È lui l’incendiario. Un sovversivo alla Casa Bianca

scritto da GUIDO MOLTEDO
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Trump che scaglia una molotov. È la copertina che The Economist dedica al neopresidente il 5 febbraio 2017, poco dopo l’insediamento alla Casa bianca. “Un sovversivo alla Casa Bianca”, titola il settimanale.

Oggi che l’America va a fuoco, vale la pena ricordare quella che poteva sembrare un’esagerazione giornalistica ma che era semplicemente la lettura precisa della realtà sinistra che si spalancava di fronte all’America e al mondo con l’arrivo alla Casa Bianca di Donald Trump. Ricordiamo qui un’altra copertina che fece scalpore. Di Der Spiegel.

E ce ne furono altre. Del New Yorker. Del Daily News. Di Time. E diverse altre dell’Economist. Tutte con l’inequivocabile messaggio condensato nella prima copertina dell’Economist. Un sovversivo. Un incendiario.

Quell’outsider arrivato nella stanza dei bottoni – compreso il bottone rosso dell’atomica – faceva paura, dentro e fuori l’America.

L’incoronazione di Donald Trump era stata preceduta e resa possibile da una campagna elettorale giocata sulla rivincita dell’uomo bianco rispetto a una sua presunta messa ai margini nella nuova mappa demografica americana, dominata da minoranze e, tra queste, da quella che da sempre è stata parte dell’America e che da sempre non è stata considerata parte dell’America dai bianchi, prima dagli antenati di molti degli elettori di Trump e poi ovviamente da questi stessi. Questi stessi che hanno sostenuto attivamente il vergognoso movimento dei birther foraggiato e ideato da Trump teso a delegittimare l’elezione di Barack Obama sulla base della negazione della sua nascita (birth) sul suolo americano, requisito indispensabile per essere eletto presidente.

La sua presidenza è stata una campagna elettorale permanente. Tesa alla continua mobilitazione della sua base, bianca, razzista, con continue allusioni, e perfino attacchi espliciti, nei confronti delle minoranze, latinos, asiatici, africano-americani.

Ora che si è in prossimità di nuove elezioni presidenziali, è evidente l’intenzionalità di un atteggiamento, da parte sua, di chi getta benzina sul fuoco, un fuoco deliberatamente alimentato nel corso di questi quattro anni.

L’esasperazione dello scontro rinsalda il fronte che lo sostiene. È un fronte che va dalle milizie suprematiste fino a elettori bianchi che non direbbero mai di essere razzisti ma che, con l’alibi delle violenze, non importa da chi innescate, non certo dai neri, sostengono con convinzione un presidente che parla e agisce come il padrone di un campo di cotone dei tempi della schiavitù.

Nella fase finale della sfida con Hillary Clinton, quando per la gran parte dei media aveva sicuramente già perso, l’unico a credere nelle sue possibilità di farcela, fu Steve Bannon (tornato nelle cronache proprio in questi giorni), e con lui il potente gruppo di finanziatori della destra estrema che ruota intorno al miliardario Robert Mercer e a sua figlia Rebekah. Mentre tutti i repubblicani e la loro stampa amica imploravano Trump perché smorzasse i toni, per avere qualche speranza di farcela, Bannon lo spingeva nel senso opposto. A “essere Trump”, anche più.

Quel copione si ripete adesso. Trump gioca anche più pesante, da presidente, rispetto ad allora, con i mezzi di cui dispone un presidente.

Torna ancora più drammaticamente attuale la domanda che ponemmo il 20 dicembre scorso, commentando la reazione di Trump al voto della maggioranza della camera a favore del suo impeachment.

Che cosa può succedere in un paese nel quale ci sono molte più pistole e fucili, anche da guerra, che abitanti? Un paese nel quale, solo nell’ultimo anno, quarantamila persone sono morte in seguito a sparatorie? Nel quale dal 2012 (strage di Sandy Hook) a oggi sono decedute settecentomila persone uccise da armi da fuoco? Che cosa può succedere in un paese così, se il presidente in carica accusa l’opposizione di tentare di liberarsi di lui con un colpo di stato?

E ricordavo lo scalpore suscitato da un tweet di Trump, che rilanciava come fosse proprio quello di un suo ardente sostenitore, Robert Jeffress, pastore battista di una megachurch di Dallas, il quale paventava lo scenario di una “frattura simile alla guerra civile” nel caso Trump fosse rimosso dall’incarico al termine di un procedimento d’impeachment. E il giorno dopo gli strateghi della campagna per la rielezione di Trump lanciavano un nuovo messaggio propagandistico che faceva eco al tweet del presidente: “Siamo al colpo di stato, e va fermato”.

Il presidente che fa sapere di essersi dovuto rifugiare nel bunker, perché le manifestazioni a Washington lambivano pericolosamente la Casa bianca, invia questo messaggio, di un presidente che si cerca di far fuori con la violenza, con la piazza.

È un presidente che guida un paese flagellato dal covid – 104.000 decessi – in grande misura per averlo egli negato per troppo tempo, un paese messo in ginocchio da una disoccupazione al galoppo, dal 14,7 per cento di aprile al 19.8 di adesso.

Per essere rieletto, gioca sempre più pesante, Trump. Anche consapevole che, sconfitto, potrebbe finire sotto processo, in galera, non godendo più della protezione di cui gode adesso. Una sconfitta che rinnegherebbe, non accetterebbe, mobilitando alla reazione la sua base militante.

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È lui l’incendiario. Un sovversivo alla Casa Bianca ultima modifica: 2020-06-01T20:02:47+02:00 da GUIDO MOLTEDO

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