dal nuovo coronavirus 2019 a Wuhan, Cina”. Tra le scoperte principali della ricerca c’era il periodo insolitamente lungo in cui si può risultare asintomatici mentre il virus è in incubazione. Gli autori della ricerca consigliavano caldamente di indossare un adeguato equipaggiamento protettivo – soprattutto il personale ospedaliero che lavorava in contatto con i malati –, sottolineavano l’importanza dei tamponi e, considerando il suo “potenziale pandemico” ricordavano che era fondamentale seguire attentamente l’evoluzione del virus. 

Dopo quella prima lezione ero tornato a casa pieno di speranze per il semestre. Avevo concepito il corso in modo da trascorrere più tempo possibile sia a studiare gli strumenti tecnici ed artistici che i grandi autori utilizzavano per rappresentare la follia, sia ad analizzare gli elementi sociali che definivano la follia nell’epoca in cui gli scrittori vivevano. La follia emerge sia nella sfera pubblica che in quella privata, e anche se nell’individuo le due si mescolano liberamente lo fanno sotto l’egida del potere, che prima dà il nome al disturbo e poi mantiene il controllo sulle conseguenze di quella definizione.

La settimana successiva, subito dopo Roy Porter, ci eravamo addentrati nel libro culto della follia femminile, La carta da parati gialla di Charlotte Perkins Gilman. Pubblicato nel 1882, è diventato una sorta di documento fondativo del femminismo americano grazie alla sua eloquente interpretazione allegorica delle difficoltà delle donne nell’America di fine Ottocento. Era l’epoca della “nevrastenia,” quel disturbo tipicamente americano che secondo molti era associato allo stress della civiltà industriale e che veniva diagnosticato in maniera sproporzionata alle donne. Veniva di norma consigliato il riposo, una “cura” che, come Gilman sottolineava, tendeva pericolosamente alla repressione totale se non all’eliminazione del punto di vista femminile. Nella storia, la protagonista viene mandata in un maniero per rimettersi in salute, con il divieto di dipingere e scrivere per evitare ogni tipo di eccitazione. La sua reazione è quella di concentrarsi sulla carta da parati: si convince che i motivi e i disegni contengano messaggi insidiosi, che si trasformino di notte mentre sta dormendo, e man mano che la sua mania peggiora crede che nelle loro ombre si nascondano persone in carne ed ossa. Il motivo per cui questo libro è diventato un classico in America non è solo la critica mordente dell’allegoria, ma anche — come non mi stanco mai di ripetere in classe — l’abilità artistica evidente nel processo creativo. Gilman, che in seguito ebbe una lunga carriera sia come “suffragetta” che come scrittrice, manteneva uno stile convincente, intenso e fluido utilizzando una gran varietà di tecniche e tropi sofisticati.

Il 31 gennaio le temperature a Manhattan avevano toccato i 40 gradi. I bar e i ristoranti erano affollatissimi e la borsa era andata alle stelle. A mezzo mondo di distanza, il Regno Unito e la Russia, insieme a Svezia, Spagna e Italia, registravano i primi casi di quello che ora veniva comunemente chiamato “nuovo coronavirus” . Anche Canada, Thailandia e Singapore avevano nuovi casi. In America, il New York Times riportava una notizia che chiariva tristemente cosa dovevamo aspettarci. Il personale ospedaliero inviato in due basi militari californiane per assistere i cittadini americani evacuati da zone di massima allerta coronavirus in Cina e altrove, aveva “interagito con i soggetti – in quarantena per essere stati potenzialmente esposti al virus – senza adeguata preparazione medica o dispositivi di protezione efficaci, per poi tornare e mescolarsi al resto della popolazione.” Erano dipendenti del Dipartimento per la Salute e i Servizi Umani, il cui ministro, Alex Azar, è un irruento ex lobbista e dirigente nel settore farmaceutico. 

Quel giorno la discussione in classe si era trasformata in una chiacchierata sul trauma – il più diffuso agente eziologico nelle malattie mentali – lo stesso agente che in questo preciso istante sta causando un’ondata di devastazione planetaria. Il trauma, che è un po’ l’architrave nella casa della follia, viene definito come una “quantità di stress tale da sovrastare l’abilità dell’individuo di affrontare una situazione o integrare le emozioni implicate in quell’esperienza.” Gli studi più recenti hanno aggiunto sfumature alla comprensione di quel particolare fenomeno in cui il trauma può rimanere latente per anni e poi essere attivato all’improvviso da un evento scatenante. In altre parole, si può subire una violazione dell’integrità emotiva durante l’infanzia, metabolizzarla psicologicamente nel corso degli anni fino a non notarla più, e poi esserne travolti molto tempo dopo, in seguito a un evento privo di un rapporto evidente con il trauma originario: il suono di una voce, un’immagine, la pressione di una mano sulla schiena. Quindi per il pericolo che comporta e per questa sua capacità di cambiare forma e rimanere sepolto per anni prima di esplodere, il trauma è il perfetto corrispettivo psicologico del virus.

Sono nato in una famiglia piccolo borghese di ebrei socialisti. Dopo qualche anno a Manhattan si erano trasferiti in quello che allora era il rurale New Jersey, come tanti altri ebrei che avevano lasciato la città per pascoli più verdi. Cedar Grove, dove ci eravamo stabiliti, era una piacevole cittadina a poco più di 20 chilometri a ovest di Times Square. Negli anni Sessanta, era tutto nel classico stile vecchia America, con il lattaio che portava le bottiglie di vetro tutte le mattine, le parate del Quattro Luglio con i camion dei pompieri e la banda, i frutteti che vendevano il succo di mela fresco, e pochissimi neri. I miei compagni di scuola sarebbero diventati come i personaggi dei Sopranos: immigranti italiani venuti dall’Abruzzo e dalla Calabria, che lavoravano come “operatori ecologici” o addetti alla manutenzione dei giardini. Guidavano sfavillanti Cadillac e Lincoln grandi come yacht e i loro figli, i miei compagni, venivano a scuola con costose calze di seta e camicie dal collo alto. Avevo notato quegli eccessi ma non ci avevo prestato molta attenzione. Ero un bambino, e mi preoccupavo principalmente di come costruire delle amicizie e di chi reclutare nella mia squadra personale per lanciarmi al più presto nel gran gioco eccitante della vita. 

Avrebbe potuto essere un’infanzia idilliaca, considerando l’ambiente bucolico e il fatto che negli anni Sessanta l’America stava raggiungendo il culmine della prosperità postbellica. Ma c’era una fattore che complicava le cose. Il mio unico fratello, più grande di me, era affetto da una forma grave di autismo, che in quell’epoca soprattutto era un fardello pesante non solo per lui ma per tutti quelli che gli orbitavano intorno, la sua famiglia. Gli anni Sessanta furono il Medioevo dell’autismo. Il disturbo era stato definito clinicamente solo nel 1944 e rimaneva quasi del tutto un mistero. A peggiorare le cose, uno psichiatra viennese trapiantato in America, Bruno Bettelheim, le cui teorie erano molti in voga in quel periodo, sosteneva che l’autismo fosse interamente da attribuire a quelli che definiva “genitori frigorifero”, cioè fondamentalmente freddi e razionali.

Bettelheim si rivelò poi un ciarlatano, ma ormai aveva diffuso, tra le donne della generazione di mia madre, uno dei migliori strumenti per autopunirsi mai inventati: secondo le sue teorie, mia madre soltanto era responsabile del fatto che mio fratello si mordeva la mano quasi fino all’osso, sbatteva per ore la testa contro il muro e piangeva in modo inconsolabile. Eppure nessuno, tantomeno Bettelheim, sapeva spiegare l’origine di quel disturbo, e ovviamente nessuno sapeva come curarlo. 

New York. Lockdown is gonna start @angelo_cennamo

Avevo tirato in ballo ciò che J.D. Salinger chiamava “tutte quelle stronzate alla David Copperfield,” per sottolineare un aspetto del trauma. Rientravo nella definizione da manuale di infanzia traumatica e il risultato è semplice: non mi ricordo niente. Sembra un’iperbole, ma non lo è. Ho sempre invidiato le persone per cui il passato, inclusa l’infanzia lontana, è uno schema ordinato con un elenco di anni che contengono archivi perfettamente organizzati, suddivisi in settimane e mesi. Per me, il trauma era un vento violentissimo che spazzava la mia memoria lasciando solo la cresta delle onde, brandelli sparsi di ricordi. Nella mia infanzia non c’erano spazi in cui mi sentivo protetto, nessun rifugio sicuro in cui passare il tempo necessario per trovare un centro, per radicarmi. Ecco perché quello che ricordo di più di quegli anni di formazione non è una cosa specifica o un’immagine, ma l’esatto opposto, un’assenza lacerante, rumorosa.

Man mano che il semestre avanzava, gli studenti cominciavano a scegliere ruoli ben definiti. Uno diventava l’intervistatore senza scrupoli, un altro l’istigatore del dissenso, un altro ancora il ricercatore che portava nella discussione materiale insolito. Un paio dormivano quando c’era da scambiarsi i ruoli, e dicevano il meno possibile. Ma la maggior parte era felice di esserci e pronta a incoraggiarsi a vicenda. Ci stavamo avvicinando, come succede nelle classi migliori, per formare una specie di famiglia temporanea. 

Quella vicinanza si era intensificata avanzando lentamente nella lettura di Sula, il capolavoro di Toni Morrison, un libro che, tra le altre cose, contiene una descrizione dettagliata del disturbo da stress post traumatico nel ritratto di Shadrach, veterano delle trincee nella prima guerra mondiale. Come altre generazioni di lettori americani, gli studenti erano stregati dalle cadenze armoniose della voce di Morrison, dalle descrizioni pacate che vibrano di sentimento. 

Il nostro senso di comunità era aumentato ulteriormente leggendo l’indimenticabile ritratto che Jeanette Winterson fa dell’ossessione religiosa in Non ci sono solo le arance e passando poi ai vasti paesaggi cesellati di quella bibbia della follia che è La campana di vetro di Sylvia Plath. La Plath era una meta fondamentale per le lezioni, e abbiamo passato ore nella vasta e spesso controversa letteratura che si è sviluppata intorno alla natura della sua impresa letteraria (“fareste il tifo per la Menade Oscura? O per la Ragazza Quasi Qualunque?”). Nel frattempo, e ormai era marzo, cominciava a sentirsi uno strano rumore nell’aria. Era il rombo della paura. 

Times Square during lockdown New York City @WorldTourisms

La paura veniva dalla nave da crociera Grand Princess attraccata al largo della California. Quel giocattolo per un pubblico prevalentemente anziano e già compromesso dal punto di vista immunitario era stato in Messico prima di rientrare negli Stati Uniti e ora pareva fosse diventato una specie di gigantesca capsula Petri galleggiante. Intanto le foto del virus avevano cominciato a spuntare ovunque e sembrava un pallone da spiaggia psicotico che emana un’energia maligna dalle antenne appuntite. Le autorità confermavano che la diffusione del virus era stata contenuta all’interno della nave, ma potevamo crederci? La paura aveva cominciato a trasformarsi in panico. 

L’America, ovviamente, ha una lunga, epica tradizione di familiarità con il panico. L’America adora il panico. Il panico mantiene stabili le distinzioni sociali, rinforza le differenze tra chi ha accesso all’informazione reale e chi no, contribuisce a tenere uniti elettorati divisi e aiuta a distrarre dai continui finanziamenti alla nostra ciclopica macchina militare, che è anche il principale datore di lavoro del paese. La storia americana potrebbe essere letta come una lunga narrazione sul panico. Questa tendenza può anche essere letta come un effetto collaterale, alla McLuhan, degli stessi mass media. Nati e cresciuti nel nostro paese, detestano il vuoto e lo riempiono con il panico: Panico Indiano, Panico Giallo, Panico Ebreo, Panico di Wall Street, Paura Rossa, Paura Polio, la lista è infinita. In questo caso, il panico da coronavirus che iniziava a diffondersi nell’aria dei primi di marzo era solo nella fase iniziale, muoveva i primi passi, studiava la sua mossa di apertura.

In più, il virus era arrivato in un momento peculiare nella vita della repubblica. Aveva iniziato a mostrarsi verso l’inizio della fine del primo mandato del Presidente Donald J. Trump. Quella di Trump non era una presidenza nel senso comune della parola, cioè un insieme coerente di decisioni mirate alla lucida realizzazione di una visione politica, no era una continua trovata pubblicitaria, una gara di trogloditi per il potere, basata sulla distrazione, sull’elusione, e sul trucchetto di alzare continui polveroni per affaticare gli occhi già stanchi dell’elettorato. Trump stava proprio in quel periodo realizzando trionfalmente la massima di Hemingway: “e alla fine quell’epoca ottenne la merda che voleva.” Era il nostro presidente. L’avevamo eletto noi, era il prodotto del delirio e delle falsità del sogno americano. Aveva imperniato tutta la sua carriera su bustarelle, ladrocinio e clientelismo, ma nel coronavirus aveva finalmente trovato un nemico che non poteva fregare o zittire con la benedizione dei giornalisti impomatati di Fox News. In questo caso la sfida non era affrontare un’opinione diversa dalla sua. Doveva sfidare la morte. E la morte fa tornare tutti ai principi fondamentali. Per parafrasare Samuel Johnson, “aiuta meravigliosamente a concentrarsi”. Era sempre più evidente che quel virus ci sapeva fare con la morte meglio di chiunque altro. 

Qualche giorno fa, mentre ero alla finestra, ho visto una volpe in giardino. Era un bel maschio vigoroso, ed era entrato trottando nel mio campo visivo con fare guardingo, con la grossa coda a pennello alzata e curva come un punto interrogativo. Si era avvicinato alla casa annusando l’aria. Il muso appuntito mi aveva ricordato che era imparentato con la stessa famiglia dei cani che avevo avuto nel corso della mia infanzia. Una volta, anni prima, avevo sorpreso un gruppo di volpacchiotti da soli nei boschi. Probabilmente non avevano mai visto un essere umano prima di me, e a quanto pareva mi trovavano innocuo e interessante, proprio come io vedevo loro. Per parecchi minuti avevamo giocato sotto lo strano influsso dell’eguaglianza tra le specie, e poi io me ne ero andato per la mia strada, con impressa l’immagine di quegli occhietti scuri desiderosi di interagire e la silenziosa ma palpabile gioia per il nostro incontro. 

Ma quel giorno, l’avvistamento della volpe nel mio giardino era stata interrotto perché era ora di tornare al computer e insegnare l’ultima lezione del semestre. Erano passati due mesi, e in quel periodo la vita americana era stata rivoluzionata per sempre. Il virus, aiutato dal narcisismo inetto del presidente e dal suo talento esclusivamente predatorio, si era propagato in una silenziosa reazione a catena in tutto il paese. Settimane prima tutte le lezioni erano migrate su Zoom, e avevo osservato la nostra comunità virtuale , sparpagliata in tutto il paese e all’estero, lottare non solo con le bizze dei collegamenti, ma anche con l’incertezza assoluta che tormentava tutti: quando finirà tutto questo? 

Nelle settimane precedenti avevamo analizzato vari modelli di pazzia. L’agonia splendidamente lucida di Yiyun Li, le urla del cuore spezzato di Elena Ferrante ne I giorni dell’abbandono, Jean Rhys, George Saunders, Leonard Michaels, Binnie Kirshenbaum, Annie Ernaux – scrittori che ci avevano mostrato la follia sia come tema a se stante sia incarnata in una prosa che cercava di imitare la particolare intensità della patologia. Avevamo anche studiato alcuni testi supplementari sulla relazione tra dipendenza e trauma, sulla sindrome di Otello e la gelosia ossessiva, su femminismo e psicanalisi, farmaci e creatività, e un saggio affascinante di Esme Weijun Wang intitolato Who Gets to be the ‘Good’ Schizophrenic? chi può essere definito uno schizofrenico ‘buono’?

Times Square during lock-down New York City @WorldTourisms

La nostra lettura finale non era narrativa ma un saggio che mi era stato sottoposto da uno studente. Era una recensione scritta da un medico americano di nome Marcia Angell di tre libri che parlavano di cure psichiatriche. La recensione era del 2011 e avevo una certa familiarità con due dei tre testi trattati, perché li avevo letti per l’ambientazione del mio romanzo più recente, scritta con la voce di un uomo autistico di mezza età. Si trattava di studi insolitamente ponderati sulle lucrose politiche istituzionalizzate alla base delle cure psichiatriche in America e fornivano anche una critica delle ricerche solitamente presentate a sostegno delle politiche stesse. Con precisione e senza nessuna ipocrisia, gli autori confutavano per sempre l’idea che la malattia mentale sia il risultato di uno “squilibrio chimico” e in più dimostravano che i farmaci, se usati per un periodo di tempo particolarmente esteso, spesso producono nella chimica del cervello i danni permanenti per cui erano stati inizialmente prescritti. 

Dopo quell’ultima lezione – più pacata del solito perché eravamo tutti affaticati dalle incertezze che filtravano nelle nostre giornate, e dalla difficoltà di mantenere rapporti vitali in uno spazio virtuale –, ero tornato al saggio-recensione di Angell perché la questione mi toccava personalmente. Quando i miei genitori erano morti, ero diventato il tutore di mio fratello e quindi avevo il diritto legale di essere consultato sulla vasta gamma di farmaci antipsicotici usati per regolare il suo umore (vive in una comunità per persone con disabilità dello sviluppo). La lettura di quel testo mi aveva fatto ripensare a mia madre, con la quale nel corso degli anni avevo avuto molte conversazioni sui farmaci di mio fratello e poi – come capita nelle diramazioni capricciose della memoria – a un commento specifico che aveva fatto a proposito dell’undici settembre. Era successo un paio di giorni dopo la tragedia e io vivevo a Roma. Quando mi aveva chiamato ci eravamo confessati tutto il nostro sgomento, e poi lei era rimasta in silenzio e aveva detto, lentamente, “Meno male che non sono giovane di questi tempi.” Cioè era felice di non essere giovane in un mondo che sarebbe solo diventato più pericoloso, grezzo, duro, e di conseguenza sempre più diviso.

Mentre scrivo queste parole, alzo lo sguardo e osservo la foto virata seppia che tengo sulla scrivania. Mia madre ha più o meno tredici anni, e posa nello studio di un fotografo davanti a un fondale su cui spiccano, dipinte, delle scale e una tenda. Indossa un vestito di velluto scuro stretto in vita da una cordicella dorata, e ha la posa leggermente rigida e imbarazzata di un’adolescente che fa di tutto per nascondere a se stessa la propria intelligenza. Fuori dalla finestra ci sono i tardi anni Trenta o i primi Quaranta. I suoi bellissimi occhi scuri guardano nel futuro senza vederlo. Pur sforzandomi, non riesco a immaginare cos’avrebbe detto in questo momento. 

Copertina: Times Square durante il lockdown

Traduzione di Gioia Guerzoni

Questo è il terzo di cinque reportage (simbolicamente uno per continente) sui tempi del coronavirus commissionati dal Center for the Humanities and Social Change di Ca’ Foscari a importanti scrittori internazionali. Il primo della serie è Il mondo alla rovescia. Reportage dal Kenya di Stanley Gazemba. Il secondo è Il lockdown nella libera Repubblica del Pigneto di Igiaba Scego.

La vita in uno schermo ultima modifica: 2020-05-29T11:53:54+02:00 da ELI GOTTLIEB

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